Relazione annuale della Commissione parlamentare

d’inchiesta sul fenomeno della criminalità

organizzata mafiosa o similare

 

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ndrangheta

 

Relatore On. Francesco Forgione
 

CAPITOLO I

 

Una mafia liquida

 

Sono passate da poco le due della notte fra il 14 e il 15 agosto 2007 a Duisburg, nel Nord Reno Westfalia. Sebastiano Strangio, trentanove anni, cuoco, calabrese originario di San Luca, chiude il suo ristorante e, con due camerieri e tre amici, si accinge a tornare a casa.

I sei sono appena entrati nelle macchine, parcheggiate a qualche decina di metri dal ristorante, quando vengono raggiunti e stroncati dal fuoco incrociato di due pistole calibro nove. Nel giro di pochi secondi vengono esplosi ben 54 colpi da esecutori spietati e lucidi. Lo testimoniano, fra l’altro le rosate strette sulle fiancate delle macchine, il fatto che, ad azione in corso, i due esecutori abbiano addirittura cambiato i caricatori delle pistole, e il colpo di grazia inflitto con calma e determinazione a tutte le vittime.

Gli assassini scompaiono dopo aver completato il lavoro con i colpi di grazia. Nelle due macchine rimangono i cadaveri di Sebastiano Strangio, Francesco Giorgi (minorenne), Tommaso Venturi (che proprio quella sera aveva festeggiato i diciotto anni), Francesco e Marco Pergola (20 e 22 anni, fratelli, figli di un ex poliziotto del commissariato di Siderno) e Marco Marmo, principale obiettivo dell’inaudita azione di fuoco perché sospettato di essere stato il custode delle armi utilizzate per uccidere, a San Luca il precedente Natale, Maria Strangio, moglie di Giovanni Nirta.

Le vittime fanno in vario modo riferimento al clan Pelle-Vottari, in lotta da oltre quindici anni con il clan Nirta-Strangio (non induca in errore il nome del cuoco che, pur chiamandosi Strangio, fa riferimento al clan Pelle Vottari).

Con la strage di Ferragosto a Duisburg la Germania e l’Europa scoprono attoniti la micidiale potenza di fuoco e l’enorme potenzialità criminale di una mafia proveniente dalle profondità remote e inaccessibili di un mondo rurale e arcaico.

Molte cose colpiscono gli stupefatti investigatori tedeschi e l’immaginario collettivo: la determinazione e la professionalità degli assassini, il numero e l’età dei morti, il fatto che la strage sia stata compiuta nel cuore dell’Europa civilizzata a migliaia di chilometri di distanza da San Luca e un santino bruciato - indicatore inequivoco di una recente affiliazione rituale - trovato in tasca a uno dei giovani assassinati.

Parte sotterraneo da San Luca ed erompe a Duisburg un connubio esplosivo fra vendette ancestrali e affari milionari, un misto di faide tribali e di spietata modernità mafiosa, producendo uno shock improvviso e micidiale per l’opinione pubblica e per le autorità tedesche.

In realtà, però, i segni premonitori c’erano già tutti da tempo e la strage di Ferragosto è un indicatore tragico e quasi metaforico della sottovalutazione da parte delle autorità tedesche della ‘ndrangheta e del suo grado di penetrazione e radicamento in quel paese, oltre che in Europa e nel resto del mondo.      

La presenza ‘ndranghetista in Germania risalente già agli anni settanta e ottanta (quando a più riprese viene rilevata la presenza delle famiglie Farao di Cirò in provincia di Crotone, dei Mazzaferro di Gioiosa Ionica, delle famiglie di Reggio Calabria, delle storiche famiglie mafiose originarie di Africo, di San Luca, di Bova Marina e di Oppido Mamertina) era ben nota alle autorità tedesche anche solo per le richieste di assistenza giudiziaria e investigativa della magistratura e delle forze di polizia italiane.

Già nel 2001 l’indagine dei Carabinieri convenzionalmente denominata Luca’s aveva poi segnalato, anche alle autorità tedesche, il ristorante “Da Bruno” davanti al quale si è verificata la strage, e in generale, il cospicuo fenomeno del riciclaggio di denaro sporco nel settore della ristorazione, in quel paese.

La segnalazione non aveva prodotto concreti risultati investigativi, e la percezione che si ricava da questo scarso riscontro (a parte le carenze della legislazione tedesca in materia di repressione del riciclaggio e, più in generale, di aggressione dei patrimoni illeciti) è che l’atteggiamento delle autorità tedesche fosse di rimozione del problema, considerato, in modo più o meno inconsapevole, affare altrui.

Affare degli italiani. Affare nostro.

La strage di Duisburg, come una metafora, spiega meglio di ogni discorso, meglio di ogni analisi, meglio di ogni riflessione, che il modello di crimine globale, rappresentato dalla ‘ndrangheta, non è (solo) affare nostro.

Il 15 agosto ha rotto un tabù, ma chi fosse stato attento ai segnali, agli indizi, alle crepe, avrebbe potuto dire anche prima che era solo questione di tempo. Se nel sottosuolo della civilizzazione europea circolano certi fluidi ribollenti e miasmatici, prima o poi questi fluidi salteranno fuori, non appena si produca una crepa nella superficie.

La strage di Duisburg è stata come un geiser. Uno zampillo ribollente e micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione.

La crepa nella superficie in questo caso viene da lontano. Da un altrove inquietante e nascosto, lontano nello spazio e lontano nel tempo.

 

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Questo altrove è San Luca, località strategica nella storia e nell’attualità della ‘ndrangheta, luogo cruciale per il controllo dei traffici di droga che producono enormi profitti e sede altresì di una lunga e sanguinosa faida che vede lo scontro fra due gruppi famigliari dell’aristocrazia mafiosa calabrese. I Nirta-Strangio (principi del narcotraffico con basi in Olanda, Germania e oltreoceano) da un lato e Vottari-Pelle-Romeo (il cui capobastone, 'Ntoni Pelle negli anni passati era stato designato, al santuario della Madonna di Polsi, capo crimine, cioè reggente e garante di tutta la ‘ndrangheta secondo il modello organizzativo federale elaborato dopo la guerra-pace del 91), dall’altro.

La faida nasce per un motivo banale, per una bravata di giovinastri finita in tragedia. È una sera di carnevale del 1991, un gruppo di ragazzi vicini alla famiglia Strangio prende a bersagliare con uova marce il circolo ricreativo di Domenico Pelle, facendosi beffe delle proteste e delle imprecazioni del titolare. L’offesa non rimane impuntita e la sera di San Valentino due giovani della famiglia Strangio vengono uccisi, altri due feriti.

Da quel momento gli anni novanta vengono segnati da un’impressionante sequenza di attentati e uccisioni che colpiscono ora l’una, ora l’altra parte in conflitto. La faida culmina nell’omicidio del Natale 2006 quando un gruppo di killer armati di pistole e fucili uccide Maria Strangio moglie di Giovanni Nirta. Seguono altri omicidi, latitanze volontarie (il comportamento, tipico di quella zona, di uomini che, pur non avendo pendenze giudiziarie, si danno a latitanze di fatto, si nascondono per sfuggire alla vendetta altrui o per preparare più agevolmente la propria), scosse sempre più intense e pericolose che preludono alla mattanza di Ferragosto.

Come si diceva, vari elementi di questo inaudito episodio colpiscono l’immaginario collettivo e l’intelligenza degli investigatori. Non sfugge, a questi ultimi:

   Il ritrovamento, accanto alla sala del ristorante “Da Bruno”, di un locale chiaramente destinato alle pratiche di affiliazione, con tutte le necessarie dotazioni iconografiche.

   Il ritrovamento, nel portafogli di una delle vittime, Tommaso Venturi, di un santino di San Michele parzialmente bruciato; chiaro indizio di un’affiliazione celebrata poco prima. Non sarà inutile al proposito ricordare che qualche ora prima, il 14 agosto, il giovane Venturi aveva festeggiato il diciottesimo compleanno potendosi da ciò desumere che l’ingresso formale nella consorteria mafiosa era stato fatto coincidere (secondo una tradizionale attenzione ai dettagli simbolici) con il passaggio alla maggiore età.

   La circostanza che la strage avveniva (come altri episodi topici della faida di San Luca), sempre in prospettiva simbolica e rituale, in un giorno di festa.

   Il fatto che gli attentatori parlino il tedesco, come risulta pacificamente da una delle testimonianze raccolte nell’immediatezza del fatto e che dunque appartengano all’immigrazione criminale di seconda generazione o comunque evoluta, poliglotta e dunque più pericolosa.

 

Le indagini, finalmente coordinate, delle autorità italiane e tedesche, consentono ben presto di verificare l’ipotesi investigativa formulata subito dopo il fatto. Responsabili della strage sono infatti appartenenti alla cosca Nirta–Strangio, e personaggio chiave dell’eccidio è una figura paradigmatica della ‘ndrangheta del terzo millennio, in perfetto equilibrio fra tradizione e modernità: Giovanni Strangio. Si tratta di un imprenditore della ristorazione in Germania (titolare di due ristoranti a Kaarst), è poliglotta, si muove con estrema disinvoltura sull’asse italo tedesco e fino al dicembre 2006 (quando, in occasione dei funerali di Maria Strangio, viene arrestato dalla Polizia per detenzione di una pistola) era sostanzialmente incensurato. Che un soggetto con queste caratteristiche (e, lo si ripete, con un curriculum criminale pressoché inesistente), chiaramente dedito al segmento affaristico dell’attività criminale sia diventato uno dei ricercati più importanti d’Italia e d’Europa per la partecipazione ad un’azione di sterminio eclatante e senza precedenti, dà un’idea efficace della posta in gioco per le cosche di San Luca.

Non vi è dubbio che gli appartenenti alla cosca Nirta Strangio fossero consapevoli che il trasferimento della faida dalla Calabria in Germania avrebbe avuto l’effetto di accendere i riflettori sulla ‘ndrangheta generando un’accelerazione investigativa da parte italiana e una presa di coscienza della gravità del fenomeno da parte tedesca.

È quanto emerge anche dal contenuto degli incontri tenuti in Germania, da una delegazione della Commissione parlamentare, nella missione preparatoria di questa relazione.

Chi aveva progettato quella strage con modalità così paurosamente spettacolari ne era ben consapevole, sapeva di dover pagare un prezzo e ha deciso di pagarlo pur di affermare la propria supremazia e il proprio progetto di potere criminale.

È così che una sanguinosa faida d’Aspromonte (peraltro inserita nella lista delle dieci priorità criminali, stilata nel 2007 dal capo della D.D.A. di Reggio Calabria, Salvatore Boemi) porta all’attenzione dell’Europa e del mondo una mafia con caratteristiche singolari e apparentemente contraddittorie. Un modello criminale caratterizzato da impreviste e sorprendenti analogie con altri fenomeni della postmodernità. Un paradossale paradigma per gli studiosi moderni del concetto di efficacia.

 

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Riflettere brevemente sul significato della parola ‘ndrangheta non è un mero esercizio accademico e offre invece interessanti spunti di riflessione e analisi storica.

L’ipotesi etimologica più convincente fa riferimento al vocabolo greco andragatia il cui significato allude alle virtù virili, al coraggio, alla rettitudine.

L’ andragatia è la qualità dell’uomo coraggioso, retto e meritevole di rispetto e la ‘ndrangheta storicamente ha sempre cercato il consenso presentandosi come portatrice di questi valori popolari e in particolare di un sentimento di giustizia e ordine sociale che i poteri legali non erano in grado di assicurare, in ciò manipolando strumentalmente la sfiducia delle popolazioni nei confronti dello Stato e delle Istituzioni.

Quello che è chiaro, sin dai primi anni dello sviluppo della ‘‘ndrangheta, è che essa non è un’organizzazione di povera gente ma una struttura (composta da soggetti che si autodefiniscono portatori di virtù altamente positive) molto più complessa e dinamica, che, pur se in modo autoreferenziale, si considera un’elite e che tende all’occupazione delle gerarchie superiori della scala sociale.

Il principale punto di forza della ‘ndrangheta è nella valorizzazione criminale dei legami familiari. La struttura molecolare di base è costituita dalla famiglia naturale del capobastone; essa è l’asse portante attorno a cui ruota la struttura interna della ‘ndrina. È in ciò, come vedremo, la più importante ragione del successo della ‘ndrangheta, della sua straordinaria vitalità attuale, della sua superiorità rispetto ad altre forme di aggregazione criminale.

Storicamente ogni ‘ndrina familiare era autonoma e sovrana nel proprio territorio (di regola corrispondente al comune di residenza del capobastone), a meno che non ci fossero altre famiglie ‘ndranghetiste. In tal caso si operava una divisione rigida del territorio e nei comuni più grandi dove c’erano più ‘ndrine la coabitazione era regolata dal ‘locale’, una sorta di struttura comunale all’interno della quale trovavano compensazione le esigenze, anche contrastanti, delle diverse famiglie.

È bene precisare che non c’è mai stata una struttura di vertice della ‘ndrangheta calabrese paragonabile a quella della Commissione di Cosa Nostra e fu solo nel 1991 che, per superare un conflitto che aveva generato diverse centinaia di omicidi, fu costituita una struttura unitaria di coordinamento.

Le donne hanno avuto e hanno attualmente un ruolo importante in questa realtà criminale, non solo perché con i loro matrimoni rafforzano la cosca d’origine, ma perché nella trasmissione culturale del patrimonio mafioso ai figli e nella diretta gestione degli affari illeciti durante la latitanza o la detenzione del marito, hanno, nel tempo, ricoperto ruoli oggettivamente sempre più rilevanti. La ‘ndrangheta, tra l’altro, a differenza delle altre organizzazioni mafiose, prevede un formale (ancorché subordinato) inquadramento gerarchico per le donne, le quali possono giungere fino al grado denominato “sorella d’umiltà”.

Per lungo tempo la ‘ndrangheta è stata sottovalutata, quando non addirittura ignorata dagli studiosi dei fenomeni criminali organizzati. Per lungo tempo è stata letta come una folkloristica, ancorché sanguinaria, filiazione della mafia siciliana. Per lungo tempo è stata considerata un fenomeno criminale pericoloso ma primitivo e tale visione fu favorita, fra l’altro, da un’errata lettura dell’esperienza dei sequestri di persona. A uno sguardo superficiale tale pratica criminale richiamava quelle dei briganti dell’Ottocento o del banditismo sardo mentre una lettura più attenta avrebbe in seguito mostrato come i sequestri di persona costituirono una fonte strategica di accumulazione primaria, rafforzando al tempo stesso il controllo del territorio calabrese e il radicamento della ‘ndrangheta nelle località del centro e del nord Italia.

Il trasferimento degli ostaggi nelle zone dell’Aspromonte, la lunga permanenza nelle mani dei carcerieri, la collaborazione delle popolazioni, la sostanziale incapacità dello Stato di interrompere le prigionie, conferirono prestigio alla ‘ndrangheta, le diedero un alone di potenza e conferirono a quei territori – nell’immaginario collettivo - quasi una dimensione di extraterritorialità.

L’accumulazione primaria di cospicui capitali che in seguito sarebbero serviti a finanziare i più proficui traffici della cocaina si univa a un piano, negli anni sempre più esplicito e consapevole, di potere e di controllo del territorio e del consenso.

 

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Oggi la ‘ndrangheta, la mafia rurale e selvaggia dei sequestri di persona, è l’organizzazione più moderna, la più potente sul piano del traffico di cocaina (mediando fra le due rotte, quella africana e quella colombiana), quella capace di procurarsi e procurare micidiali armi da guerra e di distruzione, la più stabilmente radicata nelle regioni del centro e del nord Italia oltre che in numerosi paesi stranieri. In tutte queste realtà operano attivamente delle ‘ndrine che, a partire dagli anni sessanta del Novecento e ancor prima – gli anni trenta per quanto riguarda il Canada e l’Australia – si erano spostate dalla Calabria per spargersi letteralmente in tutto il mondo. Gli ‘ndranghetisti arrivarono in questi nuovi territori dapprima al seguito degli emigrati, ma poi, e sempre più spesso, in seguito ad un’ esplicita scelta di politica mafiosa di vera e propria colonizzazione criminale.

La ‘ndrangheta affronta le sfide della globalizzazione con una modernissima utilizzazione di antichi schemi, con una combinazione di strutture familiari arcaiche e di un’organizzazione reticolare, modulare o - per usare l’espressione di un grande studioso della modernità e della post modernità, Zygmunt Bauman – liquida. Su questa definizione e sulla sua utilità per comprendere la natura e la terribile efficacia del fenomeno, si tornerà più avanti.

Come si sottolinea in una recente relazione della Direzione Nazionale Antimafia, la chiave di volta organizzativa rimane “la struttura di base del locale (vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad assicurare il controllo del territorio, da intendersi nella sua accezione più ampia, comprensiva di economia, società civile, organi amministrativi territoriali; mentre la cosca assume caratteri operativi dinamici, flessibili in relazione alle esigenze poste da attività criminali che si articolano su territori più ampi di quelli di riferimento originario), ma proprio in relazione al narcotraffico e ad altri traffici internazionali in genere, la ‘ndrangheta ha assunto un assetto organizzativo da rete criminale.”

La struttura di base di tipo familiare ha rappresentato un decisivo fattore di riduzione del danno prodotto dai collaboratori di giustizia e ha permesso una penetrazione e un radicamento formidabili al di fuori della Calabria.

Tra gli anni ottanta e novanta la tempesta dei collaboratori di giustizia travolse Cosa Nostra, la camorra, la Sacra Corona Unita e le altre mafie pugliesi. Solo la ‘ndrangheta attraversò questa bufera quasi indenne o comunque limitando fortemente i danni: i pentiti furono pochi, e pochissimi quelli con posizioni di vertice nei sodalizi criminali. La ragione di ciò è proprio nello schema familiare della ‘ndrina: se la cosca è costituita in primo luogo dai membri della famiglia, la scelta di collaborazione con la giustizia (in generale non facile) può diventare straordinariamente lacerante e pressoché insopportabile. Lo ‘ndranghetista che decida di collaborare è infatti tenuto in primo luogo ad accusare i propri familiari, il padre, il fratello, il figlio, trovandosi a dover infrangere un tabù ancora più potente di quello costituito dall’obbligo di fedeltà mafiosa sancito nelle cerimonie di affiliazione e innalzamento.

Si tratta di uno straordinario fattore di protezione, di un anticorpo interno e strutturale del modello ‘ndranghetistico, di un potente fattore di vitalità.

Sul lungo periodo il modello organizzativo della ‘ndrangheta si è dunque rivelato più agile, più flessibile, più efficace di quello gerarchico, monolitico e rigido di Cosa Nostra, rispetto al quale l’aggressione del vertice del sodalizio ha costituito finora un’efficace strategia di indebolimento e di disarticolazione. Strategia inattuabile contro la ‘ndrangheta per l’inesistenza, anche dopo la pace del 1991 (quella che seguì alla sanguinosa guerra fra i De Stefano e gli Imerti-Condello che in poco più di cinque anni lasciò per le strade della Calabria molte centinaia di morti) e la conseguente introduzione di una struttura centrale di coordinamento e composizione dei conflitti.

I mafiosi calabresi sono considerati dai cartelli colombiani come i più affidabili per la loro capacità di gestione degli affari criminali, per la loro disponibilità di basi d’appoggio in tutta Italia, in tutta Europa e in tutto il mondo (oltre alla Calabria, ovviamente, il centro e il nord Italia, la Francia, la Germania, il Belgio, l’Olanda, la Gran Bretagna, il Portogallo, la Spagna, la Svizzera, l’Argentina, il Brasile, il Cile, la Colombia, il Marocco, la Turchia, il Canada, gli Usa, il Venezuela, l’Australia) e, come si diceva, per la loro ridotta permeabilità al pericoloso fenomeno dei collaboratori di giustizia.

Oggi dunque la ‘ndrangheta ha una sostanziale esclusiva per l’importazione in Europa di cocaina colombiana ed è alla ‘ndrangheta che le altre mafie italiane, Cosa Nostra inclusa, devono rivolgersi per gli approvvigionamenti di questo stupefacente.

 

Questo riferimento all’espansione nazionale e internazionale della ‘ndrangheta ci introduce all’analisi più approfondita del secondo, congiunto fattore di successo di questa forma del crimine organizzato. Tale fattore di successo – direttamente collegato e anzi interconnesso a quello della struttura familiare – consiste nell’attitudine colonizzatrice, ed anzi nella vera e propria scelta strategica della ‘ndrangheta di impiantarsi e di radicarsi nelle regioni del centro e del nord Italia, a partire dalla metà degli anni cinquanta del Novecento.

Inizialmente gli ‘ndranghetisti arrivarono nelle regioni del centro e del nord non per scelta ma perché inviati al confino di Polizia. In quegli anni si riteneva che per contrastare il potere criminale nelle regioni del sud fosse necessario recidere i legami del mafioso con il suo ambiente d’origine. Lo strumento era quello del soggiorno obbligato che imponeva al sospetto mafioso di risiedere per un determinato numero di anni –dai 3 ai 5 – fuori dal suo comune di nascita o di residenza. In tal modo i mafiosi, dapprima siciliani e poi via via campani e calabresi, furono inviati nelle regioni del centro e del nord, in comuni possibilmente piccoli e comunque lontani da centri che avessero stazioni ferroviarie o strade di grande comunicazione. Ma l’idea di recidere i legami con il territorio (adatta a un’epoca pre-moderna) non poteva funzionare in un periodo storico in cui rapidissimo era già lo sviluppo dei trasporti e delle telecomunicazioni. Ferrovie, autostrade, aerei e lo sviluppo della telefonia consentirono sostanzialmente di annullare l’effetto dei provvedimenti di soggiorno obbligato e ciò anche in relazione a una nota paradossale della relativa disciplina.

Se infatti il soggiornante non poteva spostarsi dalla sua sede, non c’era nulla che vietasse che altri lo raggiungessero nelle sedi del soggiorno. Il contesto mafioso si riproduceva dunque nelle località di soggiorno obbligato dove si verificavano riunioni operative e financo cerimonie di affiliazione.

Fu in tale contesto che si fece strada nelle ‘ndrine l’idea di seguire l’ondata migratoria (più o meno forzosa) e di trapiantare pezzi delle famiglie mafiose al centro-nord. Dapprima fu una necessità, poi diventò una scelta strategica che coinvolse alcune fra le famiglie più prestigiose della ‘ndrangheta, le quali intuirono le enormi possibilità operative di una simile proiezione (che divenne vera e propria occupazione, in alcuni casi) verso le ricche e sicure terre del centro e del nord Italia.

Il piano di colonizzazione della ‘ndrangheta fu inconsapevolmente favorito dalle scelte di politica sociale ed urbanistica degli amministratori settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali nelle periferie delle grandi città, in veri e propri ghetti, dove fu facile per gli esponenti delle ‘ndrine ricreare il clima, i rituali e le gerarchie esistenti nei paesi d’origine. In alcune realtà il controllo della ‘ndrangheta divenne asfissiante. L’esempio più clamoroso è quello di Bardonecchia dove il condizionamento del mercato del lavoro e lo stesso consiglio comunale fu sciolto per infiltrazioni mafiose. Altri comuni dell’hinterland milanese come Corsico e Buccinasco, ancora oggi, sono pesantemente condizionati dalla ‘ndrangheta.

In estrema sintesi e conclusivamente sul punto si può dire che la ‘ndrangheta è l’unica organizzazione mafiosa ad avere due sedi; quella principale in Calabria, l’altra nei comuni del centro-nord Italia oppure nei principali paesi stranieri che sono cruciali per i traffici internazionali di stupefacenti. Un’organizzazione mafiosa che trova il modo di affrontare le sfide e i cambiamenti imposti dalla modernità globale, nel modo più sorprendente e inatteso: rimanere uguale a se stessa. In Calabria come nel resto del mondo.

Non sarà inutile ricordare in proposito che nel 1988 l’allora dirigente della squadra mobile di Cosenza (poi divenuto dirigente del Sismi e ucciso a Bagdad il 4 marzo 2005 durante una missione) Nicola Calipari recuperò in un appartamento a Sidney un incartamento con rituali di affiliazione, formule di giuramento e codici. Un incartamento simile per molti aspetti a quello sequestrato dai Carabinieri nelle campagne di San Luca già negli anni trenta del secolo scorso.

Il rispetto della tradizione criminale come premessa per la proiezione nazionale e internazionale dei traffici illeciti.

Negli ultimi anni numerosissime indagini hanno messo in luce queste caratteristiche della ‘ndrangheta e hanno mostrato come essa sia oramai l’organizzazione più ramificata e radicata territorialmente nelle regioni del centro-nord e in molti paesi stranieri di tutti i continenti.

Basterà citare una sola di queste indagini, a mero titolo esemplificativo, per avere un’idea delle dinamiche criminali, delle proiezioni nazionali ed internazionali, delle enormi proporzioni economiche del fenomeno.

Nel 2004 l’operazione convenzionalmente denominata Decollo concludeva una complessa indagine transnazionale durata alcuni anni che aveva interessato diverse regioni italiane: Lombardia, Calabria, Emilia-Romagna, Campania, Lazio, Liguria, Piemonte e Toscana; e poi paesi stranieri come Colombia, Australia, Olanda, Spagna e Francia. Le famiglie Mancuso di Limbadi e Pesce di Rosarno furono accusate di aver immesso sul mercato “ingentissimi quantitativi di cocaina tra il Sud America (Colombia e Venezuela), l’Europa (Italia, Francia, Spagna, Olanda e Germania), l’Africa (Togo) e l’Australia, riciclandone quindi i proventi con le più diversificate tecniche di trasferimento e di dissimulazione.” La droga era nascosta all’interno di containers che trasportavano carichi di marmo, plastica, cuoio, scatole di tonno, materiale tutto oggetto di import-export tra Sud America ed Europa. Una partita di droga di 434 kg di cocaina era arrivata al porto di Gioia Tauro nel marzo del 2000, un’altra di 250 kg sempre di cocaina proveniente da Cartagena in Colombia era arrivata a Gioia Tauro nel gennaio del 2004. Tra le due date, d’inizio e di conclusioni delle indagini, una miriade di altri episodi. Una parte del riciclaggio dei proventi avveniva in Australia attraverso “un sofisticato meccanismo di intermediazione che vedeva l’impiego di specialisti in grado di assicurare i passaggi bancari necessari a perfezionare i trasferimenti del denaro”.

 

 

Il contagio delle ‘ndrine da Limbadi e Rosarno all’Australia. Da San Luca a Duisburg. Molecole criminali che schizzano, si diffondono e si riproducono nel mondo. Una mafia liquida, che si infiltra dappertutto, riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è nata, il medesimo antico, elementare ed efficace modello organizzativo.

Alla maniera delle grandi catene di fast food, offre in tutto il mondo, in posti fra loro diversissimi, l’identico, riconoscibile, affidabile marchio e lo stesso prodotto criminale.

Alla maniera di Al Qaida con un’analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica, di una vitalità che è quella delle neoplasie, e munita di una ragione sociale di enorme, temibile affidabilità.

Il segreto per la ‘ndrangheta è questo. Tutto nella tensione fra un qui remoto e rurale e arcaico e un altrove globalizzato, postmoderno e tecnologico. Tutto nella dialettica fra la dimensione familiare del nucleo di base, e la diffusione mondiale della rete operativa.

La capacità di far coesistere con inattesa efficacia una dimensione tribale con un’attitudine moderna e globalizzata è stata fino ad oggi la ragione della corsa al rialzo delle azioni della ‘ndrangheta nella borsa mondiale delle associazioni criminali. Proprio questa tensione, questo fattore di successo potrebbe rivelarsi però, in prospettiva, un fattore di disgregazione. Le ‘ndrine infatti sono, individualmente considerate, troppo piccole per reggere gli enormi traffici che hanno messo in moto. Sono in continua competizione fra loro e, paradossalmente, la loro diffusione planetaria si accompagna a un’intensificata ossessione per il controllo (militare, politico, amministrativo, affaristico) dei circoscritti territori di rispettiva competenza. Una febbre di crescita, una situazione instabile ed entropica che comincia a produrre gravi scricchiolii e potrebbe generare una crisi di sistema.

Sul punto è necessaria qualche precisazione.

La ‘ndrangheta si è mossa sempre cercando di evitare la sovraesposizione, la luce dei riflettori, l’attenzione dei media. Le ‘ndrine si sono combattute in modo sanguinoso, hanno ucciso migliaia di persone, hanno intimidito con minacce e attentati centinaia di amministratori locali, ma non hanno mai realizzato azioni capaci di attirare in modo durevole l’attenzione nazionale e men che meno quella internazionale.

La ‘ndrangheta ha in sostanza adottato una strategia opposta a quella dei corleonesi e la Calabria non ha mai conosciuto una stagione di stragi o di morti eccellenti. Fanno eccezione gli omicidi di Ludovico Ligato nel 1989 e di Antonino Scopelliti nel 1991, ma si tratta appunto di eccezioni, caratterizzate da specifiche peculiarità e che non alterano i termini di un modello di condotta mantenuto sostanzialmente integro nei decenni.

In quest’ultimo biennio però, sono accaduti fatti che mettono in crisi quel modello e la febbre di crescita cui si faceva cenno ha generato azioni clamorose che non trovano riscontro nella lunga storia precedente.

Una di queste azioni è la strage di Duisburg. L’altra è l’omicidio di Francesco Fortugno, vice presidente del Consiglio regionale della Calabria, colpito dai sicari mentre usciva dal seggio dove aveva votato per le primarie dell’Unione. La prima volta che la ‘ndrangheta mira così in alto nella gerarchia politico-amministrativa.

In entrambi i casi la ‘ndrangheta accetta il rischio che queste azioni comportano. Per entrambi casi, forse, l’accettazione di questo rischio potrebbe essere stata un calcolo sbagliato.


 

 

CAPITOLO II

Storie

 

1. Le origini

1869. Quell’anno gli elettori della città di Reggio Calabria furono chiamati a votare per due volte. Le elezioni amministrative erano state annullate e si dovettero rifare. L’attiva presenza in campagna elettorale e durante le votazioni di elementi mafiosi aveva alterato il risultato della competizione. In quelle giornate si erano registrati anche fatti di sangue. Tra le altre persone colpite, anche un medico, sfregiato al volto in pieno giorno. Il fatto, per quei tempi era enorme e aveva suscitato scalpore e scandalo nell’opinione pubblica. Il prefetto di Reggio Calabria, che si era recato personalmente dalla vittima per verificare le circostanze dell’accaduto, era convinto, come scrisse in una relazione, che “lo sfregio” fosse stato fatto “per grane elettorali”. I giornali locali scrissero apertamente di mafiosi che giravano impunemente per le vie della città e denunciarono il fatto che i partiti fossero “obbligati a far transazioni con gente di equivoca rispettabilità”. Siamo nel lontanissimo 1869, potremmo essere ai nostri giorni.

         Uno dei lati meno conosciuti della ‘ndrangheta è proprio il suo rapporto con la politica che, com’è accaduto per Cosa nostra e la camorra, è molto antico anche se è stato meno visibile e a lungo ritenuto inesistente o sottovalutato nella sua dimensione ed importanza. Essa si è inserita nelle litigiosissime lotte per il potere che in Calabria per un lunghissimo periodo storico – dalla metà dell’Ottocento in poi – si sono caratterizzate come uno scontro furibondo tra famiglie contrapposte che si contendevano i voti usando tutti i mezzi, non esclusi i metodi violenti e mafiosi.

         Ad inizio decennio, nel 1861, il prefetto di Reggio Calabria aveva notato un’attività di camorristi. Chiamava così i delinquenti dell’epoca non avendo altro nome per definirli. La scoperta del termine ‘ndrangheta è molto più recente e per trovarne le prime tracce dobbiamo arrivare alla metà del secolo scorso.

 

La ‘ndrangheta è l’organizzazione mafiosa meno conosciuta e meno indagata. Uno dei suoi punti di forza risiede esattamente in questa scarsa conoscenza e debole attività investigativa che le ha consentito di agire indisturbata senza subire le attenzioni riservate storicamente da parte degli inquirenti alla mafia siciliana. Per anni e anni essa è stata considerata un’organizzazione criminale secondaria, una mafia minore, una mafia di serie B. Non a caso tutte le proposte fatte a partire dagli anni sessanta da parlamentari calabresi, da sindaci, da varie organizzazioni di estendere la competenza della commissione parlamentare antimafia anche in Calabria oltre che in Sicilia sono sempre cadute nel nulla. Si arrivò ad estendere la competenza superando il vincolo territoriale che la relegava alla Sicilia molto tardi, nella X Legislatura con la Commissione antimafia presieduta dal senatore Gerardo Chiaromonte.

         Molti ritenevano che il fenomeno mafioso calabrese fosse espressione degli ultimi decenni e fosse nato durante il boom economico degli anni ’60 che aveva portato grandi cambiamenti anche in Calabria determinando un’accelerazione anche dei processi criminali e mafiosi. Era un grosso abbaglio. Quello che allora apparve a molti come un fenomeno nuovo e originale era in realtà la manifestazione più recente e più evidente di un fenomeno molto antico. La ‘ndrangheta, insomma, non era nata negli anni sessanta del secolo scorso, come molti scrissero e dissero.

La sua nascita avviene sotto forma di società segreta e non è dubbio che il modello di società segreta più vicino, più simile, più aderente alla realtà, ai valori, alle esigenze della delinquenza organizzata, fosse rappresentato dalla massoneria e dalle società segrete che fiorirono nella prima metà dell’Ottocento, importate in Calabria dai francesi di Gioacchino Murat, con programmi anticlericali, giacobini e pre-risorgimentali. Tale caratteristica è molto importante per la comprensione del fenomeno e della sua evoluzione sino ai nostri giorni. Essa aveva sicuramente una duplice funzione: la prima, difensiva, per assicurare invisibilità rispetto al potere ufficiale, alla repressione poliziesca e giudiziaria; la seconda, offensiva, per meglio realizzare l’inserimento nei circuiti del potere, nella società e nello Stato. Una siffatta caratteristica, mutuata dalla massoneria del tempo, conservò intatta la sua forza coesiva e il suo vincolo omertoso, rendendola unica, pur nelle sue continue trasformazioni, nel panorama delle organizzazioni criminali.

         La ‘ndrangheta - “picciotteria” è il termine usato fino all’inizio del nuovo secolo - è già presente in molti comuni della Calabria post-unitaria, ma lo Stato di allora non ne coglie l’importanza e la pericolosità. Molti, però, non si accorsero della sua attività solo perché non ne era conosciuto il nome, mentre le azioni che segnavano il suo progredire venivano attribuite a formazioni criminali di varia denominazione che non venivano ricomprese in un’associazione riconoscibile con un nome, un’identità, un’organizzazione comune. Erano in pochi a vedere come invece quei fatti potevano essere attribuiti a un fenomeno che stava prendendo sempre più piede e andava radicandosi.

         Si estendeva anche grazie ad un sapiente uso dei codici e dei rituali, di modalità simboliche e immaginifiche che avevano il potere di affascinare i giovani, di attrarli nell’orbita ‘ndranghetista, di educarli alla legge dell’omertà e alla convinzione che ci fossero altre leggi più importanti di quelle dello Stato e che tutto ciò fosse appannaggio di una società speciale, composta da “veri” uomini: gli uomini d’onore.

         Sorgono così le ‘ndrine a carattere famigliare e si diffondono nelle città e nei villaggi più sperduti. Ogni ‘ndrina comanda in forma monopolistica nel suo territorio ed è autonoma dalle altre ‘ndrine operanti nei territori vicini. Il modello organizzativo della ‘ndrangheta si fonda sul “locale”, presente sul territorio laddove esiste un aggregato di almeno 40 uomini d’onore, con un’ organizzazione gerarchica che affida il ruolo di “capo società” a chi possiede il grado di “sgarrista”, regolando la vita interna su rigide e vincolanti regole: assoluta fedeltà e assoluta omertà. Il mondo esterno, separato da quello della ‘ndrina, era composto da soggetti definiti “contrasti”, categoria inferiore destinataria di disprezzo e dagli uomini dello Stato, gratificati dal giudizio “d’infamità”.

Nella ‘ndrangheta sono sempre esistiti accordi tra famiglie di diversi comuni ed è anche capitato che “capobastone” influenti e prestigiosi estendessero la loro influenza nei territori vicini a quello dov’era insediata la propria famiglia, ma non si è mai arrivati ad un centro di comando unico. Per trovare qualcosa di simile dobbiamo arrivare agli accordi successivi alla guerra di mafia tra il 1985 e il 1991.

 

2. Le differenze rispetto alle altre mafie

Il modello organizzativo è profondamente differente dalle altre organizzazioni mafiose: si basa sulla forza dei vincoli familiari e sull’affidabilità garantita da questi legami, un formidabile cemento che unisce e vincola gli ‘ndranghetisti uno all’altro e ne impedisce defezioni e delazioni. Lo si vede quando esplose il fenomeno dei collaboratori di giustizia. La ‘ndrangheta ha avuto sicuramente un numero meno rilevante di collaboratori e fra essi nessuno era un capo famiglia. Né ci sono mai stati collaboratori dello spessore criminale di quelli siciliani o campani. La struttura familiare e i suoi codici morali hanno impedito a molti ‘ndranghetisti di parlare. Tra l’altro, il fatto che le ‘ndrine fossero autonome l’una dalle altre ha fatto sì che le poche collaborazioni colpissero la famiglia di appartenenza lasciando intatte le altre, anche le più vicine al loro territorio.

Su questo aspetto è utile un approfondimento. Le collaborazioni di un certo spessore degli anni ’90 sono rimaste in linea di massima casi isolati. Tuttavia le ultime audizioni effettuate in Commissione colgono i segni di una possibile inversione di tendenza. Secondo Mario Spagnuolo, Procuratore aggiunto della D.D.A. di Catanzaro, “negli ultimi 4 anni, si è riscontrato un aumento esponenziale (qualitativamente appagante) di collaboratori di giustizia e questo non solo nelle zone in cui tradizionalmente si collabora (il cosentino) ma anche nel crotonese, qualche buon collaboratore di giustizia nel vibonese, ma, soprattutto, sono aumentati i testimoni di giustizia”.[1] E questa rappresenta una novità che incide favorevolmente sul rapporto tra lo Stato e colui che mette la propria vita nelle mani della giustizia.

Appare inoltre significativo quanto affermato dal direttore della Direzione Anticrimine Centrale della Polizia di Stato, Franco Gratteri: “per quanto riguarda i collaboratori, posso dire che esponenti organici a famiglie del crotonese, persone importanti che hanno commesso azioni illecite, violente e di una certa gravità, hanno scelto o stanno scegliendo di collaborare. Si tratta di un fatto importante, ma da prendere per quello che è e non saprei dove possa portare in futuro”.[2] Dalle parole del direttore emerge però tutta la complessità del rapporto tra i collaboratori della ‘ndrangheta e la giustizia e la difficoltà nel trasformare il fenomeno della collaborazione in un dato acquisito e costante dell’azione di contrasto.

I dati ci indicano comunque che dal 1994 al 2007, i collaboratori di giustizia in Calabria, pongono la ‘ndrangheta al terzo posto per collaborazioni dopo la camorra e Cosa nostra.

Su un totale complessivo di 794 collaboratori di giustizia solo 100 provengono dalla ‘ndrangheta (il 12,6 %), mentre 243 dalla mafia siciliana, 251 dalla camorra, 85 dalla SCU, 115 da altre organizzazioni.[3]

 

In controtendenza invece, risulta essere il dato relativo ai testimoni di giustizia.[4] In particolare, su un totale di 71 testimoni, quelli che hanno reso dichiarazioni su fatti di ‘ndrangheta sono 19 (circa il 27%); su fatti di camorra 26, sulla mafia siciliana 12 (e qui emerge altro dato significativo), 2 sulla Sacra Corona Unita e infine 12 su altre organizzazioni.[5]

 

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Grazie all’impermeabilità della sua struttura fin qui descritta, la ‘ndrangheta ha avuto la forza di resistere al contrasto dello Stato e di cambiare, intercettando i mutamenti sociali e produttivi intervenuti nella Calabria degli ultimi decenni.

 

 

3. ‘Ndrangheta e massoneria

Gli anni ’70 rappresentano un vero e proprio spartiacque che segnerà il corso e la storia della ‘ndrangheta, ponendo le basi della sua evoluzione sino a giungere alla potenza economica e militare che oggi ne contraddistingue il ruolo sui territori e nello scenario criminale internazionale.

In quegli anni si salda anche il tanto analizzato e indagato rapporto con la massoneria, storicamente radicata nella società calabrese.

Scrivono a questo proposito i magistrati della D.D.A. di Reggio Calabria: “Si tratta dell'ingresso dei vertici della 'ndrangheta nella massoneria, che non può avvenire se non dopo un mutamento radicale nella ‘cultura’ e nella politica’ della ‘ndrangheta, mutamento che passa da un atteggiamento di contrapposizione, o almeno di totale distacco, rispetto alla società civile, ad un atteggiamento di integrazione, alla ricerca di una nuova legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non limitati all'interno delle organizzazioni criminali, ma estesi alla politica, all'economia, alle istituzioni. L'ingresso nelle logge massoniche esistenti o in quelle costituite allo scopo doveva dunque costituire il tramite per quel collegamento con quei ceti sociali che tradizionalmente aderivano alla massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati, notai), imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle istituzioni, tra cui magistrati e dirigenti delle forze dell'ordine. Attraverso tale collegamento la 'ndrangheta riusciva a trovare non soltanto nuove occasioni per i propri investimenti economici, ma sbocchi politici impensati e soprattutto quella copertura, realizzata in vario modo e a vari livelli (depistaggi, vuoti di indagine, attacchi di ogni tipo ai magistrati non arrendevoli, aggiustamenti di processi, etc.), cui è conseguita per molti anni quella sostanziale impunità, che ha caratterizzato tale organizzazione criminale, rendendola quasi "invisibile" alle istituzioni, tanto che solo da un paio di anni essa è balzata all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale e degli organi investigativi più qualificati. Naturalmente l'inserimento nella massoneria, che per quanto inquinata, restava pur sempre un'organizzazione molto riservata ed esclusiva, doveva essere limitato ad esponenti di vertice della 'ndrangheta, e per fare questo si doveva creare una struttura elitaria, una nuova dirigenza, estranea alle tradizionali gerarchie dei "locali", in grado di muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami culturali della vecchia onorata società. Nuove regole sostituivano quelle tradizionali, che restavano in vigore solo per i gradi meno elevati e per gli ingenui, ma non vincolavano certo personaggi come Antonio Nirta o Giorgio De Stefano, che si muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati dello Stato, servizi segreti, gruppi eversivi. Persino l'attività di confidente, un tempo simbolo dell'infamia, era adesso tollerata e praticata, se serviva a stabilire utili relazioni con rappresentanti dello Stato o se serviva a depistare l’attività investigativa verso obiettivi minori. E più oltre: “Esigenze razionalizzatrici dunque che in qualche modo anticipavano e preparavano quei nuovi assetti della 'ndrangheta che hanno formato oggetto della presente indagine, ma che rispondevano anche alla necessità di ‘segretazione’ dei livelli più elevati del potere mafioso, al fine di sottrarli alla curiosità degli apparati investigativi ed alle confidenze dei livelli bassi dell'organizzazione”.[6]

Un lungo filo rosso unisce dunque ‘ndrangheta e massoneria, anche se, stando alle pacifiche conclusioni alle quali sono pervenute indagini giudiziarie e storiche, la reciproca compenetrazione delle due società segrete si consolidò a partire dalla seconda metà degli anni ’70, in singolare e non certo casuale consonanza con quanto avveniva dentro Cosa Nostra, come ebbe a riferire il collaboratore di giustizia Leonardo Messina davanti alla Commissione parlamentare antimafia: "Molti degli uomini d'onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa nostra".

Rimane dunque aperto il tema di come rendere efficace il livello giudiziario e penale quando emerge una dimensione occulta del potere e la sua doppiezza.

 

Le conclusioni sin qui riferite trovano riscontro in alcuni dei documenti “interni” della ‘ndrangheta. In essi si fa riferimento alle formule di iniziazione alla “Santa”, la struttura di ‘ndrangheta creata nella metà degli anni ’70 del secolo scorso. Ad essa potevano essere ammessi i giovani e ambiziosi esponenti delle cosche, smaniosi di rompere le catene dei vecchi vincoli della società di sgarro e di misurarsi con il mondo esterno, che offriva infinite possibilità di inserimento, di arricchimento, di gratificazione. Due sono gli elementi che appaiono decisivi. Il primo è costituito dall’impegno assunto dai santisti di “rinnegare la società di sgarro”. Dunque le vecchie regole, ancora valide per tutti i “comuni” mafiosi, non valgono più per la nuova èlite della ‘ndrangheta.

I santisti possono entrare in contatto con politici, amministratori, imprenditori, notai, persino magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, se questo può essere utile per l’aggiustamento dei processi, per lo sviamento delle indagini, per stabilire rapporti sotterranei di confidenza e di reciproco scambio di favori. L’infamità non rappresenta più uno sbarramento invalicabile, può essere aggirata e superata in vista dei vantaggi che la rete dei contatti non più preclusi può assicurare.

Il secondo importante elemento è costituito dalla “terna” dei personaggi di riferimento prescelti per l’organizzazione della “Santa”. Non più gli Arcangeli della società di sgarro –Osso, Mastrosso e Carcagnosso, giunti dalla Spagna in Italia dopo 29 anni vissuti nelle grotte di Favignana- ma personaggi storici, ben noti nella tradizione culturale e politica italiana: Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Lamarmora, Giuseppe Mazzini. I primi due, generali dell’esercito italiano, un tempo, in quanto portatori di divisa al servizio dello Stato, sarebbero stati considerati “infami” per definizione, per eccellenza. Come va spiegato allora un richiamo così solenne ed esplicito a tali personaggi? Qual è il messaggio che attraverso tale indicazione si vuole mandare al popolo della ‘ndrangheta? La risposta è chiara se si osserva come Garibaldi, Lamarmora, Mazzini erano tutti e tre appartenenti a logge massoniche, per di più in posizioni di vertice (Garibaldi fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 24 maggio all’8 ottobre del 1864).

La ‘ndrangheta, insomma, da corpo separato, si trasforma in componente della società civile, in potente lobby economica, imprenditoriale, politica, elettorale. Da allora diventa l’interlocutore imprescindibile, il convitato di pietra, di ogni affare, investimento, programma di opere pubbliche avviato sia a livello regionale che centrale, ma anche di ogni consultazione elettorale, amministrativa e politica.

Per arrivare a questo risultato, tuttavia, i santisti non potevano entrare in contatto “diretto” con gli esponenti delle istituzioni e del potere economico, almeno all’epoca. Oggi, probabilmente, tutto questo è possibile senza mediazioni, ma in quella fase storica era necessario passare attraverso camere di compensazione, che consentissero a quei contatti la necessaria dose di riservatezza, affidabilità, sicurezza. Furono le logge massoniche ad offrire una tale possibilità. Non tutte certo. Alcune di quelle già esistenti diedero la propria disponibilità, altre furono create per l’occasione, ma sicuramente il sistema massonico-mafioso costituì il formidabile strumento di integrazione delle mafie nel sistema di potere dominante e di captazione nella borghesia degli affari.

Da allora in avanti, il fenomeno ‘ndrangheta appare sempre più con i caratteri di componente strutturale della società meridionale, e non solo, di “istituzione tra le istituzioni”, di attore diretto e principale delle politiche di sviluppo, di investimento, realizzate in quelle aree da parte delle istituzioni comunitarie e nazionali. Per questo è verosimile che il ruolo della massoneria, accertato e necessario in altre fasi, sia in gran parte superato, almeno nelle forme finora conosciute.

E’ però necessario abbandonare alcune categorie  di lettura fortemente radicate nella cultura dell’antimafia, categorie che appaiono oggi superate e addirittura di ostacolo ad una lettura idonea a fornire strumenti di analisi e soprattutto di contrasto in grado di avere una qualche possibile efficacia.

La prima categoria è quella dell’emergenza. Se la ‘ndrangheta vive ed opera dall’Unità d’Italia e se essa, con il passare di oltre un secolo e mezzo, ha conservato intatte fisionomia e presenza, accrescendo la sua forza economica e il potere di condizionamento politico, allora di emergenziale nella sua presenza vi è davvero poco. E’ piuttosto un fenomeno dinamico, funzionale all’attuale assetto economico-sociale e quindi non contrastabile solo con i consueti interventi repressivi di carattere giudiziario.

La definizione della mafia come “antistato”, poi, è di quelle che appaiono suggestive ed accattivanti ma legate all’immagine di una criminalità simile al fenomeno terroristico, intenzionata cioè ad abbattere lo Stato di diritto per sostituirsi ad esso. Di fronte ad un fenomeno storico di tale portata, non solo non vi è mai stata una seria, duratura, coerente, volontà politica di condurre un’azione di contrasto decisa e irremovibile ma, al contrario, si è registrata, da sempre, una linea ambigua e contraddittoria. Alle debolezze istituzionali ed ai ritardi culturali si  è aggiunto un vero e proprio sistema si collusioni e mediazioni sociali ed economiche, fino a determinare un livello di organicità degli interessi mafiosi alle dinamiche della società determinando il relativo degrado della politica e delle istituzioni. Si è reso cosi sempre più labile, in intere aree della Calabria il confine tra lo Stato e gli interessi della ‘ndrangheta..

Con questa forza la ‘ndrangheta ha sempre cercato, quando ne ha avuto l’opportunità, di valicare l’area del proprio insediamento. Il suo essere “locale” – non a caso auto-definizione della sua struttura organizzata centrale - non è mai stato considerato una gabbia o una limitazione al proprio agire mafioso, ha invece rappresentato una pedana di lancio verso altri territori –geografici, economici e sociali- nei quali stabilire relazioni in cui sviluppare nuove attività criminali.

        

4. Tra passato e futuro

Nel fiume di parole che hanno inondato la Germania e l’Italia immediatamente dopo la strage di Duisburg colpisce in particolare il fatto che la scoperta della ‘ndrangheta sia legata ad una descrizione della stessa come un’organizzazione chiusa, arretrata, avvolta in una faida sanguinaria e feroce. Tutto ciò sembra stridere con l’epoca in cui viviamo, caratterizzata da processi di globalizzazione di tutte le attività produttive e umane e da una straordinaria capacità di trasmettere informazioni su scala planetaria.

La grande contraddizione, dunque, sarebbe tra una società oramai globalizzata in tutti i suoi aspetti ed una ‘ndrangheta arretrata ed arcaica.

         In effetti questa mafia agisce e pensa contemporaneamente localmente e globalmente, controlla il territorio, segue e interviene nell’evoluzione dei mercati internazionali. Per questo oggi è la più robusta e radicata organizzazione, diffusa nell’intera Calabria e ramificata in tutte le regioni del centro-nord, in Europa e in altri paesi stranieri cruciali per le rotte del narcotraffico.

            Con questo dinamismo ha articolato e diversificato le sue attività. Abbandonati i sequestri di persona e continuando a controllare l’intero ciclo dell’edilizia, ha investito nella sanità, nel turismo, nel traffico dei rifiuti, nella grande distribuzione commerciale, assumendo anche un ruolo chiave nel controllo dei grandi flussi di denaro pubblico. Ha conquistato  ruolo imprenditoriale e soggettività politica. Una nuova dimensione modellata sulle pieghe della società calabrese, dal Tirreno allo Ionio, dal Pollino allo Stretto. Niente di vecchio e di arcaico, quindi. Ma un soggetto criminale moderno con una borghesia mafiosa, lontana apparentemente da tradizionali logiche militari, come dalla gestione delle più imbarazzanti attività criminali (traffico di droga, armi, esseri umani; tutti settori affidati ormai a gruppi collaterali), inserita progressivamente nei salotti buoni, della società; in questo modo si fanno gli affari, si costituiscono le società miste, si appaltano i servizi pubblici, si scelgono i consulenti di chi governa, per determinare le grandi scelte del territorio. L’inserimento negli organismi elettivi sarebbe già di per sé pericoloso e inquinante, ma esso è a sua volta foriero di ulteriori infiltrazioni: la pratica delle assunzioni clientelari, degli affidamenti di lavori, di forniture e servizi a imprese collegate, consente di allargare sempre di più l’area dell’inquinamento mafioso, sino a stravolgere il mercato del lavoro al pari di quello degli appalti. La ‘ndrangheta diventa così oltre che soggetto imprenditoriale anche soggetto sociale, contribuendo a dare risposte drogate ai bisogni insoddisfatti dai limiti e dall’assenza di politiche pubbliche.

 


 

CAPITOLO III

 

Le famiglie e il territorio

 

1. Una mafia invisibile

“La ’ndrangheta è invisibile come l’altra faccia della luna”, così il Procuratore dello Stato della Florida a Tampa, Julie Tingwall, descrive negli anni ’80 le cosche calabresi operanti in America. Una definizione assai appropriata se si considera che l’abilità di mimetizzarsi, di muoversi nell’ombra, nel sottobosco dell’illegalità e nelle pieghe della legalità, costituisce una delle caratteristiche più evidenti della ’ndrangheta, sia in Calabria che nelle sue proiezioni nazionali ed internazionali.

Fino a tre decenni fa, nonostante gestisse efficacemente il traffico di droga e delle armi sul territorio nazionale, non aveva assunto pienamente una dimensione strutturalmente transnazionale.

Negli ultimi due decenni le cose sono cambiate e la ‘ndrangheta, partendo dalla Calabria ha affermato la sua presenza negli Stati Uniti, nell’America del Sud e nel Canada, in Europa e in Australia, creando una rete operativa efficiente come poche per compartimentazione e segretezza e riproducendo ovunque le strutture organizzative presenti storicamente nella regione di origine. Sono decine le cosche e centinaia gli affiliati insediati all’estero.

La ‘ndrangheta in questa affermazione sul piano internazionale, si è posta  nei confronti delle organizzazioni criminali degli altri paesi in termini di assoluta affidabilità, soprattutto nel campo del narcotraffico, come agli occhi dei cartelli colombiani ai quali è stata capace di offrire maggiori garanzie rispetto alle altre mafie. In particolare è apparsa più affidabile di Cosa nostra e della camorra, colpite dalla repressione e incrinate nella loro credibilità dal fenomeno dei collaboratori di giustizia.

Benché le rigide regole di compartimentazione territoriale operanti all’interno delle rispettive aree di influenza nelle cinque province calabresi portino le singole cosche ad operare in maniera sostanzialmente autonoma, è netta la loro tendenza a strutturarsi in holding criminali per la gestione dei traffici internazionali di droga o per l’infiltrazione negli appalti pubblici riguardanti territori che ricadono sotto l’influenza di più gruppi mafiosi.

 

Il livello di pervasività è elevatissimo con punte estreme nella provincia di Reggio Calabria dove esso assume una capillarità tale da condizionare ogni aspetto della vita sociale ed economica.

Le cosche operanti nell’intera provincia evidenziano differenti caratteristiche e modalità di espressione a seconda della zona di radicamento.

Le cosche dell’area tirrenica, così come buona parte di quelle presenti nel capoluogo, praticano l’occupazione del territorio come principale fattore di accumulazione economica realizzando sia il sistematico condizionamento di tutti i settori produttivi che sfruttamento delle risorse destinate alla realizzazione di importanti opere pubbliche.

Le cosche dell’area ionica, attive su un territorio che offre minori opportunità economiche, caratterizzato da una morfologia impervia ed aspra (dalla costa fino alle vette dell’Aspromonte) e per questo difficilmente permeabile a un’efficace controllo da parte delle forze di polizia, si sono dedicate per anni ai sequestri di persona. I profitti di questa attività hanno poi costituito la base per l’ingresso in grande stile nel traffico internazionale degli stupefacenti.

Per comprendere il livello di pervasività della ndrangheta, è utile rappresentare una mappa aggiornata delle cosche e della loro dislocazione sul territorio.

 

 

 

 

2. La provincia di Reggio Calabria

2.1 Il capoluogo

 

Le dinamiche criminali e i relativi equilibri in atto vedono il territorio del capoluogo ripartito in tre zone: la zona nord della città, in direzione Gallico, controllato dai sodalizi “Condello-Saraceno-Imerti-Fontana”, “Rosmini” e “Serraino” (quest’ultimo federato con le famiglie “Imerti” e “Condello”, estende la propria influenza nei comuni di Cardeto, Gambarie, Santo Stefano in Aspromonte e San Sperato); il centro cittadino è controllato dalla consorteria “De Stefano-Tegano-Libri”, e la zona sud dalle cosche “Latella-Ficara” e  “Labate”, questi ultimi concentrati nel quartiere Gebbione. A Sambatello, comune a nord di Reggio Calabria, è attiva la cosca “Araniti”, con a capo il boss Santo, detenuto in regime speciale, legata ai “De Stefano”.

Secondo il R.O.S. dei Carabinieri sarebbeconfermata la fase di ridefinizione di rapporti ed alleanze tra le famiglie “De Stefano”, “Tegano”, “Condello” e “Serraino”, come emerso dalla frattura all’interno dello storico cartello “De Stefano-Tegano” che, voluta dagli esponenti della stessa famiglia “De Stefano”, avrebbe determinato un avvicinamento dei “Tegano” - il cui esponente di vertice è il latitante Giovanni Tegano - ai “Condello”, avversari storici del cartello destefaniano. In tale ambito, le acquisizioni investigative attestano l’assoluto rilievo del boss Pasquale Condello, (arrestato il 18 febbraio 2008), cui pare essere stata devoluta la direzione delle attività illecite di maggiore rilievo nell’intero capoluogo (...)”.[7]

Una possibile conseguenza di tale riassetto degli equilibri potrebbe essere l’avvio di un sistema di coordinamento più strutturato e meglio in grado di affrontare con efficacia gli affari di maggiori proporzioni, anche e soprattutto nel settore dei lavori pubblici, nel quale, al momento, è confermata la forte incidenza della famiglia “Libri”, capeggiata da Pasquale Libri.[8]

L’operazione “Ronin” - nel cui ambito il GIP del Tribunale di Reggio Calabria ha emesso, nel marzo 2006, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 13 indagati per associazione mafiosa, estorsione, corruzione e frode nelle pubbliche forniture - ha documentato il controllo mafioso di appalti e servizi pubblici, anche attraverso la corruzione di amministratori locali, tutti legati allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e alla gestione delle relative discariche. Più in particolare, ha evidenziato un accordo imprenditoriale relativo alla gestione di quei servizi raggiunto tra Domenico Libri, anche per conto della cosca “Tegano”, e l’organizzazione di Pasquale Condello.

La stessa operazione ha messo a nudo la capillare rete delle estorsioni gestita da quest’ultima cosca, come è emerso anche nel corso del’audizione dei magistrati della D.D.A., nell’ambito della missione della Commissione Antimafia a Reggio Calabria del luglio 2007, secondo i quali si mantiene costante la pressione delle cosche del capoluogo su amministratori locali, imprenditori e lavoratori autonomi, esercitata come di consueto attraverso minacce, danneggiamenti e attentati incendiari.

Anche in occasione delle elezioni amministrative del 2007, la pressione mafiosa si è fatta avvertire attraverso intimidazioni a danno di candidati di diversi schieramenti.

La situazione dei latitanti originari di questa area è decisamente preoccupante, come evidenzia lo S.C.O. della Polizia: Tra i ricercati di elevato spessore criminale gravitanti nei sodalizi citati, oltre a Pasquale Condello, si registrano Domenico Condello (cl. 1956), Giuseppe De Stefano (cl. 1969), Giovanni Tegano (cl. 1939), tutti inseriti nel Programma Speciale di Ricerca dei 30 latitanti di maggiore pericolosità”.[9]

 

 

2.2 L’area ionica

 

Sul versante ionico della provincia reggina operano numerose organizzazioni distribuite in modo capillare sul territorio, talvolta alleate tra loro per ragioni di parentela o di affari, con attività anche a livello nazionale e internazionale. Elemento di equilibrio tra le stesse è la figura “carismatica” di Giuseppe Morabito, detto “U Tiradrittu”, arrestato nel 2004”,[10] uno dei boss più autorevoli della 'ndrangheta, capo incontrastato non solo del “locale” di Africo ma di una sorta di federazione di “locali”, con un ruolo interno di assoluto prestigio e rilievo.

Il principale campo di attività nel quale operano  le cosche dell’area ionica reggina è senza dubbio il traffico di stupefacenti, al quale si sono convertite dopo la stagione dei sequestri di persona, favorite anche dall’insediamento stabile di loro esponenti nel centro-nord dell’Italia o all’estero, dal nord Europa al Sud America, dall’Australia al Canada.

Fino ai primi anni ’90, le ‘ndrine avevano sperimentato le loro professionalità criminali nella gestione dei sequestri di persona, sviluppando modalità operative analoghe a quelle di una vera e propria industria, sia per i profitti realizzati che per le eccezionali capacità di programmazione e di divisione del lavoro, soprattutto quando i sequestri erano attuati al Nord e le vittime venivano trasferite al Sud e gestite da una rete logistica operante sull’intero territorio nazionale.

Si creò in quegli anni un vero e proprio sistema legato alla gestione materiale dei sequestri, con l’impiego diretto di latitanti, ma anche di giovani affiliati incensurati, per la custodia degli ostaggi.

Benché non mancassero i contrasti e le opposizioni da parte di alcuni degli esponenti più prestigiosi della 'ndrangheta storica - che non condividevano la possibilità di tenere in ostaggio donne e bambini per via del disonore e del danno di immagine che ne poteva trarre la 'ndrangheta - i sequestri proseguirono per lungo tempo, anche in ragione dell’assenza  di un'autorità centrale in grado di imporre un divieto di farlo rispettare.

Con i proventi dei sequestri le cosche della Ionica reggina accumularono notevoli capitali impiegati per il finanziamento di altre attività legali e illegali. Parte di tali profitti venne investita nell'edilizia: furono comprati camion, autocarri e pale meccaniche e furono create ditte mafiose inseritesi poi nella gestione dell’intero ciclo dell’edilizia e degli appalti pubblici. A Bovalino è sorto un quartiere chiamato dagli abitanti “Paul Getty”, dal nome del giovane sequestrato a Roma il 9 luglio 1973 e rilasciato il 15 dicembre dello stesso anno, dopo il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 700 milioni, una cifra enorme per l'epoca.

Ma la parte più consistente di quel denaro fu investita dapprima nel contrabbando delle sigarette estere e successivamente nel ciclo della droga, grazie al quale la ‘ndrangheta rompeva la sua condizione di minorità per inserirsi nel più grande business mafioso.

Nell’area le indagini confermano il ruolo centrale delle famiglie di Africo, San Luca, Platì, Siderno e Gioiosa Ionica ma, evidenzia il R.O.S. dei Carabinieri, “…permangono le tensioni dovute alle contrapposizioni tra i gruppi “Cordì” e “Cataldo”, a Locri, e tra i “Commisso” e i “Costa”, a Siderno. A Locri, in particolare, dopo gli omicidi del 2005 - segno del riacutizzarsi della tensione tra le citate famiglie - si registra un’apparente fase di stasi, conseguente anche all’incisiva risposta investigativa seguita all’omicidio del vice presidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno.

Sempre sul versante dei tentativi delle organizzazioni mafiose di condizionare le istituzioni, non vanno dimenticati gli atti intimidatori nei confronti di alcuni magistrati della locale Procura. In particolare: il 21.02.2006, è stata intercettata una missiva indirizzata alla dott.ssa Maria Teresa Gerace, Magistrato presso il Tribunale civile di Locri, contenente frasi minatorie e una cartuccia cal. 9X21; il 23.03.2006, presso gli uffici della Sezione distaccata del Tribunale di Siderno, è stata invece intercettata una missiva intimidatoria contenente due cartucce cal. 9X21, indirizzata ad un altro magistrato”.[11]

“Nella zona di Africo sono attive le cosche “Morabito-Bruzzaniti-Palamara”. In particolare, nel comune di Africo Nuovo, la cosca “Morabito-Scriva”, intesi “scassaporte”, collegata all’omonima e più nota cosca “Morabito-Palamara”.[12]

“E’ utile ricordare come l’operazione “Armonia” (del 2003) abbia svelato l’esistenza di un’associazione mafiosa denominata “crimine”, strutturata, in forma di “cartello” criminale nel mandamento ionico e comprendente tutti i “locali” della zona ionica reggina, al cui vertice era Morabito Giuseppe, unitamente a Giuseppe Pansera, Filiberto Maesano, Antonio Pelle, Giuseppe Pelle ed altri”.[13]

Da tempo, gruppi criminali originari di Africo e riconducibili alla cosca “Morabito” si sono insediati in forma stabile a Milano, in particolare nella zona sud-est, fra l'Ortomercato ed il centro della città, dove hanno acquisito attività economiche e finanziarie.

Il 3 maggio 2007, nell’ambito dell’operazione King, la Squadra Mobile di Milano ha arrestato 20 soggetti, tra i quali alcuni elementi di spicco della ‘ndrangheta, appartenenti alla cosca “Morabito-Palamara-Bruzzaniti”. Erano in collegamento con trafficanti sudamericani, impegnati in attività di narcotraffico, estorsioni e riciclaggio. Indagini condotte parallelamente hanno coinvolto anche un cittadino italo-argentino residente in Svizzera che ha rivestito un ruolo strategico nel traffico internazionale della cocaina proveniente dal Brasile, dall’Argentina e dalla Spagna, e destinata alla Lombardia e alla Calabria.

Anche nelle zone di Cornaredo e Bareggio, sempre nel milanese, risultano presenti affiliati alle cosche “Morabito” e “Barbaro” di Platì, uniti tra loro anche da legami di parentela e vincoli matrimoniali.

“A Siderno è confermata l’egemonia della famiglia “Commisso”, nonostante si siano registrati diversi episodi indicativi dell’instabilità degli equilibri criminali, in buona parte riconducibili alla storica faida tra gli stessi “Commisso” e la famiglia “Costa”.[14]

Su quella faida ha fatto in gran parte luce la D.D.A. di Reggio Calabria con l’operazione “Siderno Group” che, condotta tra l’Italia, il Canada, gli U.S.A. e l’Australia, ha messo a nudo le attività criminali ed i traffici di stupefacenti gestiti da famiglie mafiose dell’area Ionica reggina, in stretto collegamento con loro esponenti emigrati da anni in quei Paesi. In questo contesto, il 28 giugno 2005, la Polizia italiana ha consentito l’arresto, a Toronto (Canada), del boss latitante Antonio Commisso, detto “l’avvocato”, capo indiscusso del clan accusato di aver gestito il traffico di droga in Canada, Stati Uniti e Australia e ritenuto la proiezione economica della sua famiglia in terra nordamericana.

“Nell’area di Melito Porto Salvo, è attiva la cosca “Iamonte” che, a seguito della cattura dei latitanti Giuseppe Iamonte (cl. ‘49) e Vincenzo (cl. ‘54), tratti in arresto nel 2005, è attualmente capeggiata da Remigio Iamonte”. La cosca ha dimostrato “un’elevata capacità di infiltrazione nella pubblica amministrazione, come confermato dall’insediamento nel Comune di Melito Porto Salvo della Commissione d’accesso nominata dal Prefetto di Reggio Calabria il 25.02.2006”.

Allo stesso tempo la cosca Iamonte è ricca di attività nel settore edilizio, sia pubblico che privato, attraverso il controllo di imprese locali.[15]

Altre attività investigative “…hanno consentito di svelare i forti interessi della cosca nel settore della macellazione e commercializzazione delle carni, attraverso una consistente pressione estorsiva e ricattatoria nei confronti di addetti ai lavori e commercianti locali”.[16]

I “Iamonte” hanno proiezioni anche nella Valle d’Aosta ed in Toscana. Nella prima regione risultano presenti soggetti collegati con tale famiglia, probabilmente attratti dalle opportunità economiche connesse con l’industria turistica della zona e dalla favorevole posizione della regione, al confine con Francia e Svizzera, fattori che potrebbero favorire l'attività di riciclaggio dei proventi illeciti. In Toscana, invece, soprattutto nella provincia di Lucca, sono presenti alcuni elementi che fungono da riferimento anche per organizzazioni di origine campana e siciliana impegnate nel traffico della droga.

“Nei comuni di Roghudi e Roccaforte del Greco potrebbe incidere sugli equilibri criminali locali la scarcerazione di Francesco Maesano e la cattura di Fortunato Maesano,[17] capo dell’omonima cosca, avvenuta il 26.10.2006 in Svizzera; quest’ultimo era ricercato dal giugno 2002 per associazione di tipo mafioso, omicidio aggravato, reati in materia di armi ed altro.

Nel comprensorio di S. Lorenzo, Bagaladi e Condofuri si conferma il controllo criminale della famiglia “Paviglianiti”, il cui capo indiscusso, Domenico (cl. 61), è detenuto. I “Paviglianiti”, che vantano forti legami con le famiglie “Flachi”, “Trovato”, “Sergi” e “Papalia”, tutte caratterizzate da significative proiezioni lombarde, hanno inoltre qualificate cointeressenze con le cosche reggine dei “Latella” e dei “Tegano”, nonché con i “Trimboli” di Platì e gli “Iamonte” di Melito Porto Salvo.

Nella parte del territorio che va dal comune di Bova a Palizzi risultano attive le consorterie dei “Talia” e dei “Vadalà-Scriva”, entrambe riconducibili al già citato cartello “Morabito-Palamara-Bruzzaniti”.

Nel territorio che congiunge il comune di Staiti a quello di Casignana, operano le famiglie “Scriva”, “Mollica”, “Palamara” e “Morabito”, tutte legate da vincoli di parentela ed egemonizzate dai “Morabito”; queste risultano attive anche nel Lazio, ove sono presenti, ormai da tempo, delle qualificate ‘ndrine”.[18]

Secondo un’analisi del Servizio Centrale Operativo, le famiglie attive nel Lazio sono già collegate a personaggi di spicco della malavita romana, e hanno esteso progressivamente la propria influenza, soprattutto nel traffico di stupefacenti, ma anche nell’attività edile e negli appalti in tutto il litorale da Nettuno a Civitavecchia. Queste cosche operano anche nel campo dell’usura e delle estorsioni e vengono ragionevolmente ipotizzati grossi investimenti di capitali in attività commerciali nella città di Roma.[19]

“Nell’area territoriale che riunisce i comuni di San Luca, Samo, Bovalino, Benestare e Bianco sono stanziate le famiglie storiche e più autorevoli della ‘ndrangheta: i “Nirta”, gli “Strangio”, i “Pelle, i “Vottari”, i “Romeo”, i “Giorgi” e i “Mammoliti” che, dopo una momentanea crisi a cavallo degli anni ‘90, hanno ripreso le proiezioni operative sul territorio nazionale ed internazionale”.[20]

Nella provincia di Milano è stata rilevata la presenza di esponenti della famiglia "Strangio", in contatto con narcotrafficanti sudamericani e, in riferimento ai profili internazionali di tali cosche, nel luglio 2006, il G.O.A. della G.di F. di Catanzaro ha concluso un’operazione, coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria, che ha consentito di individuare una cellula della ‘ndrangheta attiva fra l’Olanda, il Belgio e la Germania, e di interrompere la latitanza di sei esponenti di spicco della mala calabrese: Calogero Antonio Costadura, Bruno Pizzata, Francesco Strangio, Giancarlo Polifroni, Antonio Ascone e Gioacchino Bonarrigo.

Antonio Costadura, arrestato a Genk (Belgio), è figlio naturale di Salvatore Nirta, esponente di vertice dell’omonima cosca e latitante dal 2002 ricercato per traffico internazionale di sostanze stupefacenti; Bruno Pizzata, affiliato alla stessa cosca “Nirta”, è stato tratto in arresto a Lamezia Terme (CZ) mentre era a bordo di un autobus proveniente da Monaco di Baviera (Germania); Francesco Strangio, arrestato mentre era in viaggio da Amsterdam a Rotterdam (Olanda), è il personaggio di maggiore spessore criminale tra gli arrestati. Latitante dal 1993, era ricercato per traffico internazionale di stupefacenti, svolto per conto delle cosche “Giorgi” e “Romeo”. Dai luoghi degli arresti dei latitanti si evince il livello e la dimensione dei traffici internazionali.

“Nel comune di Platì è confermata la presenza dei gruppi criminali riconducibili alle famiglie “Barbaro”, “Trimboli”, “Sergi”, “Perre”, “Agresta”, “Romeo”, “Papalia” e “Marando”, tutte legate da vincoli di parentela e cointeressenze nella gestione degli affari illeciti. Le famiglie sono concentrate attorno alla cosca “Barbaro”, soprannominata “castànu”, ed operano in prevalenza nel narcotraffico, anche fuori dall’area di origine, avvalendosi nei diversi luoghi della collaborazione di cellule criminali satellite”.[21]

“I “Sergi-Marando”, in particolare, vantano una consolidata alleanza con le famiglie “Maesano-Paviglianiti-Pangallo”, egemoni a Roccaforte del Greco, S. Lorenzo, Roghudi e Condofuri, contrapposte per anni alla cosca “Zavettieri” in una sanguinosa faida che nel corso degli anni ‘90 ha mietuto decine di morti in entrambi gli schieramenti”.[22]

“In ambito locale, inoltre, anche in virtù di ricorrenti rapporti di parentela, riescono a condizionare efficacemente l’azione amministrativa degli enti pubblici, come peraltro documentato nel corso dell’indagine “Marine” (…) che aveva portato all’arresto di amministratori e funzionari dello stesso Comune di Platì.[23]

In alcuni comuni dell’hinterland milanese (Trezzano sul Naviglio, Corsico, Cesano Boscone e Buccinasco) hanno fissato da anni la loro dimora numerosi esponenti delle famiglie di Platì i quali hanno praticamente colonizzato l’area, riproducendo nei loro nuovi quartieri modelli sociali tipici delle zone di provenienza. Del resto, buona parte dei sequestri di persona a scopo di estorsione verificatisi in Lombardia sono stati attuati proprio da esponenti di tali gruppi che provvedevano poi a trasferire gli ostaggi in Aspromonte. Da anni in questi comuni agiscono le famiglie “Papalia” e “Barbaro”, che gestiscono il traffico della droga, con una propensione all’infiltrazione ed al condizionamento degli appalti pubblici.

Con l’operazione “Zappa”, conclusa in due diverse fasi, nel 2004 e nel 2005, sono stati colpiti numerosi appartenenti ai “Maesano-Paviglianiti-Pangallo” ed ai “Sergi-Marando”, ritenuti responsabili, a vario titolo, di traffico di stupefacenti. L’indagine, partita da Reggio Calabria e provincia, si è estesa ed ampliata ad altre regioni d’Italia (Lombardia, Piemonte, Lazio, Liguria, Sardegna, Toscana) e successivamente è approdata in Paesi esteri del bacino del Mediterraneo (Francia, Spagna e Marocco) e del Sudamerica (Colombia, Cile ed Ecuador). Personaggi chiave dell’indagine si sono rivelati, in una fase iniziale, boss del calibro di Santo Maesano e Paolo Sergi, e con loro i narcotrafficanti Roberto Pannunzi (cl. ‘48) e suo figlio, Alessandro (cl. ‘72), unanimemente considerati fra i più accreditati narcotrafficanti italiani, entrambi arrestati a Madrid il 4 aprile 2004.

Altrettanto note le proiezioni delle famiglie di Platì in Australia, soprattutto nella città di Griffith. La loro presenza in quella parte del mondo risale ai primi anni ’50, quando l’alluvione che colpì Platì nel 1951 spinse molti dei suoi abitanti a cercare fortuna oltre oceano, concentrandosi in particolar modo in quella cittadina dove, nel corso degli anni, vennero raggiunti da altri conterranei.

Il 15 luglio 1977, a Griffith, venne ucciso a colpi di lupara il deputato liberale Donald MacKay, mentre dodici anni dopo, il 12 gennaio 1989, a Canberra, con due colpi di pistola alla nuca morì Colin Winchester, Vice Capo della polizia federale.

Una stessa pista investigativa accomunò i due omicidi, individuando in esponenti delle famiglie originarie di Platì i probabili mandanti ed esecutori. Nel corso delle indagini gli investigatori australiani scoprirono che numerosi terreni erano stati acquistati con denaro inviato dal piccolo paese della Calabria, parte del quale proveniente dai sequestri di persona effettuati in Lombardia e per i quali erano risultati implicati esponenti delle famiglie “Perre”, “Sergi”, “Papalia” e “Barbaro”.

Gli investigatori australiani scoprirono anche che quei terreni, prima incolti, erano stati accuratamente curati e destinati alla coltivazione di canapa indiana: ne furono individuate ben 188 grosse coltivazioni.

Nel Comune di Careri, geograficamente collocato a valle di Platì, sono attive le famiglie “Cua”, “Ietto” e “Pipicella”.[24]

Un insediamento della ‘ndrangheta, emanazione delle famiglie di Careri, attive nel traffico di droga, è stato di recente individuato nell'area nord-ovest di Milano, nei comuni di Inveruno, Cuggiono e Castano Primo. I soggetti interessati gestiscono diverse attività commerciali, verosimilmente avviate con i proventi del narcotraffico. Ma anche sul proprio territorio gli affari spingono all’accordo.

Il cospicuo investimento per la realizzazione della nuova arteria stradale Bovalino-Bagnara, per una spesa di circa 835 milioni di euro, sta già stimolando gli appetiti delle cosche locali, certamente alla ricerca di una partecipazione ai lavori.[25]

“A Canolo e Sant’Ilario dello Ionio è operativa la cosca “D’Agostino”, collegata a quella “Cordì”. Su questo versante, a Siderno dove sono radicati i “Commisso”, il 14 gennaio 2006, è stato arrestato il latitante Domenico D’Agostino, ricercato dal 2000, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare per associazione di tipo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti”.[26]

“Nell’area di Gioiosa Ionica e Marina di Gioiosa operano le famiglie “Mazzaferro”, “Jerinò”, “Coluccio-Aquino” e “Ursino-Macrì”, particolarmente attive nel traffico di stupefacenti, settore in cui vantano collegamenti con tutte le consorterie ‘ndranghetiste reggine e con esponenti di altre organizzazioni criminali, in un’ottica di cartello internazionale”.[27]

Gli “Ursino”, parte integrante della cosca “Ursino-Macrì”, sono insediati a Torino ed in tutta la prima cintura sita a nord e a sud del capoluogo.

Un’operazione del marzo 2006, ha portato all’esecuzione di arresti disposti dal G.I.P. del Tribunale di Napoli nei confronti di 22 persone, ha documentato i rapporti tra la cosca “Ursino-Macrì” con Carmine Aquino, esponente di spicco del clan “Aquino-Annunziata” di Boscoreale (NA). L’affare comune riguardava l’importazione di cocaina dall’Olanda e dalla Germania.

Del resto, è ormai noto che la Germania - così come l’Olanda ed il Belgio - rappresenta per la ‘ndrangheta area di reinvestimento dei capitali illeciti, oltre ad essere da sempre prescelta per la mimetizzazione dei latitanti.

Il 27 settembre 2006, a Roma, all’aeroporto di Fiumicino, è stato arrestato Vincenzo Roccisano, da Marina di Gioiosa Ionica (RC), latitante dal luglio del 1991 e ricercato per narcotraffico. Elemento di spicco della “cosca “Ierinò”, con proiezioni in Canada e negli Stati Uniti, Roccisano, nel febbraio 1989, era stato già tratto in arresto negli Stati Uniti dal F.B.I., unitamente ad altre 5 persone, per traffico internazionale di stupefacenti.

Già negli anni ’90, le dichiarazioni rese da Calogero Marcenò, un capo-bastone che viveva a Varese e che decise di collaborare con la giustizia, avevano svelato l’esistenza di numerosi “locali” della ‘ndrangheta in Lombardia, in particolare nella provincia di Como, legati al clan “Mazzaferro”. Ulteriori presenze dei “Mazzaferro” si registrano nella provincia di Varese e anche in Piemonte, fra Torino e la Val di Susa. Affiliati alla cosca sono presenti anche nella provincia di Gorizia, dove sono rivolti all’acquisizione di esercizi pubblici e attività commerciali.

In Piemonte, oltre ai “Mazzaferro”, sono attivi affiliati alle cosche “Marando”, “Agresta” e “Trimboli”, tutte riconducibili alla famiglia “Barbaro” di Platì, attivi nel’area del Canavese, area nella quale sono presenti anche uomini dei cartelli “Morabito-Palamara-Bruzzaniti” di Africo e i “Ierinò” di Gioiosa.

“Nel territorio di Monasterace ai confini con la provincia di Cartanzaro, opera invece il clan “Ruga-Metastasio”.[28]

 

 

 

2.3 L’area tirrenica

 

Nel versante tirrenico della provincia di Reggio Calabria le investigazioni confermano l’egemonia delle potenti cosche “Piromalli-Molè” e “Pesce-Bellocco”, che gestiscono tutte le attività illecite nella Piana di Gioia Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle estorsioni e all’usura, ma anche l’infiltrazione dell’economia locale attraverso il controllo e lo sfruttamento delle attività portuali.

Dopo un periodo di pace mafiosa, l’omicidio di Rocco Molè, di 42 anni,[29] avvenuto a Gioia Tauro nella mattina del 1° febbraio 2008, potrebbe costituire l’innesco di una nuova fase di guerra mafiosa (anche in seno alla stessa cosca “Piromalli-Molè”), finalizzata a ristabilire gli equilibri nella spartizione degli enormi proventi illeciti derivanti dagli investimenti che si stanno effettuando in quella zona, e che nei prossimi anni sono destinati a crescere.

Del resto, come già evidenziava la Direzione Investigativa Antimafia, “dall’analisi delle dinamiche interne alle ‘ndrine della zona, si rileva che tale calma è solo apparente, permanendo una forte tensione tra le cosche locali secondo logiche di confronto basate su prove di forza e affermazioni di dominio”.[30]

La Piana di Gioia Tauro, dal progetto del V° centro siderurgico fino alla realizzazione del porto, con le ingenti risorse finanziarie statali e comunitarie impiegate per il suo sviluppo economico, costituisce ormai da tempo il più grande affare per le ‘ndrine insediate sul territorio”.[31]

Le attività connesse con la gestione del porto e dunque con il colossale movimento dei containers, le opportunità di traffici illeciti a livello internazionale, rese possibili dal frenetico via vai quotidiano delle merci, hanno attratto gli appetiti dei “Molè”, dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei “Pesce” e li hanno portati ad imporre la loro presenza, offrendo l’opportunità di un salto di qualità internazionale.

“Il dato trova riscontro in numerosi sequestri operati dalla G.di F. e dal Servizio vigilanza antifrode doganale di tabacchi lavorati esteri, calzature, articoli elettronici e materiale contraffatto di varia natura, pronti per essere smerciati all’interno dei Paesi dell’Unione Europea.

In rapporto al lucroso settore dello smaltimento dei rifiuti (…), il 10 luglio 2006, un’indagine coordinata dalla Procura di Palmi ha portato al sequestro di centinaia di containers contenenti rifiuti vari, in particolare destinati in Cina, India, Russia e Nord Africa, per poi essere lavorati e reimportati come ricambi o merce a prezzo ribassato nel territorio dell’Unione Europea”.[32]

Componenti della famiglia “Piromalli” sono presenti anche a Roma, dove si ipotizza reinvestano cospicui capitali di provenienza illecita in attività imprenditoriali, e risultano essersi spinti fino alla provincia di Gorizia per acquisire esercizi pubblici e attività commerciali.

Anche i “Bellocco” hanno una forte proiezione internazionale, come emerge dall’arresto di Antonio Ascone e Gioacchino Bonarrigo, loro affiliati, in occasione della stessa indagine condotta nel luglio 2006 dal G.O.A. della G.di F. di Catanzaro, su di un traffico internazionale di sostanze stupefacenti fra l’Olanda, il Belgio e la Germania.

Nel 2006, a Gersthofen, in Germania, è stato invece arrestato il latitante Michele Albanese, detto “ Ringo”, vicino alla cosca “Piromalli-Molè”, già condannato in primo grado alla pena di oltre 14 anni di carcere. Contemporaneamente all’arresto in Germania, la G.di F. ha rinvenuto nell’abitazione dell’Albanese, a Rosarno, un bunker interrato, al quale si accedeva da una botola con un’apertura meccanica.

“Il territorio del comprensorio di Palmi risulta suddiviso fra la cosca “Gallico”, che controlla l’area nord, e la cosca “Parrello”, che controlla la zona sud della città ed è legata alla famiglia dei“Bruzzise” di Seminara. I diversi omicidi che hanno riguardato i “Bruzzise” nel corso del 2006, proprio in virtù degli accertati rapporti con la cosca “Parrello”, potrebbero essere collegati alla faida che da anni contrappone questi ultimi alla famiglia “Gallico” per il controllo del territorio palmese (la cosiddetta “faida di Barritteri”, per il predominio della zona di “Barritteri”, tra Palmi e Seminara, luogo strategico per il controllo dei lavori di ammodernamento dell’Autostrada A3 – n.d.r.) ”.[33]

Sul territorio di Palmi esercita la sua influenza anche la famiglia dei “Mancuso” di Limbadi.

“La famiglia mafiosa dei “Crea”, capeggiata dal boss Teodoro Crea,[34] esercita l'egemonia nell’area di Rizziconi, con diramazioni anche nel Nord Italia, dove è particolarmente attiva con imprese edili nell’accaparramento di appalti pubblici. Il potere mafioso dei “Crea” si è rafforzato per i legami con altre famiglie storiche della 'ndrangheta, come i “Mammoliti” di Castellace e gli “Alvaro” di Sinopoli ,[35] concretizzatosi nel controllo diretto di attività economiche nel settore delle costruzioni, degli autotrasporti e della grande distribuzione”.[36]

Per quanto riguarda gli “Alvaro”, nella zona di Roma si registra la presenza di personaggi, riconducibili alla loro organizzazione, che si ipotizza reinvestano in attività commerciali ingenti capitali di provenienza illecita.

“A Cinquefrondi opera il clan “Petullà”, oltre alla cosca “Auddino”, attiva anche ad Anoia e nei paesi limitrofi. A Delianuova è attiva la cosca “Papalia-Italiano”, in rapporto di affari con gli “Alvaro-Macrì-Violi” di Sinopoli.

A Taurianova emerge il predominio della cosca “Asciutto-Avignone-Grimaldi”, con proiezioni nel Nord Italia e strettamente collegata al clan Piromalli-Molè” di Gioia Tauro (RC), di cui Santo Asciutto, attualmente detenuto in regime speciale, sarebbe stato “uomo di fiducia”. L’organizzazione di cui è a capo è da anni contrapposta, in una cruenta guerra di mafia, a quella degli “Avignone”, attiva nello stesso comprensorio calabrese ed anch’essa con ramificazioni in ambito nazionale”.[37] Si evidenzia inoltre l’attività della cosca “Viola”.

A Cittanova sono presenti le cosche degli “Albanese” e dei “Facchineri”. Questi ultimi, peraltro, risultano essersi spinti da tempo in Umbria e, con esponenti delle famiglie “Asciutto” e “Grimaldi” - anche nella Valle d’Aosta, dove hanno investito nel settore turistico.

Anche la Toscana è interessata dalla presenza di elementi di tale cosca, come dimostra il tentato omicidio del nomade Sebastian Fudorovic, avvenuto il 7 marzo 2006, ad Altopascio (LU), ad opera di Giuseppe Lombardo, elemento organico alla famiglia “Facchineri”.

A Santa Cristina d’Aspromonte sono attive le famiglie “Madafferi” e “Papalia”; a Oppido Mamertina i “Mammoliti” e gli “Stefanelli”; a Seminara i “Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè” e la cosca contrapposta dei “Bruzzise”; a Polistena i “Longo-Versace”.

Nella Piana di Gioia Tauro, oltre al porto e agli appalti, un settore di interesse delle cosche locali è quello agricolo, per le opportunità di lucro derivanti sia dalla “guardianìa” dei fondi che dalle frodi ai danni dell’A.I.M.A. e dell’I.N.P.S.”.[38]

Infiltrazioni di cosche ioniche sono infine accertate in Liguria nei comuni di Ventimiglia e Sarzana.

 


 

 

3. Provincia di Catanzaro

 

3.1 Lamezia Terme

Le cosche locali si mostrano ben radicate e attive sul territorio, benché subiscano ancora l’influenza di quelle storiche presenti in altre parti della regione. Negli ultimi anni comunque hanno evidenziato grande attivismo e hanno iniziato ad espandersi oltre i confini regionali.

Gravi, numerosi delitti avvenuti negli ultimi tempi nel territorio della provincia lasciano ipotizzare situazioni di tensione e di instabilità fra le famiglie mafiose.

Tuttavia, la zona che rappresenta oggi una reale emergenza, sia sotto il profilo della pervasività criminale che per la sicurezza pubblica è quella di Lamezia Terme dove si è registrato il maggiore incremento di gravi fatti di sangue. Una lunga serie di omicidi ha segnato la contrapposizione tra i sodalizi “Iannazzo-Giampà” (localizzati rispettivamente a Sambiase e a Nicastro di Lamezia Terme), e “Cerra-Torcasio” (insediata a Nicastro di Lamezia Terme, zona Capizzaglie”) e il conflitto tra i due schieramenti sembra ancora lontano dalla composizione.

Le cosche, operanti nei tradizionali settori dell’illecito, da cui traggono buona parte dei loro profitti (estorsioni, traffico di armi e di sostanze stupefacenti, ingerenza negli appalti, ecc.), hanno anche evidenziato la capacità di infiltrarsi nelle pubbliche amministrazioni, come è dimostrato dallo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose avvenuto il 5 novembre 2002, dopo che analogo provvedimento era stato adottato il 30 settembre 1991. Dagli accertamenti condotti in quell’occasione era emersa l’azione di distorsione e di condizionamento esercitato all’interno degli apparati istituzionali da parte di una criminalità che vi si era insinuata, anche attraverso rapporti di parentela fra componenti dello stesso Consiglio comunale e persone incriminate per associazione mafiosa.

Resta se mai da riflettere sul perché agli scioglimenti non sia seguita una coerente azione giudiziaria e della magistratura per contribuire alla bonifica politica e amministrativa. A maggior ragione che ogni scioglimento dell’ente è stato accompagnato da atti di intimidazione anche sul versante della politica.

Da un’analisi della Direzione Investigativa Antimafia sull’evoluzione del fenomeno mafioso nel lametino, si rileva che “il fenomeno della ‘ndrangheta nell’area lametina presenta caratteristiche alquanto diverse rispetto ad un contesto criminale provinciale che, sino a tempi relativamente recenti, non vantava grandi tradizioni mafiose.

Le famiglie operanti nella zona di Lamezia hanno subito, rispetto ad altre realtà provinciali, comprese quelle del capoluogo, un più rapido processo di evoluzione dal modello della banda di tipo “gangsteristico” alla struttura mafiosa organizzata.

Superata una prima fase, durante la quale i clan hanno affinato le tecniche criminali e consolidato il controllo del territorio, sono poi passati alla gestione, in forme sempre più organizzate, delle tradizionali attività di accumulazione primaria di capitali necessari per l’affermazione del proprio potere mafioso nonché alla creazione delle prime riserve finanziarie.

A tali delitti (estorsioni, traffico di stupefacenti, guardianìe, dapprima rurali e poi anche industriali), si sono affiancate, in tempi più recenti, una serie di attività apparentemente lecite, necessarie per occultare e dissimulare la provenienza delle rilevanti liquidità illecitamente accumulate.

E’ stata proprio tale disponibilità finanziaria che ha favorito la crescita delle cosche anche come soggetti economici attraverso la gestione di una variegata serie di iniziative imprenditoriali, condotte in prima persona o attraverso l’interposizione di prestanome compiacenti, che hanno introdotto pericolose anomalie nel sistema economico locale.

L’ingresso delle famiglie mafiose nel mondo imprenditoriale, in un’area caratterizzata da un rapido sviluppo economico legato alla presenza di importanti infrastrutture produttive e viarie, ha fornito alla criminalità nuove opportunità di guadagno, aumentandone il potere e le potenzialità di condizionamento del sistema sociale e politico (…).

Gli eventi degli ultimi anni (faide e inchieste giudiziarie) hanno contribuito al completamento di un processo di selezione naturale che vede oggi un panorama criminale caratterizzato da pochi, ma ben organizzati, schieramenti nei quali sono confluite alcune delle famiglie un tempo operanti nella zona.

Gli assetti locali, nonostante gli elevati livelli di conflittualità, si sono in linea di massima stabilizzati intorno a due principali consorterie che si affrontano in una logica di annientamento definitivo al fine di eliminare ogni possibile forma di concorrenza nella gestione dei rilevanti interessi economici presenti in zona.

Tale situazione è stata favorita da due ordini di motivi: in primo luogo nel territorio comunale di Lamezia è stata più evidente l’influenza delle famiglie reggine e di quella dei “Mancuso” di Limbadi, che tuttora operano con grande peso nel suo contesto; in secondo luogo, il lametino è stato interessato, con anni di anticipo sul resto della provincia, dagli insediamenti industriali e dalle relative infrastrutture produttive e viarie e, di conseguenza, dai flussi di spesa pubblica finalizzati a favorire i progetti di sviluppo.

La zona, infatti, ricca e fiorente, con importanti insediamenti industriali e grandi prospettive di sviluppo, grazie alla buona rete di collegamenti aerei, ferroviari e stradali con il resto del Paese, che hanno contribuito alla creazione di un indotto di ragguardevoli proporzioni, offre ottime opportunità per l’investimento e la dissimulazione delle grandi ricchezze accumulate dalle cosche (…).

La supremazia dei “Cerra-Torcasio” è stata, in passato indiscussa, ma, da qualche tempo, ed oggi più che mai, è messa seriamente in pericolo dalla famiglia “Iannazzo”, alleata con quella dei “Giampà”, a capo di un’organizzazione potente, anche economicamente, che non nasconde le proprie mire egemoniche sull’intera area”.[39]

Una sorta di ricompattamento del gruppo criminale dei Cerra sarebbe stato favorito dal ritorno sulla scena criminale di Nino Cerra (classe ’48), scarcerato dalla casa circondariale di Voghera il 12 agosto 2005. Da quel giorno, infatti, è stata registrata una recrudescenza degli atti intimidatori di matrice estorsiva, soprattutto nell’area di Nicastro.[40]

I “Iannazzo” sono, tuttavia, il gruppo che nel corso degli anni ha saputo meglio attrezzarsi verso le forme più redditizie di criminalità economica.[41] Nell’area controllata da Iannazzo ricade l’aeroporto di Lamezia Terme, sul quale però è necessario dare impulso alle attività investigative visto che, sino ad oggi, nonostante la presenza attiva della cosca nell’intera area aeroportuale, non vi è stata alcuna adeguata ed efficace rispondenza, anche in rapporto alla mole di affari e di traffici che attorno a quest’area si sviluppano.[42]

 

3.2 Catanzaro

Per quanto riguarda la città di Catanzaro, “le attività investigative hanno evidenziato l’avvenuta ricostituzione, a partire dagli anni 1998-1999, della cosca “Costanzo-Di Bona”, detta dei “gaglianesi”, che, in forza della legittimazione riconosciutale dalla ‘ndrina di Isola Capo Rizzuto, riconducibile alla famiglia “Arena, si è dimostrata estremamente attiva nel “controllo” delle più significative ed importanti attività illecite”.[43]

“Si è rilevata, peraltro, la contiguità alla mafia locale di gruppi di nomadi, i cui componenti possono ritenersi sodali della cosca dei “gaglianesi” e la cui presenza sul territorio assicura alle cosche anche un consistente supporto ‘militare’“.[44]

“In particolare, sono state delineate le attività illecite del gruppo ‘ndranghetistico di Catanzaro, retto da Anselmo Di Bona, e le sue interazioni con la componente rom del capoluogo, capeggiata da Domenico Bevilacqua e da Cosimino Abbruzzese. Proprio i privilegiati rapporti di quest’ultimo con il Di Bona hanno portato ad un contrasto, maturato nell’ambito delle attività estorsive, tra Domenico Bevilacqua ed il gruppo dei “gaglianesi”, a fianco del quale è intervenuta la cosca ‘Arena’“.[45]

 

3.3 La zona ionica

Per quanto concerne la costa ionica che va da Guardavalle a Botricello, permane l’egemonia dei “Gallace-Novella” di Guardavalle (…), che vanta proiezioni operative nel Lazio, in particolare ad Anzio (RM) e a Nettuno (RM), dove sono state anche operate notevoli confische di beni immobili.

“Nel comune di Borgia, dopo il decesso per cause naturali di Antonino Giacobbe, capo indiscusso dell’omonima cosca, elemento di vertice nell’area del paese sembrerebbe Giulio Cesare Passafaro, già inserito nella cosca “Giacobbe”, mentre nella zona marina i referenti criminali rimangono i “Pilò–Cossari”, che vantano legami con personaggi di spicco della criminalità crotonese e delle Serre”.[46]

“Nel comune di Soverato emerge la cosca “Sia”, che controlla i comuni di Montauro, Montepaone, Gagliato e Petrizzi. I boss “Sia” sono legati ai “Costa” di Siderno (RC), ai “Vallelunga” di Serra S. Bruno (VV) e ai “Procopio-Lentini” di Satriano (CZ).

I principali gruppi che operano in tale area risultano anche avere collegamenti con narcotrafficanti attivi a Milano, Roma e Torino”.[47]

“Le dinamiche criminali della presila catanzarese (nell’area di Petronà e Sersale - n.d.r.) risentono della storica contrapposizione tra le cosche “Bubbo” e “Carpino”, da anni impegnate in una sanguinosa faida per il controllo dell’area di Petronà. Nel quadro delle alleanze contrapposte, i “Carpino” sono da tempo vicini agli “Arena” di Isola di Capo Rizzuto (KR), mentre i “Bubbo”, legati al defunto Sergio Iazzolino, ucciso in un agguato mafioso il 5 marzo 2004, risultano vicini ai “Nicoscia”.[48]

“A Belcastro, Taverna, Albi e Magisano operano i gruppi “Pane-Iazzolino” e “Pisani”, strettamente collegati ai “Grande Aracri” di Cutro (KR). Mentre a Botricello insiste la presenza del gruppo “Scumaci”, pur colpito, nel maggio 2003, da numerose sentenze di condanna”.[49]


 

 

4. Provincia di Cosenza

4.1 Il capoluogo

 

Il panorama della ‘ndrangheta nella provincia di Cosenza è attualmente caratterizzato da un processo di mutamento degli equilibri tra le cosche, benché non si registrino - come sovente avviene in situazioni del genere - episodi di evidente conflittualità.

Nel capoluogo, i principali esponenti dei gruppi criminali attivi, i “Rua’”, i “Perna-Pranno”, i “Bruni” e i “Cicero”, sono attualmente detenuti anche a seguito di due operazioni (“Missing” e “Missing 2”) che, nel 2006 e nel 2007, hanno attribuito loro (ma anche ad alcuni esponenti delle cosche “Muto”, “Calvano “ e “Serpa”, rispettivamente di Cetraro, San Lucido e Paola) la responsabilità di oltre 40 fatti di sangue perpetrati nelle due guerre di mafia avvenute a Cosenza a cavallo tra il 1977 ed il 1994.[50]

Questo ha consentito al cosiddetto clan degli “zingari” - così denominato perché composto da soggetti di etnia rom divenuti da tempo stanziali e a pieno titolo inseriti nella ‘ndrangheta - di assumere il sopravvento nella gestione del traffico di sostanze stupefacenti, pur evidenziando contestualmente una vocazione verso gli assalti ai furgoni portavalori.[51]

Fino alla metà del 2006, è stata registrata una sorta di alleanza tra il gruppo degli “zingari” di Cosenza (i “Bevilacqua” e gli “Abruzzese”) e quello di Cassano allo Ionio, per l’imposizione di estorsioni a commercianti ed imprenditori, aumentate dall’inizio di quell’anno”.

In definitiva dunque la peculiarità e la pericolosa anomalia di Cosenza è tutta in questo ruolo di importanza sempre crescente di cosche formate da soggetti di etnia rom.

 

4.2 Area ionica

 

“Per quanto concerne l’area della sibaritide, a Cassano Ionio si fronteggiano l’organizzazione criminale dei “Forastefano”, al momento egemone, ed il gruppo degli “zingari” legati alla cosca “Farao-Marincola” di Cirò e capeggiato da Francesco Abbruzzese, recentemente scarcerato. Questo evento potrebbe riattualizzare lo scontro armato con i rivali, acutizzatosi nel 2003, con l’esecuzione di numerosi omicidi tra i due schieramenti.

La cosca “Forastefano” ha rafforzato il proprio prestigio in tutto l’alto Ionio, estendendo il proprio controllo al locale mercato degli stupefacenti, alle estorsioni nei confronti degli imprenditori e commercianti nonché all’usura. Il sodalizio opera anche nelle truffe nel settore agricolo, attraverso alcune società acquisite con proventi illeciti”.[52]

Il gruppo degli “zingari” di Cassano allo Ionio (residenti nella frazione di Lauropoli), è dedito alle estorsioni, allo spaccio di sostanze stupefacenti e agli assalti ai furgoni portavalori, tessendo rapporti di “affari” anche con organizzazioni attive fuori della provincia di Cosenza”.[53]

Di rilievo è anche il legame tra le organizzazioni della sibaritide e le potenti organizzazioni criminali albanesi, già ampiamente riscontrato nell’ambito dell’operazione “Harem” (…) dalla quale sono emersi reciproci contatti finalizzati all’approvvigionamento di stupefacenti ed armi a prezzi competitivi da parte degli “schipetari” che, in cambio, possono gestire lo sfruttamento della prostituzione nella zona con l’appoggio delle locali cosche“.[54]

“Sempre nella sibaritide, si registra l’operatività a Cariati ed a Mandatoriccio della cosca ‘Critelli’”.[55]

“Nell’area di Castrovillari, le cosche “Recchia” ed “Impieri” si contendono il controllo del territorio e la gestione delle attività estorsive”.[56]

“A Rossano, opera un cartello criminale composto dai “Morfò” e dagli “Acri-Galluzzi”, attualmente guidati da Acri Nicola, anch’egli legato agli “zingari”.

A Corigliano Calabro il clan storicamente prevalente è quello dei “Carelli” - di cui è capo indiscusso Santo Carelli, detenuto da anni in regime differenziato - usciti vittoriosi dallo scontro sostenuto sul finire del 2000 con i “Portoraro” di Cassano allo Ionio”.[57]

 

4.3 Area tirrenica

“Sul versante tirrenico della provincia, nella zona compresa tra Cetraro, Praia a Mare e Diamante, opera incontrastata la cosca “Muto”, storicamente legata alle famigli del capoluogo, di cui si conoscono i tentativi di infiltrazione nei settori economici e degli appalti“.[58]

La cosca “Muto”, che fa capo a Francesco Muto, detto “il re del pesce”, fin dagli inizi degli anni ‘80 ha mantenuto il controllo pressoché esclusivo della detta zona dell'alto Tirreno cosentino, traendo enormi profitti dalle estorsioni imposte nella commercializzazione del pesce.

Il 6 settembre 2004, l’operazione “Starpice 3-Azimut”, ha portato in carcere 70 persone affiliate al clan il cui capo, tornato in libertà nel mese di marzo del 2003, dopo avere scontato una condanna a dieci anni di reclusione per associazione mafiosa, secondo quanto emerso dall’inchiesta, avrebbe continuato a gestire gli affari della sua cosca anche durante il lungo periodo di detenzione, in particolare nei settori dell'usura, delle estorsioni e del traffico di droga.

La cosca - approfittando del vuoto di potere determinatosi a causa degli arresti dei boss cosentini che un tempo controllavano le attività illecite in città - avrebbe esteso negli ultimi anni il proprio potere anche nel territorio di Cosenza, inserendosi nelle estorsioni ai danni degli imprenditori edili del capoluogo (che hanno appaltato lavori per milioni di euro approfittando delle possibilità offerte dal nuovo piano regolatore), nel settore dell’usura e gestendo direttamente attività imprenditoriali nel settore delle costruzioni.

“Nella stessa area dell’alto Tirreno cosentino, si registra l’operatività delle seguenti, ulteriori “famiglie”: nella zona di San Lucido i “Calvano” ed i “Carbone”; nel comune di Fuscaldo i “Tindis”; ad Amantea i “Gentile” ed i “Besaldo”; a Paola i “Serpa” oltre agli “Scofano-Martello”, che sarebbero costituititi da una frangia dissidente del clan “Serpa”..[59]

 

 

5. Provincia di Crotone

 

5.1 L’invasione dell’economia

 

Il crotonese è caratterizzato storicamente da una capillare presenza mafiosa. Le cosche della zona, nonostante i colpi subiti negli ultimi anni, sono ancora fortemente strutturate e capaci di trattare affari illeciti con le più importanti ‘ndrine delle altre province calabresi - da quelle reggine a quelle della sibaritide e dell’alto Ionio cosentino - oltre che mantenere ramificazioni operative ed imprenditoriali fuori dalla regione e all’estero.

Si tratta di organizzazioni capaci di una’articolata gamma di attività criminali, dal traffico di stupefacenti al racket delle estorsioni e proiettate sul controllo di attività economiche legali nel settore agricolo e in quello turistico, particolarmente organizzato lungo le coste della provincia. Una particolare e diffusa versione della pratica estorsiva sperimentata in questa provincia consiste nell’imposizione di manodopera da parte mafiosa.

“Le ingerenze nel sistema degli appalti sono appannaggio delle cosche di maggior consistenza criminale che cercano, così, di reinvestire i proventi delle attività illecite penetrando il mondo economico legale, in special modo quello legato alla realizzazione di opere pubbliche”.[60]

L’azione delle cosche crotonesi nei confronti degli operatori economici è asfissiante, quanto la capacità di penetrazione nelle amministrazioni locali, per assicurarsi il controllo delle attività edilizie, dell’urbanistica, delle attività commerciali e imprenditoriali. Si collocano in questo quadro gli attentati e le intimidazioni a rappresentanti delle istituzioni e degli enti locali; come sono da ricondursi verosimilmente ad attività estorsive, di controllo e condizionamento del tessuto produttivo, gli incendi agli stabilimenti Eta-Fuelco di Cutro e Biomasse S.p.A. di Crotone e di Strongoli.

In tale contesto, “lo sviluppo del progetto “Europaradiso”, che prevedrebbe la realizzazione in Località Paglianiti di Crotone del più grande complesso residenziale turistico del Mezzogiorno, su di un’area di 1.200 ettari di macchia mediterranea prospiciente al mare, parrebbe aver stimolato l’interesse delle famiglie crotonesi. Al momento è stato apposto il “veto” da parte della Regione Calabria, poiché l’insediamento include la foce del fiume Neto, indicata come oasi naturale ed inserita in una zona a protezione speciale con un vincolo di tutela comunitario imposto dall’Unione Europea e recepito anche in ambito nazionale”.[61] Si tratterebbe di un colossale affare non solo per quanto riguarda la realizzazione del complesso ma anche per il successivo controllo delle attività ad esso collegate.

I contorni dell’intera operazione hanno suscitato l’attenzione degli investigatori, trattandosi di investimenti per 5/7 miliardi di euro. La stessa relazione annuale del dicembre 2006 della D.N.A. evidenzia i rischi e le ambiguità del progetto e della società che dovrebbe realizzarlo, la “Europaradiso International S.p.A.”, costituita il 10 novembre 2004, con sede a Crotone, il cui amministratore unico, Appel Gil, è anche amministratore unico della “Europaradiso Italia s.r.l.”, costituita lo stesso giorno e con la stessa sede in Crotone. Il suddetto amministratore, considerato un “imprenditore molto aggressivo”, secondo la citata relazione della D.N.A., è attualmente imputato per corruzione in Israele.

 

5.2 Il capoluogo

 

“Nel capoluogo, la situazione criminale appare stabile, stante il predominio incontrastato della potente cosca dei “Vrenna-Ciampa-Bonaventura”, con attività nel mondo economico, degli appalti e dei servizi pubblici, anche attraverso la preventiva attività di “imbonimento” svolta a livello locale per il procacciamento di voti in occasione di consultazioni elettorali comunali, come accertato in passato.[62]

“Le cosche operanti nel capoluogo mantengono legami nella provincia con i “Farao-Marincola” di Cirò e con i “Grande Aracri” di Cutro”.[63]

Nella frazione Papanice del capoluogo è attiva la cosca “Megna” (collegata ai “Vrenna-Ciampa’”), distinta in due fazioni facenti capo, l’una a Megna Luca, figlio del boss storico Domenico Megna, detto “Mico”, l’altra a Pantaleone Russelli, scarcerato per indulto nell’agosto 2006.[64]

 

 

5.3 Tra la Sila e il mare

 

“Il contesto generale del fenomeno criminale mafioso della provincia manifesta periodiche instabilità, specialmente nell’area del Comune di Isola Capo Rizzuto, ove si sta assistendo, a fronte di un indebolimento degli “Arena”, al consolidamento dei “Nicoscia” che, forti dell’alleanza con altre famiglie locali e del sostegno fornito dal clan “Grande Aracri” di Cutro, operano nei settori degli stupefacenti e delle estorsioni,[65] con una forte proiezione in attività economiche, specie nel settore del turismo, che rappresenta una delle principali fonti di reddito della costa.[66]

L’arresto, il 12 marzo 2006, dei fratelli Corda, Vincenzo e Paolo, latitanti di primo piano della cosca “Nicoscia-Corda-Capicchiano”, potrebbe aver generato un accordo tra le due cosche rivali, finalizzato all’instaurazione di un’alleanza o quanto meno di una pace fra le due suddette cosche in conflitto.

Casella di testo:  
“Nell’area di Cutro, è egemone la cosca “Grande Aracri”, retta da Ernesto Grande Aracri ma facente capo al boss detenuto Nicolino Grande Aracri. La famiglia è una delle più potenti del crotonese e presenta ramificazioni in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna,[67] con proiezioni in Germania. E’ stata protagonista, nel recente passato, di un violento scontro con la cosca “Dragone”, anche in ragione delle rispettive alleanze con i “Nicoscia” e gli “Arena” di Isola Capo Rizzuto.  

Ai “Grande Aracri” somo collegati i “Comberiati-Garofalo”[68] di Petilia Policastro (fortemente insediati in Lombardia), i “Ferrazzo” di Mesoraca e singoli esponenti della criminalità organizzata dei comuni di Roccabernarda e San Mauro Marchesato”.[69]

Affiliati alla cosca “Grande Aracri” sono presenti in Emilia Romagna, in particolare a Parma, Reggio Emilia e Piacenza, con forti interessi nel settore dell’edilizia e nella gestione di bische clandestine.

I “Ferrazzo” vengono definiti da una sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro depositata il 24.03.2004 quale “sodalizio della ‘ndrangheta calabrese, composto da numerosi affiliati, gravitante a Mesoraca, con ingerenze nei lavori pubblici eseguiti nelle zone limitrofe e proiezioni criminali (rapine, traffico di armi e droga) in Lombardia e a Lavena Ponte Tresa, nonché in altri comuni del confine italo-svizzero e nella stessa Svizzera”.[70]

In ordine, alle loro proiezioni estere, il 17 gennaio 2008, il G.I.P. presso il Tribunale di Milano, traendo spunto dagli esiti di diverse indagini condotte a partire dal 2003 in Svizzera e in Italia, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di nove persone (tra cui un avvocato milanese esperto in materia finanziaria), le quali, agendo in favore e per conto della suddetta cosca, avrebbero realizzato un’imponente attività di riciclaggio, allestendo in Svizzera, dalla fine degli anni ’90, una sofisticata macchina di ripulitura di somme di denaro provenienti dalle attività criminali.

“Nella frazione San Leonardo di Cutro, sono presenti il gruppo “Mannolo”, guidato da Alfonso Mannolo[71], noto per i forti interessi manifestati in passato nel settore del traffico di sostanze stupefacenti, e quello dei “Trapasso”, retto da Giovanni Trapasso[72], collegato agli “Arena” di Isola.

A Cirò, continua ad essere egemone il clan “Farao-Marincola”[73], in contatto con le più importanti cosche calabresi, specie del reggino, e con le frange del Crotonese e della sibaritide, come i “Forastefano” di Cassano allo Ionio. La cosca, collegata anche ai “Giglio-Levato” di Strongoli, opera prevalentemente nei settori degli stupefacenti, dell’usura, delle estorsioni e del riciclaggio”.[74]

Presenze di esponenti dei “Farao-Marincola” si registrano anche in Lombardia, in particolare nell’area di Varese, storicamente caratterizzata dalla presenza di personaggi di origine calabrese, in prevalenza dediti al traffico di stupefacenti e che, a partire dal 2005, hanno preso a manifestare un particolare attivismo. Il 27 febbraio 2006, a Ferno (VA), è stato assassinato il pregiudicato Alfonso Murano, collegato alla cosca “Farao-Marincola”.

Esponenti della stessa cosca operano anche in Umbria, attivi nella gestione di esercizi pubblici e nello sfruttamento della prostituzione.

A Petilia Policastro risulta predominante l’organizzazione criminale retta da Vincenzo Comberiati, detto “Tummuluni”, attualmente detenuto.

“Ancora, nella Valle del Neto, nei Comuni di Belvedere Spinello e Rocca di Neto, è presente la cosca “Iona”, capeggiata dal boss detenuto Guirino Iona, interessata alle estorsioni ed alle infiltrazioni nei pubblici appalti oltre che inserita in attività imprenditoriali edili”.[75]

Per concludere questa sezione, converrà fare un cenno ad alcuni episodi criminosi degli ultimi anni che denotano i preoccupanti livelli di pericolosità e di spregiudicatezza raggiunto dalle cosche del crotonese:

·                    Il 26 febbraio 2000, a Strongoli, nell’ambito di una guerra per determinare nuovi equilibri organizzativi della locale famiglia Giglio, killer ad essa affiliati hanno consumato una strage sul lungomare, uccidendo quattro uomini, tra i quali anche un anziano passante, e provocando il ferimento di tre carabinieri intervenuti per tentare di intercettare la loro fuga.

·                    Il 3 ottobre 2004, alcuni killer tendono un agguato a Carmine Arena, al vertice dell’omonima cosca di Isola Capo Rizzuto, lo uccidono e feriscono gravemente il cugino, Giuseppe Arena, poi subentrato nell’organigramma della cosca. Poiché i due si trovavano a bordo di un’autovettura blindata, i killers prima hanno infranto i vetri a colpi di bazooka e poi hanno finito le vittime a colpi di kalashnikov.

·                    Il 6 agosto 2007, in un ristorante di Cirò Marina, viene sfiorata la strage: Giuseppe Pirillo, esponente di primo piano della cosca Farao-Marincola, viene ucciso da killer travisati che, dopo aver fatto irruzione nell’affollatissimo locale, sparando tra i tavoli lo uccidono e feriscono altre sette persone.

 

 

6. Provincia di Vibo Valentia

 

6.1 Il dominio dei Mancuso

 

Nella provincia di Vibo Valentia appare incontrastato il predominio dei “Mancuso” di Limbadi, storicamente legati ai “Piromalli-Molè” di Gioia Tauro. Nel mantenere il rigido controllo delle attività criminali locali si sono ritagliati, negli anni, ampi spazi nel traffico internazionale delle sostanze stupefacenti.

“Le più recenti risultanze investigative hanno evidenziato che la tradizionale struttura della famiglia, sempre riconducibile allo storico nucleo familiare, si è scissa nella sua compattezza, dando vita a 3 principali ramificazioni, a volte in contrasto tra loro ma munite di autonomia organizzativa, rispettivamente capeggiate da Diego Mancuso, Francesco Mancuso e Cosmo Mancuso.

La potenzialità criminogena della ‘ndrina, nel suo complesso, è comunque confermata. Aree di influenza, oltre che nella provincia di Vibo Valentia, sono nel reggino e nel catanzarese, ad Isola Capo Rizzuto (rapporti con gli “Arena”), a Lamezia Terme (contiguità con il gruppo “Cerra-Torcasio-Giampà”) e in altre parti del territorio nazionale (in particolare Milano, Torino, Parma), attraverso le cosiddette ‘batterie’”.[76]

La pressante azione repressiva che nell’ultimo periodo ha interessato la provincia ha determinato una situazione di accentuata instabilità “incentivando” cosche di minore rilevanza ad inserirsi in spazi tradizionalmente occupati dai “Mancuso”.

Il dato trova riscontro in alcuni omicidi realizzati negli ultimi anni.

Anche la recrudescenza degli omicidi è verosimilmente da ricercare nella gestione delle attività economiche connesse alle strutture turistiche e di intrattenimento ubicate sulla fascia litoranea”.[77]

“Nelle aree della provincia a maggiore vocazione turistico-alberghiera, come Tropea e Ricadi, si è evidenziata la famiglia mafiosa dei “La Rosa” che ha acquisito sul territorio costiero un ruolo predominante - specialmente in relazione al fenomeno estorsivo - forte anche della stretta alleanza con l’articolazione dei Mancuso capeggiata da Cosmo.

Essa ha consolidato ed ampliato il suo influsso criminale dal comune di Tropea, paese d’origine della famiglia, nei comuni di Ricadi, Parghelia, Zambrone, Briatico, Porto Salvo, Vibo Marina e Pizzo Calabro, per il controllo della gestione e della manutenzione delle forniture di numerose grosse strutture alberghiere, nel tentativo di imporre gli acquisti presso ditte riconducibili alla cosca”.[78]

Nel settembre 2006, l’ordinanza di custodia cautelare frutto dell’indagine “Odissea”, coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro, ricostruisce l’ascesa della cosca “La Rosa” di Tropea, satellite dei “Mancuso”, sotto le direttive dei quali ha esteso la propria influenza nella maggior parte dei comuni costieri del vibonese, gestendo di fatto importanti strutture turistico-alberghiere come il “Rocca Nettuno”, “Rocca”, “Garden Resort” e la discoteca “Casablanca”. Emerge, inoltre dal suddetto provvedimento, la capacità della cosca di infiltrare gli apparati pubblici, anche allo scopo di ottenere indebiti finanziamenti e trattamenti giudiziari di favore, come risulta anche dall’arresto di un giudice del Tribunale di Vibo Valentia e di un tecnico comunale che avrebbe esercitato pressioni su un’impresa.[79]

Nell’area in esame si sono inoltre verificati episodi che confermano l’interessamento delle cosche nella gestione dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani”.[80]

In relazione alle proiezioni nazionali dei “Mancuso”, la loro presenza in Lombardia è ampiamente nota. L’11 giugno 2006, a Seregno, i Carabinieri di Monza hanno rinvenuto un vero e proprio arsenale costituito da numerosi fucili mitragliatori, pistole mitragliatrici, armi comuni lunghe e corte, munizioni da guerra e comuni, bombe a mano ed altro, col conseguente arresto nella flagranza di Salvatore Mancuso di Limbadi.

Anche il Servizio Centrale Operativo evidenzia la presenza di “locali” di ‘ndrangheta legati ai “Mancuso” nella provincia di Como e segnala la zona del Friuli Venezia Giulia come luogo di operazioni di riciclaggio riconducibili alla stessa famiglia .[81]

La straordinaria capacità dei Mancuso di infiltrarsi e condizionare la politica e le istituzioni emerge dall’inchiesta denominata “Dinasty 2” del 2006 e relativa al progetto INFRA-TUR. Nella vicenda risalta il ruolo di un magistrato del Tribunale di Vibo quale socio in affari in alcuni investimenti (Il Melograno Village srl) e garante e punto di riferimento delle cosche vibonesi. Un vero e proprio sistema di commistione tra esponenti politici, imprenditori e rappresentanti del clan Mancuso.

6.2 Gli altri gruppi

“Le altre organizzazioni criminali operanti in ambito provinciale, sono:

·                    nel capoluogo, la famiglia “Lo Bianco”, guidata da Lo Bianco Carmelo, gravitante nell’orbita del clan “Mancuso”, dedita alle estorsioni a esercizi commerciali ed imprenditori, all’usura e allo scambio elettorale politico-mafioso.[82] E’ stata, altresì, individuata una costola dell’organizzazione guidata dall’omonimo cugino (cl. 1945), che pur non entrando in netto contrasto con il resto dell’organizzazione, agisce autonomamente sul territorio.

·                    nella zona di Sant’Onofrio e Stefanaconi, le cosche “Bonavota”, con interessi anche nel torinese, e “Petrolo”;

·                    nella zona di Filadelfia e nei comuni limitrofi di Polia, Maida, Curinga, Francavilla Angitola, Pizzo Calabro, San Nicola da Crissa, Monterosso Calabro, Capistrano, la cosca “Fiumara-Anello”, nota per essere stata coinvolta nel narco-traffico internazionale, sin dai tempi dell’indagine “Pizza Connection”;

·        nella zona delle Serre Calabre, dove sono soprattutto diffuse le estorsioni in danno degli imprenditori boschivi, principale fonte di reddito della zona, è egemone la cosca “Vallelunga” (Serra San Bruno, Mongiana, Spadola, Brognaturo, Simbario), ma agiscono e sono radicate anche le famiglie “Emanuele-Maiolo-Oppedisano-Ida” (Gerocarne, Soriano Calabro, Arena, Dasà, Acquaro, Dinami), avversi ai “Loielo-Gallace”; “Mamone” e “Nesci-Montagnese” (Fabrizia); “Tassone” (Nardodipace); “Oppedisano” (Dinami);

·        nel comprensorio del Monte Poro (Comuni di Spilinga, Zungri, Rombiolo, Drapia e Zaccagnopoli), la cosca “Accorinti-Fiammingo”, referente dei “Mancuso”;

·        nel Comune di Filandari, la cosca, di rilevanza minore, dei “Soriano”;

·        a Briatico la cosca “Accorinti” (diversa da quella attiva in Monteporo, ma ad essa legata da vincoli di parentela);

·        a San Gregorio d’Ippona la cosca “Fiarè’” guidata da Rosario Fiarè, collegata ai "Mancuso";

  • a Mileto e San Calogero i “Pititto”, sono i referenti locali dei ‘Mancuso’“.[83]

Di fatto, anche attraverso i legami nei diversi comuni, e le relazioni nei diversi campi di attività sia lecita che illecita, la cosca dei Mancuso esercita una diffusa egemonia su tutta la provincia.

 


 

CAPITOLO IV

 

Metafore della modernità

 

1 Il fallimento dello sviluppo

Percorrendo la Calabria dal Pollino allo Stretto, zigzagando tra le interruzioni dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria e “gustando” i tempi lunghi imposti da lavori in corso infiniti, si può toccare con mano l’effetto del processo distorto di modernizzazione che negli ultimi trent’anni ha trasformato il paesaggio sociale e produttivo della regione.

Capannoni industriali abbandonati e luccicanti centri commerciali, coste stuprate dall’abusivismo e dalla cementificazione selvaggia, campagne moderne e ordinatamente coltivate ed ettari di fondi abbandonati, rare isole produttive modernamente attrezzate e reperti di archeologia industriale, usurati dal tempo, testimoni di uno sviluppo promesso e mai arrivato.

Nonostante l’impegno politico e finanziario profuso nei decenni - dalla Cassa per il Mezzogiorno a tutta la politica degli interventi straordinari - uno sviluppo armonico della realtà calabrese continua a rimanere una chimera, un obiettivo il cui conseguimento spesso si allontana di pari passo con l’avanzare di programmi e progetti di investimento, inesorabilmente frenati anche dalla presa che la ‘ndrangheta mantiene sull’intera economia della regione.

A fronte della fragilità e permeabilità dell’apparato politico amministrativo e della lentezza con cui procedono gli interventi volti ad una sua razionalizzazione e ad un miglioramento della sua efficienza, la ‘ndrangheta ha manifestato, al contrario, una rapida capacità di adeguarsi alle trasformazioni intervenute nel contesto economico e sociale.

Forte del suo atavico radicamento territoriale, mantenuto costante nel tempo, ed irrobustita da disponibilità finanziarie sempre maggiori, ha acquisito una sempre maggiore capacità di condizionamento ed inquinamento degli organi ed apparati amministrativi e politici calabresi.

Esempi emblematici rimangono i casi del porto di Gioia Tauro e dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, grandi, strategiche ed eternamente incompiute infrastrutture, su cui le cosche hanno esteso nel tempo i loro tentacoli sovrastando in alcune fasi il tentativo di contrasto, che pure negli anni ha ottenuto significativi risultati.

In entrambi i casi risulta essersi perpetuato il perverso paradigma in base al quale le infiltrazioni della ‘ndrangheta negli appalti e subappalti per la realizzazione delle grandi infrastrutture con quanto ne consegue in termini di dispersione delle risorse, e di qualità delle realizzazioni, sono state favorite nel corso dei decenni dagli accordi stretti, e spesso raggiunti in via preventiva, tra le grandi imprese nazionali e i capi delle più importanti famiglie mafiose dei territori interessati dai lavori.

Tali patti non si sarebbero potuti stringere in assenza di un sistema di connivenze con gli apparati politico amministrativi.

Le indagini svolte e i diversi processi celebrati nell’ultimo decennio hanno messo a nudo un diffuso atteggiamento di pressoché totale assenza di collaborazione da parte degli imprenditori con le forze dell’ordine e la magistratura, oltreché una piena sudditanza alle varie pratiche estorsive: dal pagamento del pizzo, all’imposizione delle forniture e della manodopera, all’accettazione dell’estromissione da gare di appalto e lavori in favore di imprese riconducibili alle famiglie mafiose.

Su tale costume non ha inciso negli ultimi tempi neanche la posizione assunta da Confindustria Sicilia, che ha finalmente approvato un codice deontologico che prevede l’espulsione delle imprese che non denunciano la loro condizione di assoggettamento a Cosa nostra, né la presa di posizione dei vertici nazionali dell’organizzazione, che hanno invitato i loro iscritti a recidere i rapporti con le organizzazioni mafiose.[84]

È significativa la circostanza, certamente non casuale, che proprio Confindustria di Reggio Calabria sia stata commissariata.

Ma indagini e processi, come sottolineato dalla Direzione Nazionale Antimafia,[85] hanno evidenziato anche il persistere, di un grave problema di infiltrazioni e collusioni tra famiglie mafiose e pubbliche amministrazioni locali. Così spiega il meccanismo un’ordinanza del GIP di Catanzaro del 13/9/2006, emessa nei confronti di appartenenti al clan Mancuso:

“La struttura in esame, inoltre, secondo quanto emerso dalle indagini, è riuscita ad infiltrarsi anche nel settore della pubblica amministrazione, pilota l’assegnazione di gare ed appalti pubblici e quindi beneficia, in modo diretto o indiretto, delle notevoli risorse finanziarie a tal fine stanziate. Dalle indagini è emerso dunque uno spaccato desolante delle attività economiche pubbliche o private svolte nel contesto territoriale sopraindicato: tutte le più significative ed importanti realtà produttive e commerciali appaiono dominate dal potere mafioso che annienta la libertà d’iniziativa economica privata, inquina la gestione della cosa pubblica, in una parola impedisce il reale sviluppo del territorio le cui risorse naturali, lungi dall’essere patrimonio della collettività, in realtà diventano strumento di arricchimento e consolidamento dei componenti del gruppo per cui si procede” ed ancora “I Mancuso erano soliti infiltrarsi ad ogni livello sia economico che politico operando unitamente alle famiglie Piromalli e Pesce sulla zona della Piana di Gioia Tauro. In particolare i Mancuso controllavano tutto il vibonese....”.

 

 

 

 

 

2. Gioia Tauro, Porto Franco

 

La Commissione Antimafia della XV Legislatura per la sua prima missione in Calabria ha scelto simbolicamente di cominciare il suo lavoro d’inchiesta con l’incontro nel porto di Gioia Tauro.

Si sono svolte lì le prime audizioni.

Gioia Tauro ed il suo porto rappresentano la metafora di un processo di modernizzazione senza sviluppo che ha segnato il corso della storia della Calabria da decenni. È alla fine degli anni ’60, infatti, nel vivo di una straordinaria stagione politica e culturale che animò il dibattito meridionalista che ebbe proprio in Calabria protagonisti straordinari, che si afferma la prima grande idea di programmazione degli interventi pubblici. Da allora, tanto tempo è passato ma forse quella, al di là delle diverse opinioni, rimane l’ultima grande idea organica di sviluppo della Calabria. Da quel momento sono cambiate le politiche di intervento verso il Sud al fine di accorciarne il divario dal resto del Paese. Rimane però un dato: la Calabria si colloca agli ultimi posti in tutti gli indicatori di sviluppo, economici e sociali.

Una storia di illusioni e disincanto che ha animato scontri politici e lotte sociali, dibattiti parlamentari e interessi materiali, grandi inchieste giornalistiche ed azioni giudiziarie. Una storia complessa con tanti protagonisti e un convitato di pietra: la ‘ndrangheta.

 

II porto, progettato negli anni ‘60 come porto industriale al servizio del mai realizzato V° Centro Siderurgico, venne inaugurato solo nel 1992 e la sua definitiva destinazione fu quella di terminal-hub per containers, sulla base di un progetto dell’imprenditore Angelo Ravano, legale rappresentante della multinazionale Contship Italia, che mirava a farne il principale scalo di transhipment di containers del Mediterraneo.

Il progetto fu condiviso dal Governo dell’epoca, che siglò con il Ravano un apposito “Protocollo di Intesa”.

Ed in effetti l'attività avviata dalla Contship e dalla sua filiazione Medcenter Containers Terminal (MCT) si è sviluppata a ritmo elevato, fino a far assumere allo scalo, nel 1995, il ruolo leader nel settore del transhipment nell’area mediterranea

Le indagini condotte tra il 1996 ed il 1998 dalla Squadra Mobile e dalla D.I.A. di Reggio Calabria, confluite nel processo denominato “Porto”, e conclusosi con la condanna di numerosi imputati, dimostrano come l’interesse e la volontà della ‘ndrangheta di mettere le mani sulla straordinaria occasione di arricchimento costituita dal Porto si fossero manifestate ancor prima che il concessionario iniziasse la sua attività.[86]

Contestualmente già nella fase ideativa del progetto, si era manifestata la subalternità alla ’ndrangheta della Contship Italia e del suo leader e fondatore Angelo Ravano, con l’obiettivo di realizzare senza ostacoli ed interferenze il suo progetto imprenditoriale.

Ravano mostrava così di considerare l’organizzazione mafiosa non un nemico della libera iniziativa economica, da contrastare e denunciare, ma un interlocutore affidabile e necessario a tutela e garanzia della realizzazione del proprio progetto imprenditoriale.

Il processo, conclusosi nel 2000, ha dimostrato che la realizzazione del più importante investimento di politica-industriale mai pensato per il Sud, era stato preceduto da un preventivo accordo tra la multinazionale diretta dall’imprenditore Angelo Ravano e le cosche Piromalli – Molè di Gioia Tauro e Bellocco – Pesce di Rosarno, allora come oggi dominanti nella Piana di Gioia Tauro, unite in un unico cartello e unitariamente rappresentate nelle trattative dal boss Piromalli.

La circostanza, peraltro, non può suscitare meraviglia, poiché da numerose indagini è emerso come le cosche del reggino, a differenza di quelle radicate in altre realtà territoriali, dopo la fine della guerra fratricida, agli inizi degli anni novanta, avevano dato vita ad una sorta di rete federale ai cui vertici sedevano i capi delle maggiori famiglie, con l’obiettivo di gestire e ripartire tra loro gli affari e dirimere eventuali controversie.

L’accordo prevedeva il pagamento di una sorta di “tassa” fissa di un dollaro e mezzo su ogni container trattato in cambio della “sicurezza” complessiva dell’area portuale. La cifra potrebbe apparire irrisoria ma va rapportata al numero complessivo di containers trattati annualmente, quasi 3 milioni oggi e circa 60.000 all’epoca, per capire quanto essa rappresenti un’enorme fonte di liquidità.

Per gestire l’affare miliardario dell’estorsione alla Contship, secondo i giudici del Tribunale di Palmi, le cosche della Piana, sia le più importanti che le minori, si erano federate in una sorta di “supercosca”.

Il progetto non riguardava solo il pagamento della “tassa sulla sicurezza”, crescente proporzionalmente allo sviluppo delle attività della società portuali, ma anche quello di ottenere il controllo delle attività legate al porto, dell’assunzione della manodopera e i rapporti con i rappresentanti dei sindacati e delle istituzioni locali.

La ‘ndrangheta, quindi, coglieva l’occasione che le consentiva di uscire dalla sua condizione di arretratezza per divenire protagonista dinamico della “modernizzazione” della Calabria.

Il progetto, nonostante l’azione della magistratura, è stato in parte realizzato: esso ha portato, infatti, al sostanziale dissolvimento di qualunque legittima concorrenza da parte di imprese non mafiose o non soggette alla mafia, estromesse dai lavori, dalle forniture, dai servizi e dalle assunzioni di manodopera ed ha introdotto elementi di scarsa trasparenza nei comportamenti di enti ed istituzioni locali. Tra questi enti spicca il Consorzio per lo Sviluppo dell’Area Industriale che, nei primi anni, era l’unico organo competente in materia di approvazione di progetti, assegnazione di aree, spesa dei finanziamenti etc..

Negli anni a seguire a ciò si sono aggiunti sia la confusione di poteri e competenze tra il Consorzio e la costituita Autorità Portuale sia i conseguenti conflitti tra i due Enti aggravati dall’assenza di controlli e di coordinamento da parte della Regione e degli altri enti locali.

Dagli elementi raccolti da questa Commissione[87] i problemi evidenziati sono ancora oggi irrisolti.

 

Perdura il controllo diretto o indiretto da parte della ‘ndrangheta su buona parte delle attività economiche riconducibili all’area interessata e la capacità delle cosche di utilizzare le strutture portuali per traffici illeciti e anche leciti, di varia natura.

Permangono ugualmente scelte e comportamenti di poca trasparenza degli enti titolari di competenze sull’area portuale e sull’adiacente area di sviluppo industriale.

Tale situazione, se non vi si pone rimedio, è inevitabilmente destinata ad aggravarsi in relazione agli ingenti investimenti che nei prossimi anni interesseranno l’intera area di Gioia Tauro e lo sviluppo dello Scalo:

- costruzione dell’impianto per la rigassificazione del gas naturale liquefatto, cui si accompagnerebbe, la cosiddetta “piastra del freddo”, con l’insediamento di aziende manifatturiere e logistiche legate all’utilizzo del freddo, sottoprodotto dell’impianto principale;

- piattaforma logistica intermodale, destinata a sfruttare le grandi aree disponibili per l’allestimento di molteplici servizi collegati allo scalo merci, che verrebbe collegato a differenziate reti di trasporto;

- hub automobilistico, destinato ad accogliere i veicoli esportati in Europa dalle industrie dell’Estremo Oriente. con relativo adeguamento di tutte le strutture oggi esistenti.

Le cosche Piromalli – Molè, Bellocco- Pesce e le altre ad esse collegate hanno già dimostrato di non trascurare alcun settore economico nelle zone da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi sia dal punto di vista strettamente criminale che da quello finanziario ed imprenditoriale alle nuove opportunità offerte loro sul territorio.

Le attività di intelligence ed investigative hanno dimostrato che gran parte delle attività economiche che ruotano attorno e all’interno dell’area portuale sono controllate o influenzate dalle cosche della Piana, che utilizzano la struttura anche da scalo per i loro traffici illeciti.[88]

Peraltro, come rilevato dalla stessa D.D.A. la fase di pace che caratterizza l’attuale momento storico e l’assenza di manifestazioni eclatanti di violenza verso le imprese può avere una sola spiegazione: le cosche hanno deciso di gestire nel silenzio i grandi affari che si prospettano nella Piana e di continuare a sfruttare nel modo migliore il controllo che esse esercitano sul porto.

Sempre la D.D.A. di Reggio Calabria, con un’indagine condotta assieme ai R.O.S. dei Carabinieri, ha svelato l’esistenza di un gruppo criminale con funzionari infedeli dell’Agenzia delle Dogane, responsabile di controlli doganali irregolari.

Il circuito delle verifiche doganali e dei servizi di intelligence e di controllo dei containers sbarcati – circa 3.000.000 nel 2006 – ha un’importanza strategica per il contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata.

Del resto è l’intera gamma delle attività interne e dell’indotto a subire il condizionamento mafioso: dalla gestione dello scalo alle assegnazioni dei terreni dell’area industriale, dalla gestione della distribuzione e spedizione delle merci al controllo dello sdoganamento e dello stoccaggio dei containers.

Ma il porto offre alle cosche anche un’importante opportunità per diversificare le proprie attività illecite:[89]

- Traffico illecito di rifiuti:

l’indagine “Export” del luglio 2007 condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi ha consentito il sequestro, nell’area portuale di 135 containers carichi di rifiuti di diversa specie e qualità diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord Africa.

Si tratta di un’indagine particolarmente complessa che coinvolge anche le Procure di Bari, Salerno, S. Maria Capua Vetere, Monza e Cassino e riguarda 743.150 Kg. di rifiuti da materie plastiche, 154.870 Kg. di contatori elettrici, 1.569.970 Kg. di rottami metallici, 10.800 Kg. di parti di autovetture e pneumatici, 695.840 Kg. di carta straccia. Rilevantissimo è il numero delle persone indagate con il coinvolgimento di 23 aziende italiane operanti nel campo dello smaltimento dei rifiuti.

 

- Contrabbando di tabacchi:

questa attività sta attraversando, nuovamente, una fase di espansione, e contemporaneamente, una fase di trasformazione dei modelli tradizionali.

La crescita delle vendite illegali di tabacchi coincide con il generale aumento dei consumi mondiali – specie delle zone più povere – frutto dell’intensa opera di marketing delle multinazionali.

I grandi produttori di sigarette, infatti, vogliono recuperare, a livello mondiale, le perdite determinate dalla notevole contrazione della domanda, verificatasi negli ultimi anni nei paesi occidentali, e soprattutto negli U.S.A., in conseguenza dei successi delle campagne antifumo e degli impedimenti legali al consumo sempre più diffusi.

Il 7 giugno 2006, nove tonnellate di tabacco di contrabbando di marca ''Bon'', per un valore di un milione e mezzo di euro, sono state sequestrate dalla guardia di finanza al termine di un’operazione condotta nel porto di Gioia Tauro. Il carico, è stato scoperto all’interno di un container proveniente da Jebel Ali (Emirati Arabi) con la motonave ''MSK Detroit''. Il contenitore carico di sigarette, ma che avrebbe dovuto trasportare giocattoli, era destinato in Croazia.

Il 2 agosto 2006 sono state sequestrate oltre sei tonnellate di sigarette.

Erano nascoste all'interno di un container sempre proveniente da Jebel Ali (Emirati Arabi) e con successiva destinazione Salonicco (Grecia). Il container doveva contenere ''pannelli di cartongesso'' e invece sono state trovate oltre 30 mila stecche di sigarette di marca ''Passport'' per un valore di oltre un milione di euro”.

 

- Traffico di sostanze stupefacenti:

Il porto, come evidenziato dall’operazione “Decollo bis”, rappresenta un nodo strategico per tutte le rotte mediterranee della droga.

Questa operazione portava all’emissione da parte del GIP di Catanzaro di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 112 soggetti, tra i quali alcuni esponenti della cosca Pesce di Rosarno. Nell’ambito della stessa operazione, nel porto di Salerno venivano sequestrati 541 kg. di cocaina, importata attraverso la ditta Marmi Imeffe di Vibo Valentia con destinazione il porto di Gioia Tauro.[90]

L‘operazione è una delle tante che provano come il porto nella fase della massima espansione delle sue attività fosse già utilizzato dalle ‘ndrine come porta d’accesso di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti.

Anche dalle audizioni degli organi a ciò istituzionalmente demandati[91], è emerso che nonostante indubbi progressi in tema di prevenzione e repressione – rafforzamento dell’apparato di contrasto, creazione del Commissariato Straordinario per la sicurezza del porto; Patto Calabria Sicura, stipulato tra Ministero degli Interni, Regione Calabria, Provincia di Catanzaro, Provincia di Reggio Calabria; Programma Calabria - l’area portuale di Gioia Tauro continui a mantenere intatta la sua problematicità.

E’ stato evidenziato, infatti, che il bacino portuale, che oggi movimenta più di 7500 containers al giorno su tratte internazionali ed intercontinentali, e che presenta enormi potenzialità di espansione, necessita del potenziamento dei sistemi di controllo sulle attività che in esso si svolgono.

Nello specifico, il Prefetto di Reggio Calabria ha posto la necessità di una verifica dell’entità – in termini di uomini e mezzi - e dell’efficacia sia della presenza di Capitaneria di Porto che della Guardia di Finanza, in modo da rendere effettivi e capillari i controlli sui movimenti di merci in un’area di così vasta portata, visto che le cosche esercitano un “pacifico e disciplinato controllo del territorio grazie al flusso economico determinato dal sistema porto anche nell’indotto”, con conseguente “rarefazione di manifestazioni violente nella zona”.

Anzi, “l’assenza di attentati o danneggiamenti di alcun tipo nell’area del Porto è il chiaro segnale di un controllo che non ha bisogno di prove di forza per continuare ad aumentare e consolidare il proprio potere”.

Tuttavia il contesto descritto potrebbe essere messo in crisi dall’eclatante e simbolico omicidio del boss Rocco Molè, capo dell’ala militare della cosca Piromalli-Molè, avvenuto nei pressi della sua abitazione, a Gioia Tauro, il 1° febbraio 2008.

La conclusione cui giunge il Prefetto è indicativa delle difficoltà anche degli organi dello Stato nello sviluppo dell’azione di contrasto: in un contesto così pervaso dalla presenza mafiosa, inabissata o dissimulata all’interno del sistema delle imprese e delle attività legali, sul piano della prevenzione generale, l’attività di forze di polizia e magistratura pur di elevatissima professionalità, è insufficiente e occorre attivare una rete di infiltrazione non convenzionale idonea a raccogliere informazioni utili su cui fondare l’opera dei primi.[92]

Conferma che arriva anche dal Presidente dell’Autorità Portuale che ha segnalato due casi inquietanti.

Nel primo caso, nell’ambito di un procedimento finalizzato al rilascio di una concessione demaniale pluriennale richiesta dalla società Meridional Trasporti, l’Autorità Portuale, dopo avere accertato che la società risultava in possesso di certificazione antimafia, acquisiva un’informazione prefettizia che, al contrario, segnalava il pericolo di infiltrazione mafiosa a carico della stessa, mettendo così a nudo un problema più generale che deve far riflettere sull’efficacia reale della stessa certificazione antimafia.

Nel secondo caso, nel corso di lavori già affidati in subappalto all’impresa Tassone – contratto di nolo a caldo – l’Autorità Portuale acquisiva informazioni prefettizie che segnalavano il pericolo di infiltrazioni mafiose a carico del subappaltatore. La conseguente ingiunzione all’appaltatore principale di revocare il contratto di sub appalto, restava, tuttavia, priva di effetto poiché la ditta non veniva allontanata dal cantiere.

La persistente criticità della situazione dell’area portuale è stata evidenziata anche dalla D.A.C. (Direzione Centrale Anticrimine) nella relazione del gennaio 2008 consegnata alla Commissione, che ha evidenziato il riproporsi di segnali allarmanti della persistente presa delle cosche sulle intere attività economiche della piana.

Un’inchiesta conclusa nel 2001 portava, infatti, all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di dieci soggetti tra i quali Carmelo Bellocco e Antonio Piromalli, indagati per associazione mafiosa ed estorsione, ritenuti responsabili di controllare e condizionare con tali mezzi la regolarità delle attività incentrate sul porto di Gioia Tauro.

È particolarmente allarmante che nell’area portuale siano ancora presenti imprese accertatamente mafiose già individuate nel corso dell’indagine “Porto” le quali, ricorrendo al semplice espediente del cambiamento di denominazione o ragione sociale, hanno tranquillamente continuato per anni, e continuano tuttora, ad operare.

In questo contesto è comunque positivo che sia stato rinforzato il dispositivo di contrasto con la creazione di un pool investigativo composto da operatori della Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile di Reggio e del Commissariato P.S. di Gioia Tauro con il compito esclusivo di investigare e fronteggiare le infiltrazioni mafiose nel porto.

La Commissione, pertanto, sulla base dei comuni allarmi lanciati dai soggetti istituzionali ascoltati nelle audizioni, sottolinea il perdurare delle infiltrazioni mafiose nel tessuto economico ed imprenditoriale nell’area portuale e ne evidenzia il peso sociale ed economico, con una capacità delle principali cosche della Piana di intessere relazioni ambigue e pericolose sia con i soggetti economici che con quelli istituzionali.

In relazione a tale quadro, particolare preoccupazione suscita il preannunciato arrivo di ingenti finanziamenti europei, nazionali e regionali.

Lo stesso Dpef del 2007 ha inserito Gioia Tauro tra le aree destinatarie di investimenti particolareggiati.

In questo quadro la Commissione auspica che si determini il massimo sostegno alle forze di polizia ed alla magistratura sviluppando in modo sempre più efficace l’azione di contrasto anche con un migliore coordinamento interforze di tutti i corpi di polizia. Utile potrebbe essere l’impegno degli apparati di intelligence, al fine di acquisire e fornire a polizia e magistratura informazioni altrimenti difficilmente disponibili.

Attività da sviluppare comunque in modo trasparente e sotto il controllo delle istituzioni parlamentari.

E’ altrettanto necessario superare la confusione di poteri e competenze tra Enti ed istituzioni territoriali e regionali causa anch’essa della scarsa trasparenza dei processi decisionali e punto di fragilità in cui, come già è avvenuto, più facilmente si annida il pericolo di infiltrazioni mafiose.

Infine, diventa sempre più urgente l’istituzione di una banca dati centralizzata delle certificazioni e delle informative antimafia e la stipula di protocolli che definiscano procedure certe e automatiche per lo scambio di informazioni tra la D.N.A., la D.I.A. e il Ministero degli Interni.

 

 

 

3.     La Salerno – Reggio Calabria

 

Altrettanto emblematico è il caso dell’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria, l’autostrada mulattiera, eterna incompiuta, simbolo materiale della permanenza nel Paese di una storica questione meridionale e della precarietà della condizione della Calabria, eternamente malata, perennemente in “cura” ma costantemente incapace di guarire dei suoi mali strutturali.

L’autostrada, realizzata in meno di dieci anni, tra la metà degli anni sessanta e la metà degli anni settanta doveva unire il Mezzogiorno d’Italia al resto del Paese ed all’Europa, e rappresentare una sorta di via d’uscita dal sottosviluppo e dall’arretratezza.

Per questa sua funzione strategica, considerate le condizioni sociali delle aree interessate, la legge 729 aveva previsto anche l’esenzione dal pedaggio.

La sua costruzione, sebbene portata a termine in tempi accettabili in relazione alla sua lunghezza – oltre 440 chilometri - fu segnata, fin dalle prime fasi, dalla presenza delle organizzazioni mafiose e dal loro intervento, che ne hanno accompagnato la storia infinita fino ai nostri giorni. Come ebbe a sottolineare l’allora Questore di Reggio Calabria Santillo, già in quei primi anni ‘70, le imprese settentrionali vincitrici degli appalti si rivolgevano agli esponenti mafiosi prima ancora di aprire i cantieri: contraevano così una sorta di precontratto per garantirsi la sicurezza e affidare loro le guardianìe, per selezionare l’assunzione di personale e assegnare le forniture di calcestruzzo, e le attività di movimento terra.

Negli anni l’autostrada, che era stata progettata con caratteristiche tecniche rispecchianti la classificazione delle strade dell’epoca, ha manifestato in modo sempre più evidente gravi limiti, inadeguata a sopportare i crescenti volumi di traffico e l’esplosione del trasporto su gomma.

Questi limiti, assieme all’aggiornamento della normativa sulle caratteristiche geometriche delle strade, sulle strutture in cemento armato, sulle aree sismiche, sulla stabilità dei pendii e sui parametri di sicurezza, hanno reso necessaria la sua riqualificazione.

Così, dal 1997, sono perennemente in corso lavori di ammodernamento ed ampliamento della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici nazionali ed europei interminabili, con continui incrementi delle previsioni di spesa e relativi aggiornamenti dei bandi di gara.

Un affare senza fine di cui non poteva non occuparsi oltre alla ‘ndrangheta anche la magistratura.

La prima inchiesta, denominata “Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,[93] nel 2002 portava all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali imprenditori, capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas. Con la stessa ordinanza venivano sequestrate diverse imprese attive nei lavori di movimento terra, nella fornitura di materiali edili e stradali e nel nolo a caldo di macchine.

La seconda, più recente, denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria[94] ha portato all’emissione di ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli arrestati, assieme ai capimafia e ai titolari di imprese, compare anche un sindacalista della Fillea – Cgil.

Da entrambe le inchieste emerge un vero e proprio sistema fondato sulla connivenza delle imprese e sulle collusioni e le inefficienze della pubblica amministrazione che, immutabile nel tempo, caratterizza in Calabria, ogni intervento pubblico finalizzato alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali .

E’ opportuno precisare che si tratta di procedimenti in corso e che sui fatti che ne costituiscono oggetto non è stata ancora emessa sentenza definitiva ma, lungi dall’assumere i provvedimenti giudiziari come fonte di verità definitivamente sancita, la Commissione può e deve tuttavia utilizzarne i dati di maggiore interesse che rappresentano anche i più recenti elementi di conoscenza. In ogni caso si tratta di elementi vagliati dall’autorità giudiziaria e, al di là dell’iter processuale, di fatti oggettivamente certi.

Le due indagini hanno preso in considerazione i lavori di ammodernamento dell’autostrada riguardanti due distinte aree territoriali: l’inchiesta della D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel tratto Castrovillari – Rogliano in provincia di Cosenza, la seconda, della D.D.A. di Reggio Calabria, i lavori ricadenti nel tratto Mileto – Gioia Tauro.

Nell’uno e nell’altro, il meccanismo di controllo e sfruttamento realizzato dalle diverse organizzazioni mafiose è lo stesso.

Questa omogeneità di comportamenti è stata spiegata dal collaboratore Antonino Di Dieco, un commercialista che negli anni aveva assunto un ruolo di primo piano nelle cosche del cosentino ed era poi divenuto il rappresentante della famiglia Pesce nella provincia di Cosenza, il quale ha riferito come tutte le principali famiglie, i cui territori erano attraversati dall’arteria autostradale, avevano raggiunto tra loro un accordo per lo sfruttamento di quella che costituiva una vera miniera d’oro.

L’accordo prevedeva una sorta di predefinizione delle procedure applicabili ed una ripartizione su base territoriale delle zone di competenza con i relativi “pagamenti” secondo il seguente schema riferito dallo stesso Di Dieco:

- le famiglie della sibaritide, con quelle di Cirò, per il tratto che andava da

Mormanno a Tarsia;

- le famiglie di Cosenza, per il tratto che andava da Tarsia sino a Falerna;

- le famiglie di Lamezia (Iannazzo), per il tratto che andava da Falerna a

Pizzo;

- la famiglia Mancuso per il tratto che andava da Pizzo all’uscita Serre;

- la famiglia Pesce per il tratto compreso tra la giurisdizione di Serre e Rosarno;

- la famiglia Piromalli per il tratto rientrante nella giurisdizione di Gioia Tauro;

- le famiglie Alvaro - Tripodi, Laurendi, Bertuca per il restante tratto che da Palmi scende verso Reggio Calabria. Ricostruendo geograficamente le tratte si può quindi affermare che i lavori vanno avanti sotto uno stretto controllo mafioso. Ovviamente questo non è estraneo all’enorme ritardo accumulato dalle imprese per la realizzazione dell’opera moltiplicando i suoi costi. Si è così evidenziato una sorta di “pedaggio” istituzionalizzato, da casello a casello. Questo è quanto avviene alla fine degli anni ’90.

Vent’anni prima, invece, all’epoca della costruzione dell’arteria, il meccanismo denunciato dal Questore Santillo, era il seguente:

- la ‘ndrangheta imponeva senza grandi difficoltà alle grandi imprese affidatarie degli appalti – dagli atti processuali citati sono risultate coinvolte imprese quali la Asfalti Syntex SpA; la Astaldi Spa; l’A.T.I. Vidoni – Schiavo; la Condotte SpA; la Impregilo SpA; la Baldassini & Tognozzi Spa - le funzioni di capo area o direttore dei lavori a soggetti graditi alle cosche, i quali si curavano di mediare le richieste mafiose e portarne l’esito a buon fine. Ecco di cosa si trattava:

-pagamento di una percentuale del 3% sull’importo complessivo dei lavori;

-assunzione di lavoratori in cambio del controllo sui loro comportamenti.

A riguardo risulta assai significativo che l’ordinanza di custodia cautelare abbia raggiunto tale Noè Vazzana, indagato per avere fatto parte dell’associazione mafiosa nella sua qualità di sindacalista, favorendo l’assunzione di lavoratori del luogo (legando così gli stessi all’associazione da un punto di vista clientelare in un’area ad altissimo indice di disoccupazione) e garantendo che sui cantieri di lavoro non vi fossero lotte o problemi sindacali;

-affidamento dei subappalti a proprie imprese o imprese da esse controllate, provvedendo all’emarginazione di quelle non disposte a rientrare nel quadro predefinito dalle cosche;

-imposizione di forniture di materiali di qualità inferiore a quella prevista dai contratti a fronte di prezzi invariati.

Questo meccanismo, che si è ripetuto del tutto identico a distanza di anni, funzionava alla perfezione, in primo luogo, per la sostanziale adesione delle imprese appaltanti che, dopo avere trattato e dopo avere accolto le richieste estorsive, si davano da fare per farvi fronte ricorrendo al sistema delle sovrafatturazioni, o consentendo l’apertura dei cantieri in subappalto prima ancora che questi fossero autorizzati dalla stazione appaltante principale.

Ma, ciò era possibile, anche per la sostanziale assenza di controlli quando non per la connivenza, da parte degli organi ad essi preposti: in particolare il Responsabile Unico del procedimento ed il Direttore dei lavori, entrambi espressione della Stazione appaltante, in questo caso l’Anas, Ente Pubblico Economico (art. 1 dello Statuto D.P.R. 242 del 21/4/1995), che sarebbe stato obbligato al rigoroso rispetto della normativa in materia di lavori pubblici.

Ovviamente il problema delle infiltrazioni mafiose non è limitato all’autostrada A3, che pure ne rappresenta il caso emblematico, ma riguarda l’intero settore dei lavori pubblici in Calabria e nella fascia tirrenica del reggino in particolare, in cui le famiglie Piromalli –Molè e Bellocco – Pesce possono vantare una lunga tradizione.

Infatti, come riferito dalla D.A.C. nella relazione citata, già nell’anno 2002 a conclusione di un’inchiesta della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, era stata emessa ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 43 indagati appartenenti alle cosche predette, per reati analoghi a quelli relativi ai lavori autostradali commessi in occasione di appalti pubblici per lavori interessanti l’intero versante tirrenico della provincia di Reggio.

Nel luglio 2007, a conclusione di un’altra inchiesta della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, è stata eseguita ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 16 indagati, appartenenti alla cosca Crea, storica alleata dei Piromalli di Gioia Tauro e degli Alvaro di Sinopoli, responsabili, tra l’altro, di avere ottenuto il controllo di appalti pubblici nel comune di Rizziconi (RC) attraverso la diretta assegnazione di lavori ad imprese riconducibili alla locale famiglia.

Che il problema sia diffuso e radicato e che nessuna parte del territorio calabrese né sia esente, è testimoniato inoltre da due inchieste condotte dalla Procura Distrettuale di Catanzaro e dalla Procura della Repubblica di Paola, che hanno portato al sequestro del porto di Amantea ed al sequestro del porto di Cetraro, strutture entrambe controllate dalla ‘ndrangheta e non solo per gli interessi sugli appalti riguardanti il loro ammodernamento ma anche per le opportunità che i porti, anche quelli a vocazione diportistica, offrono ormai per lo sviluppo dei traffici illeciti.[95]

 

Dalla situazione descritta emerge che le cosche, facendosi esse stesse imprenditrici, o controllando in modo diffuso e capillare il settore degli appalti e dei lavori pubblici e privati, condizionano il mercato del lavoro, segnato in Calabria da una debolezza strutturale e di conseguenza esercitano un condizionamento sociale diffuso capace di incidere sui diversi livelli istituzionali e sulla pubblica amministrazione.


 

 

CAPITOLO V

Economie parallele

 

1. Una holding criminale

Non si possono comprendere la forza della ‘ndrangheta, la sua diffusione, il suo radicamento nella regione e l’espansione delle sue attività al nord ed all’estero, se non se ne coglie in profondità la natura di grande holding economico-criminale. La storia degli ultimi decenni ha mutato e segnato il corso di questa evoluzione da mafia arcaica a mafia imprenditrice a centrale finanziaria della globalizzazione. Mantenendo sempre come un tratto costante, il controllo maniacale, quasi ossessivo, del territorio e delle strutture sociali ed economiche ad esso riferite.

Anni di trasformazioni e di interventi per lo sviluppo segnati da grandi flussi finanziari dello Stato e dell’Unione Europea destinati alla Calabria hanno accompagnato questo salto di qualità, la cui evoluzione si era già sperimentata, dopo i primi anni ’70, col controllo degli appalti per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e l’insediamento industriale nell’area di Gioia Tauro.

Per questo vanno colti i nessi tra le dinamiche del processo di modernizzazione della Calabria e le ragioni del suo mancato sviluppo economico, produttivo, sociale e civile, e in questo doppio processo va individuato il ruolo che la ‘ndrangheta ha avuto nel drenare risorse immense aggredendo, attraverso la permeabilità della macchina amministrativa e della politica, la cosa pubblica ed il bene collettivo.

Il Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno presentato nel 2007, nella parte che riguarda la Calabria, presenta il quadro di una regione con un p.i.l. pro-capite di 13.762 euro, pari al 54,6% del p.i.l. pro-capite del Centro-Nord Italia, un tasso di disoccupazione di circa il 13%, un’economia sommersa, in crescita, pari al 27% e lavoratori irregolari, ancora in crescita, per oltre 176.000 unità.

Dallo stesso Rapporto risulta che le imprese che pagano il “pizzo” nella regione sono 150.000, la metà del totale delle imprese esistenti nella regione, con una punta del 70% a Reggio Calabria.

Qualora corrispondessero alla realtà queste percentuali, basate su stime della Confesercenti, preoccuperebbero meno dei dati relativi ad altre regioni del Sud (secondo i dati, infatti, un terzo delle imprese soggette ad estorsione in Italia ha sede in Sicilia, dove il 70% e talvolta l’80% delle imprese è vittima di estorsioni, mentre a Napoli, nel Barese e nel Foggiano la quota di imprese soggette rispetto al totale è pari al 50%).

Ma è davvero così?

In realtà, la situazione è di gran lunga peggiore e ciò è confermato anche dall’analisi effettuata dai responsabili degli Uffici di Procura della Repubblica sulla base delle risultanze giudiziarie.

Basta il dato dell’usura, che secondo il Rapporto Svimez fa segnare in Calabria la percentuale più alta di commercianti vittime del fenomeno in rapporto ai soggetti attivi: il 30% con 10.500 commercianti coinvolti in regione.

Ma anche in questo caso, il quadro sembra notevolmente più preoccupante se si esaminano i dati emersi dalle indagini giudiziarie.[96]

 

Nell’ambito del distretto di Catanzaro “è praticamente inesistente l’impresa resistente alla criminalità organizzata”.[97] Non esiste, se non in rarissimi casi, la denuncia spontanea all’Autorità Giudiziaria da parte delle imprese vittime della criminalità organizzata semplicemente perché in alcuni distretti del territorio -come quello del vibonese- non esiste la categoria delle “imprese vittime”. Quando non sono direttamente colluse, infatti, le imprese sono acquiescenti alle mire e agli interessi della criminalità organizzata[98] e ciò avviene in tutti gli ambiti economici: imprese agricole (specie nella sibaritide, nell’alto Ionio e nel crotonese), imprese turistiche (nel Vibonese e lungo la costa crotonese), imprese commerciali (nel lametino), grande distribuzione, ma soprattutto nell’edilizia, con un’egemonia mafiosa sull’intero ciclo del cemento.[99]

Nel settore turistico, il meccanismo viene svelato grazie ad uno dei rari casi di collaborazione.

Il rappresentante di Parmatour SpA in Calabria, con una denuncia all’autorità giudiziaria,[100] rendeva note le sistematiche estorsioni in danno di alcuni villaggi-vacanze in Calabria, di proprietà della società. I villaggi turistici erano: il Triton Club di Sellia Marina, Sabbie Bianche di Parghelia (Vibo Valentia) e Baia Paraelios pure di Parghelia. Gli estorsori venivano indicati come incaricati o appartenenti, per il primo villaggio, alla famiglia Arena di Isola Capo Rizzuto e per gli altri due alla cosca dei Mancuso. Nello specifico, l’operatore economico spiegava che gli Arena ritiravano annualmente la somma di 40.000 euro, oltre ad imporre varie assunzioni di parenti ed amici, mentre i Mancuso, preposti al controllo del “corretto” svolgimento delle attività, avrebbero lucrato un contributo del 10% sugli introiti.

Per inciso, in data 28.11.2007, il GIP di Catanzaro ha disposto il giudizio nei confronti dei tre incaricati dei villaggi turistici oggetto delle estorsioni per favoreggiamento, aggravato dalla mafiosità, per avere negato, nel corso delle indagini preliminari, di avere mai ricevuto pressioni estorsive.

 

Sempre legata allo “sviluppo turistico” della costa ionica reggina è l’ultima inchiesta, emersa mentre si conclude la stesura di questa relazione.

Ha portato, tra gli altri, all’arresto dell’assessore al turismo e all’industria della Regione Calabria, Pasquale Tripodi.

L’indagine della D.D.A. di Perugia ha svelato una rete di interessi criminali –dal settore energetico al turismo ai ricorrenti centri commerciali- distribuiti tra Umbria, Calabria e Sardegna.

Colpisce come i terreni scelti per gli investimenti dei propri capitali da parte delle mafie, in questo caso ‘ndrangheta e camorra, siano sempre gli stessi, cioè quelli nei quali non solo si possono ripulire i capitali accumulati illecitamente –centri commerciali- ma anche quelli più utili a procacciare finanziamenti pubblici come gli insediamenti turistici. Colpisce dall’inchiesta l’attività degli uomini della ‘ndrangheta e delle loro imprese per inserirsi nel settore dell’energia idroelettrica, uno campi vitali per lo sviluppo economico e sociale.

Dirà il prosieguo dell’azione giudiziaria delle dirette responsabilità penali dei singoli soggetti coinvolti. La cosa che, invece, non si può tacere riguarda la normalità delle relazioni tra un esponente politico di primo piano del governo regionale e personaggi a capo o diretta espressione delle cosche.

Anche in questo caso non manca il trasformismo: Tripodi è eletto consigliere regionale nelle liste dello SDI nel 2000, ma nel 2005 è rieletto, e diventa assessore, con l’Udeur prima alle attività produttive e al personale e poi al turismo nella prima e seconda giunta Loiero.

L’elemento dell’inchiesta che invece va sottolineato è rappresentato dal voluto ritardo da parte dell’amministrazione regionale nella valutazione dei progetti da finanziare, per lasciare tempo a società ancora da costituire di vedere la luce e di partecipare, col favore del politico di turno e delle cosche, all’accaparramento dei finanziamenti pubblici.

E’ un meccanismo che purtroppo ricorre sovente, pari a quello di non far conoscere i bandi per le gare pubbliche se non nelle ore precedenti la scadenza del termine per parteciparvi, favorendo così in modo apparentemente legale i pochi predestinati all’accesso al finanziamento grazie allo scambio politico-affaristico quando non direttamente mafioso.

 

 

2. Estorsioni e usura

 

L’incidenza della criminalità organizzata, già notevole di per sé, diviene devastante in una regione caratterizzata da un tessuto produttivo estremamente debole e da sempre dipendente dalla politica degli incentivi statali e dalla gestione dei flussi di finanziamento pubblico. Purtroppo, in questo contesto non si è mai espressa una reale volontà delle imprese di affrancarsi dalla forza pervasiva della mafia. Tanto è vero che, per quanto riguarda il pizzo “pagano tutti, commercianti, artigiani e imprese”,[101] Il numero delle denunce è relativo, quasi inesistente l’associazionismo è ancora debole; le associazioni antiracket sono, infatti, meno di dieci, a differenza di quanto accade in altre regioni martoriate dalla presenza della criminalità mafiosa.

Non è un caso che Confindustria di Reggio Calabria sia stata commissariata dai vertici nazionali rendendo ancora più macroscopica la differenza con la nuova direzione della Confindustria siciliana e con le iniziative da essa adottate.

Né si può tacere la vicenda che interessa l’imprenditore Raffaele Vrenna di Crotone il quale, rinviato a giudizio per concorso esterno e associazione mafiosa ha chiesto al giudice il patteggiamento ma, nel silenzio dei vertici regionali e nazionali dell’associazione, continua a mantenere la carica di presidente degli industriali di Crotone e di vicepresidente degli industriali della Calabria.

 

Nel reggino l’usura è diventata ormai una forma di riciclaggio indiretto delle risorse incamerate dalle organizzazioni mafiose attraverso il traffico di sostanze stupefacenti. Ma non bisogna sottovalutare anche la “funzione sociale” che purtroppo l’usura rappresenta su territori controllati dalle cosche ed investiti da forti processi di crisi economica, con le conseguenti difficoltà delle piccole e medie imprese di restare sul mercato.

 

Il sistema di rapporti che lega la ‘ndrangheta alle imprese appare così stretto e generalizzato da non risparmiare neanche le imprese nazionali che in Calabria riescono ad aggiudicarsi gli appalti per le grandi opere pubbliche, solo in quanto entrano o, peggio, contrattano di entrare nel “sistema di sicurezza” affidato alle famiglie mafiose che controllano il territorio e garantiscono l’impresa da incidenti e danneggiamenti in cambio del 4-5% degli introiti. Un vero e proprio “costo d’impresa” aggiuntivo.

Secondo le dichiarazioni di uno dei pochi collaboratori di giustizia vi sono stati casi in cui gli accordi tra cosche e imprese non si limitavano a fissare l’importo dovuto dall’impresa per essere garantita -nel caso specifico il 5%- ma si occupavano anche di come la stessa potesse recuperare quella “spesa indeducibile”. Spesso, tale ‘recupero’ avveniva con l’assegnazione di un piccolo appalto per la realizzazione di un’opera di minor valore.

Casi come questo sono emblematici ma purtroppo non isolati e dimostrano quanto i costi della criminalità, alla fine del ciclo, si ribaltino sempre sulla collettività.[102]

 

 

3. Pubblica amministrazione

 

Alle tradizionali forme di arricchimento e di accumulazione dei profitti la ‘ndrangheta coniuga da sempre il proprio primato nella gestione dei grandi flussi di denaro pubblico.

Le modalità di accaparramento sono varie (appalti pubblici, contributi, frodi comunitarie, truffe in danni di enti etc.) ma hanno come dato comune il condizionamento degli amministratori locali e l’inquinamento della Pubblica Amministrazione.

Le mani delle cosche sulle attività di carattere pubblico rappresentano così un dato costante che spesso assume le forme di una gestione parallela dell’amministrazione della res pubblica, attraverso l’elezione diretta di sindaci ed amministratori locali o il controllo degli apparati amministrativi, dai Comuni alle A.S.L., dalle Asi alle società miste per la gestione dei servizi.

Fondamentale, per la natura stessa della ‘ndrangheta, è il controllo delle istituzioni al livello più immediato del rapporto tra rappresentanti e rappresentati.

È il caso di molti Comuni. Un esempio emblematico è rappresentato dal Comune di San Gregorio d’Ippona. Nell’operazione “Rima” sono stati arrestati tre consiglieri comunali di opposizione, tra i quali l’ex sindaco. L’inchiesta ha evidenziato la capacità della cosca “Fiarè”, satellite dei Mancuso, di penetrare nella pubblica amministrazione. Ancora più inquietante è la vicenda del Comune di Seminara, situato tra la piana di Gioia Tauro e le falde dell’Aspromonte. Alla vigilia delle elezioni amministrative del 27 maggio 2007 si tiene un incontro tra Rocco Gioffrè, capo della ‘ndrina di Seminara e Antonio Pasquale Marafioti, Sindaco uscente del paese e dubbioso sulla sua ricandidatura: “tu ti devi candidare – dice Gioffrè – perché qui decido io e la tua elezione è sicura. Possiamo contare su mille e cinquanta voti e sono più che sufficienti per vincere”.

La previsione si rivela esatta con una precisione da fare invidia alle migliori società di sondaggi: la lista del sindaco Marafioti, una lista civica di centro-destra, vince con mille e cinquantotto voti.

I due non sanno che la conversazione è intercettata dai carabinieri e questo dialogo insieme a tanti altri elementi investigativi, il 17 novembre del 2007 porterà in carcere i due interlocutori e il vice sindaco, Mariano Battaglia, l’ex sindaco al tempo del primo scioglimento del comune nel 1991, Carmelo Buggè e l’assessore Adriano Gioffrè, nipote del boss.

L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha svelato il controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul comune: dalle attività economiche gestite a livello locale alle concessioni comunali, dagli appalti ai progetti di finanziamento con fondi regionali ed europei. Come se non bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del comune. Il sindaco Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della Calabria (Consorzio di 10 comuni tutti più grandi di Seminara, amministrati dai più diversi schieramenti politici, dal centro-destra al centro-sinistra) e dispone di fondi per 20 milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia, invece, è il Presidente del Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il compito della diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila euro tratti dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.

I clan, secondo i magistrati, non possono perdere occasioni così ghiotte per ingrossare le proprie tasche: alle elezioni del 2007 avvicinano uno ad uno gli elettori, pagano il viaggio degli emigrati per il voto, scelgono il Segretario della I° Sezione elettorale che ha il compito del riepilogo delle preferenze.

E che dire del Comune di Filandari dove, il controllo del territorio arriva “al punto da imporre le tasse sui mezzi di trasporto che ne attraversano le strade”.[103]

Sono solo alcuni esempi di una situazione molto più diffusa, di quanto si possa immaginare e di quanto gli stessi media non raccontino.

 

Ma in Calabria si arriva anche al paradosso.

Il rampollo della famiglia mafiosa più importante della Piana, (sentenza del Tribunale civile di Palmi, del 4 luglio 2007) Gioacchino Piromalli, di 38 anni, è condannato al risarcimento di 10 milioni di euro a favore delle amministrazioni comunali di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando di Rosarno. E’ una sentenza storica frutto della costituzione di parte civile di queste amministrazioni al momento di avvio del processo “Porto”.

Dopo la condanna Piromalli, che è avvocato, dichiara di essere nulla tenente e di poter procedere al risarcimento solo attraverso prestazioni professionali.

Il Tribunale di sorveglianza, come se nulla fosse e come se non conoscesse la reale identità del soggetto, gira la richiesta alle amministrazioni comunali interessate che concordano di accettare il risarcimento come proposto dal Piromalli, rimettendo comunque ogni decisione al Tribunale. La vicenda è ora al vaglio della Procura di Reggio Calabria che ha inquisito i tre sindaci e il vice sindaco di Gioia Tauro per associazione mafiosa “per aver compiuto un atto non di loro competenza per un tipo di risarcimento non previsto dalla legge”.

Al di là delle responsabilità penali resta da chiedere come sia stato possibile che tutti i soggetti, Tribunale di sorveglianza e amministrazioni comunali, abbiano considerato tutto ciò normale, rendendosi protagonisti di una vicenda che ha piegato le istituzioni all’arroganza della ‘ndrangheta.

In questo contesto diffuso di degrado politico e della pubblica amministrazione purtroppo non sono molti i consigli comunali calabresi sciolti per infiltrazione mafiosa e sarebbe utile analizzarne approfonditamente le ragioni.

Eppure la storia dello scioglimento dei comuni, in un certo senso, comincia proprio nella Piana.

 

E’ il 3 maggio 1991, i telegiornali danno notizia di quella che verrà ricordata come la “strage di Taurianova”. Nella cittadina vengono uccise 4 persone. Ad una di esse viene decapitata la testa e lanciata in aria diventa oggetto di un macabro tiro al bersaglio. Il fatto conquista le prime pagine di tutti i giornali italiani e stranieri. Il Governo dell’epoca, nell’ottica dell’emergenza che ha storicamente contraddistinto la storia altalenante della legislazione antimafia, emana il decreto (convertito in legge nel luglio del 1991) con il quale si prevede la possibilità di procedere allo scioglimento dei consigli comunali o provinciali sospettati di essere infiltrati o inquinati dalle cosche mafiose.

Da allora in Italia sono stati sciolti 172 consigli comunali, dei quali 38 in Calabria: 23 in provincia di Reggio, 7 in provincia di Catanzaro, 5 in provincia di Vibo Valentia, 3 in provincia di Crotone. A distanza di alcuni anni, per 3 comuni – Melito Porto Salvo (RC), Lamezia Terme (CZ) e Roccaforte del Greco (RC) - si è reso necessario ricorrere ad un secondo scioglimento. Questo dimostra come la legislazione vigente non è completamente efficace a recidere i legami tra le organizzazioni mafiose ed esponenti del mondo politico e come lo scioglimento non abbia sempre rappresentato e non rappresenti tuttora un’occasione di bonifica della macchina amministrativa che spesso, anche a consigli comunali sciolti, continua a garantire le stesse logiche di governo del territorio, gli stessi interessi e gli stessi contatti con i boss.

Alcuni comuni tra il 2004 e il 2005 hanno fatto ricorso al Tar o al Consiglio di Stato per impugnare il provvedimento di scioglimento e per 5 di essi il ricorso è stato accolto. Si tratta dei comuni di Santo Andrea Apostolo sullo Ionio, Botricello, Cosoleto, Monasterace, Africo e Strongoli.

Osservando le dimensioni dei comuni sciolti, Lamezia Terme, con i suoi 70 mila abitanti, è l’unico di dimensioni elevate e dopo due scioglimenti (30 settembre 1991 e 5 novembre 2002) ha intrapreso la strada di una difficile ricostruzione del tessuto democratico. Seguono altri 2 comuni con una popolazione sotto i 20 mila abitanti, Melito Porto Salvo (30 settembre 1991 e 28 febbraio 1996) e Roccaforte del Greco (10 febbraio 1996 e 27 ottobre 2003), tutti in provincia di Reggio Calabria. Gli altri scioglimenti hanno riguardato comuni non superiori a 5 mila abitanti quando non di piccolissime dimensioni come Marcedusa, Calanna e Camini, inferiori ai mille abitanti.

A conferma della gravissima situazione in alcune realtà il Procuratore Nazionale antimafia Piero Grasso, nell’audizione del 7 febbraio 2007, ha affermato: “in certi paesi come Africo, Platì e San Luca, è lo Stato che deve cercare di infiltrarsi”, sottolineando così la sottrazione di intere aree del territorio calabrese al governo e al controllo delle istituzioni repubblicane.

Quanto ciò incida non solo sul sistema dei diritti e sul bene comune ma anche sulla qualità della vita quotidiana dei cittadini ha “segni evidenti e tipici del governo del territorio da parte di amministratori organici alla mafia o collusi e dunque caratteristiche comuni alle amministrazioni sotto il controllo mafioso sono costituiti inoltre dall’assenza di piani regolatori, dell’assoluta inefficienza dei servizi di polizia municipali, da gravi disservizi nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti, dal dilagante e distruttivo abusivismo edilizio, da gravi carenze nella manutenzione di infrastrutture primarie (strade, scuole, asili), da assunzioni clientelari di personale, da anomalie nell’affidamento di appalti e servizi pubblici, ma, soprattutto, dalle drammatiche condizioni di dissesto finanziario”.[104]

 

 

4. Finanziamenti europei

 

In Calabria e nel suo sistema economico-imprenditoriale tutto dipende dal sostegno e dai finanziamenti pubblici: dalle imprese industriali all’agricoltura, dalla pesca all’artigianato al turismo. Non c’è settore che non si alimenti di “contributi” statali o europei e non c’è impresa nella o sulla quale la ‘ndrangheta non eserciti un suo ruolo ed una sua funzione di intermediazione quando non di gestione diretta.

Il carattere totalizzante delle attività illecite si riverbera negativamente sulla fragile economia calabrese che già soffre di un tasso di povertà del 25% della sua popolazione. Un’economia a più facce, se si pensa che nel 2005 il numero degli ipermercati è cresciuto di 7 unità e che nei 41 istituti di credito operanti nelle province calabresi con 530 sportelli risultano depositati, alla fine del 2006, 10.874 milioni di euro e 171 milioni di azioni[105].

L’utilizzo di fondi pubblici erogati dallo Stato e dall’Unione Europea è storicamente uno dei canali privilegiati di finanziamento e riciclaggio della ‘ndrangheta.

Originariamente il fenomeno nasce come penetrazione mafiosa nel settore degli appalti pubblici, principalmente attraverso il sistema dei subappalti: con essi l’impresa criminale, avvalendosi del suo potere di convincimento con metodi violenti e sfruttando vari meccanismi di riduzione dei costi di produzione (scarsa qualità dei prodotti, ridotto costo della manodopera, facilità di accesso alla liquidità, evasione fiscale e contributiva), è riuscita a garantirsi un facile canale di accumulazione e riciclaggio dei proventi delle attività illecite, nonché a permeare facilmente il settore della pubblica amministrazione.

I dati Istat relativi al totale delle denunce per le quali l’Autorità Giudiziaria ha iniziato l’azione penale per malversazione a danno dello Stato (art.316-bis CP), truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art.640-bis CP), indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (art.316-ter CP) mostrano un incremento costante nel tempo.

A livello nazionale risultano denunciati 28 delitti di malversazione a danno dello Stato nel 2004 e 35 nel 2005; le ipotesi denunciate di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato sono state 421 nel 2004 e 364 nel 2005, mentre le truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni pubbliche sono passate dalle 910 del 2004 alle 1070 del 2005.

Ma guardando alla specifica situazione della Calabria e alla percezione indebita di aiuti da parte di imprese collegate direttamente o indirettamente, alla ‘ndrangheta, il fenomeno emerge in maniera assolutamente allarmante dai primi anni ’90 in poi.

 

Da allora è significativamente aumentata la quantità di risorse pubbliche a disposizione del sistema delle imprese:[106]

·        la legge 488/1992[107]

·        Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) per il periodo 1994-1999;

·        programma comunitario “Agenda 2000”;

·        ed oggi il nuovo QCS 2007-2013.

I volumi di risorse pubbliche trasferite in Calabria sono particolarmente elevati e di assoluto interesse per la ‘ndrangheta, sempre più proiettata ad accaparrarsi finanziamenti pubblici e rinsaldare rapporti con pezzi del mondo politico e imprenditoriale.

Per fornire un’indicazione quantitativa delle risorse trasferite in Calabria, si pensi che nel periodo 2000-2006 era prevista un’utilizzazione di risorse pubbliche a valere sul POR per € 4.019.295.000,00.

Tali risorse, secondo i documenti di programmazione, sono state ripartite su sei Assi prioritari,[108] corrispondenti alle grandi aree di intervento che il POR assume come riferimento nel definire le scelte di investimento da realizzare nel periodo di programmazione. All’interno di ciascun asse, ognuno dei quali ripartito in misure, sono i soggetti attuatori (in primo luogo l’amministrazione regionale, e le amministrazioni locali) a predisporre dei bandi pubblici con i quali vengono concessi gli aiuti alle imprese. I settori sono i più disparati: dall’industria, al commercio, all’agricoltura, al turismo, alla formazione professionale, alla pesca.

Analogamente appare quantitativamente significativo il quadro finanziario per il successivo periodo 2007-2013, con una previsione per la sola Calabria € 1.499.120.026,00 per il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Fesr), € 430.249.377,00 per il Fondo Sociale Europeo (Fse),[109] oltre alle risorse per l’agricoltura individuate in complessivi € 1.084.071.304,00.[110]

 

Rispetto a tali trasferimenti va ricordato che nel 2005 le irregolarità e le frodi al bilancio UE comunicate con riferimento alla Calabria assommavano a complessivi € 14.475.260,60, di cui € 13.135.878,83 ai danni del Fesr, € 752.792,18 ai danni del Fse, € 493.548,59 ai danni del Feoga ed € 93.041,00, ai danni dello Sfop.

 

Nel 1° semestre 2006 si è poi registrato un incremento considerevole delle irregolarità e delle frodi nelle Regioni meridionali e, in particolare, in Calabria, le frodi al bilancio UE nei primi sei mesi del 2006, hanno raggiunto nella regione la cifra di € 10.881.611,87, quasi interamente a carico del Fesr (€ 10.660.627,28).[111]

A fronte di questo scenario, le disfunzioni delle amministrazioni pubbliche territoriali, aggravate da un più elevato livello di corruzione rispetto ad altre aree del Paese, e dalla carenza totale di controlli interni al procedimento di erogazione, costituiscono la leva per l’infiltrazione mafiosa nella stessa attività di gestione dei fondi, fenomeno addirittura più preoccupante dell’acquisizione indebita da parte di imprese legate all’organizzazione.

In effetti il livello di pericolosità dell’organizzazione criminale appare direttamente proporzionale alla sua capacità di gestire, attraverso propri affiliati o sodali “esterni”, la stessa erogazione dei fondi pubblici, affidata a strutture amministrative regionali e locali. Ne sono indicatori la maggiore permeabilità delle amministrazioni territoriali alle infiltrazioni di tipo mafioso, con la presenza di affiliati alle cosche e l’elevato numero di delitti di pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, legati anche a denunce parallele per il reato di cui all’art.416-bis codice penale.

 

A tal proposito nell’audizione dinanzi alla Commissione in data 7 febbraio 2007, il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha dichiarato che “per quanto riguarda la procura di Reggio Calabria, il dato registra 5 procedimenti penali a carico di consiglieri regionali per violazione della legge n. 488 del 1992 e 5 procedimenti penali a carico di consiglieri regionali per reati comuni, comunque diversi dai reati di mafia”. Le indagini condotte “… hanno portato anche all'arresto di dieci esponenti della cosca Crea di Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, ritenuti responsabili di associazione mafiosa, truffa e quant'altro, nell'ambito della legge n. 488. Come abbiamo visto, anche dei consiglieri regionali sono indagati per questo reato”.

Quando la caduta di credibilità della Pubblica Amministrazione dovuta a carenze ed inefficienze croniche si coniuga con l’aggressività dei sodalizi criminali che controllano in maniera maniacale il territorio, le organizzazioni mafiose giungono ad “occupare” il tassello di Stato più vicino ai cittadini determinando la morte delle regole di convivenza civile e del principio di legalità democratica e repubblicana.

 

 

5. Una spesa senza controllo

 

Nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2007 della Corte d’Appello di Catanzaro, si ricordava come “le risultanze investigative acquisite hanno evidenziato la percezione indebita di contributi statali e comunitari secondo artifici e raggiri sostanzialmente sempre analoghi, che possono cosi sintetizzarsi: falsità delle dichiarazioni attestanti l'effettivo stato di avanzamento dei lavori; carattere fittizio delle fatture presentate a comprovare i costi sostenuti per i lavori dichiarati; falsi contabili per fare apparire eseguiti aumenti di capitali in realtà mai avvenuti; presentazione di indebiti rimborsi Iva agli Uffici finanziari competenti”.[112]

Analogamente nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2007 presso la Corte dei Conti è stato evidenziato come “nel corso del 2006 hanno assunto rilievo i giudizi di responsabilità amministrativa relativi a danni erariali connessi ad indebita od irregolare percezione di fondi comunitari o a mancato recupero di contributi erogati nell’ambito dei programmi di interesse comunitario; il fenomeno in questione nella Regione Calabria è estremamente esteso con una percentuale di molto superiore alla media nazionale.

Attraverso meccanismi illeciti e truffaldini, importi particolarmente elevati di fondi della Comunità Europea vengono distratti dalla loro destinazione originaria, ovvero vengono concessi a favore di attività imprenditoriali inesistenti con grave nocumento per l’economia e per l’imprenditoria calabrese”.[113]

Peraltro, l’esistenza di numerose frodi ai danni del pubblico erario, perpetrate tanto da singole imprese, quanto da imprese stabilmente legate ad organizzazioni criminali e consorterie di ‘ndrangheta, è reiteratamente stata segnalata dalla Corte dei Conti. La normalità di questo meccanismo corruttivo è possibile anche per l’assoluta insufficienza dei vigenti sistemi di prevenzione di tali reati, senza che, tuttavia, negli anni in cui sono arrivati questi fiumi di denaro pubblico nessuna amministrazione, locale e regionale, di qualunque segno e orientamento politico, si sia fatta carico di rafforzare gli strumenti di controllo.

In particolare, la Sezione Affari Comunitari della Corte dei Conti ha approvato con deliberazione 2/2007 del 21 febbraio 2007, una relazione concernente “Irregolarità e frodi in materia di Fondi strutturali con particolare riguardo al Fesr nelle Regioni Obiettivo 1” che reca una specifica attenzione al fenomeno delle frodi in Calabria. Inoltre, la Sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la Calabria ha approvato con deliberazione del 27 giugno 2006, una “Relazione sul funzionamento dei controlli regionali sui fondi comunitari (Por Calabria)”.

Tali relazioni, che hanno tenuto conto dei dati acquisiti negli anni 2005 e 2006, ma che sono temporalmente riferite ad una più lunga serie storica, hanno evidenziato come il problema fondamentale sia rappresentato da carenza, inefficienza ed insufficienza di controlli sulle erogazioni, dall’approssimazione nella formazione dei bandi e nella stessa gestione della procedura comparativa.[114] Tali carenze dipendono fondamentalmente dall’assenza di una normativa nazionale e comunitaria che affidi ad organismi pubblici e terzi le procedure di controllo.

A livello nazionale con la modifica del Titolo V della Costituzione nel 2001 sono stati soppressi i controlli preventivi di legittimità, affidati ad appositi organi statali e regionali, rispettivamente sugli atti delle regioni e degli enti locali, senza che sia stata predisposta una rete di controlli nuova ed efficiente. Il risultato è stato quello di rendere permeabili ed esposte alle infiltrazioni mafiose le procedure di aggiudicazione poste in essere dagli enti territoriali, con atti praticamente esenti da un controllo di legalità, prima che di legittimità.

 

Altrettanto inutili si sono rivelati i controlli interni alle amministrazioni, cui, il legislatore, già con le riforme “Bassanini” del 1997, aveva demandato la verifica della legittimità dell’attività amministrativa.

Infatti, i controlli interni prevedono che sia l’amministrazione controllata a nominare e retribuire i controllori. Come è evidente un meccanismo simile non demarca alcun confine tra controllore e controllati, anzi è proprio questo sistema che favorisce le sistematiche appropriazioni di risorse pubbliche da parte delle cosche.

Analogamente inutili e dispendiosi si sono rivelati i controlli sulle procedure di aggiudicazione di aiuti per i fondi comunitari e la legge 488, affidati, con notevole esborso di risorse pubbliche, a società private esterne, retribuite sempre dalla stessa Regione Calabria.

E’ possibile che tutto ciò avvenga senza una precisa volontà politica tesa a rendere la gestione dei flussi meno rigida e trasparente?

Anche a monte delle procedure di aggiudicazione si evidenziano lacune nel sistema di gestione amministrativa che, sempre più spesso, consentono a soggetti spregiudicati, anche inseriti in compagini di ‘ndrangheta, di accaparrarsi fondi.

In questo contesto si rivela particolarmente vulnerabile, ma si dovrebbe definire una “beffa istituzionalizzata”, il meccanismo delle autocertificazioni che vengono richieste alle imprese, sia per quanto riguarda i propri dati di affidabilità e serietà reddituale e fiscale, sia per quanto riguarda le garanzie patrimoniali e reali, sia, infine, per quel che riguarda la stessa fattibilità dell’investimento proposto. Risulta infatti che i procedimenti di aggiudicazione si basano esclusivamente su dichiarazioni provenienti dalle imprese proponenti, senza che vengano svolti, nemmeno a campione, approfondimenti e verifiche da parte delle amministrazioni aggiudicatrici, volte a verificare, almeno, il possesso dei requisiti e delle garanzie minime richieste dai bandi di gara.

Addirittura, nei procedimenti di concessione di finanziamenti pubblici non risultano nemmeno applicate le disposizioni in materia di verifica preliminare dei requisiti delle imprese, previste dagli artt. 38 e segg. e 48 del codice degli appalti (d. lgs. 163/2006). Infatti i regolamenti comunitari lasciano alla discrezionalità delle Regioni il compito di disciplinare i procedimenti di controllo sull’erogazione dei fondi e sulla formazione dei bandi di gara, con il risultato che la Regione Calabria ed il Ministero dello Sviluppo Economico, rispettivamente gestori dei fondi UE e di quelli previsti dalla legge 488, non ritengono di applicare le regole del codice degli appalti anche alle procedure ad evidenza pubblica per la concessione di finanziamenti ed aiuti. E tutto questo in una regione dove l’esposizione alle infiltrazioni mafiose consiglierebbe un rigore e una rigidità dei meccanismi di trasparenza amministrativa tali dal mettere al riparo la politica e la pubblica amministrazione da ogni forma di discrezionalità equivoca o condizionabile.

 

In questo senso anche la carenza di una normativa statale di coordinamento appare assolutamente ingiustificata a fronte di un livello di pericolosità delle organizzazioni criminali che si manifesta nell’accaparramento sistematico di risorse pubbliche a valere sul bilancio statale e comunitario.

 

 

6. Il primato nelle frodi

 

Tutto ciò in Calabria determina una potenzialità criminogena nell’intera gestione dei flussi di finanziamento europeo, offrendo alle mafie e alle loro menti finanziarie l’opportunità di intercettare risorse pubbliche e di condizionare e corrompere la Pubblica Amministrazione.

Parallelamente il livello di contrasto alle penetrazioni criminali nel settore dei finanziamenti statali e comunitari alle imprese pare risentire eccessivamente della lentezza dei processi penali, cui consegue una sostanziale impossibilità di procedere al recupero delle somme da parte dello Stato, accertata la velocità degli spostamenti delle somme indebitamente percepite, attraverso i circuiti bancari internazionali da un capo all’altro del mondo.

Si tratta, a questo proposito, di un fenomeno ben noto a livello nazionale e risalente nel tempo, per il quale all’indomani dell’avvio delle verifiche da parte degli organi di Polizia (ben più raramente da parte di quelli di controllo dell’amministrazione erogante) e molto prima di giungere ad un’eventuale sentenza di condanna, le somme percepite da parte dell’imprenditore, attraverso frodi e meccanismi corruttivi, vengono immediatamente ritrasferite nella sua disponibilità personale, di suoi familiari o prestanomi.

Del resto, il sistema bancario calabrese non può essere ritenuto immune da una certa contiguità con le centrali dell’appropriazione indebita di finanziamenti, un vero e proprio circuito finanziario pubblico-privato parallelo. Infatti, a monte la presentazione della richiesta di finanziamento da parte dell’impresa è sempre fondata su dichiarazioni generiche rese da istituti di credito del luogo, con le quali si attesta la solidità patrimoniale dell’imprenditore, dell’impresa o di suoi fideiussori. Tali dichiarazioni – prive di validità giuridica ai fini della costituzione di una garanzia in favore dell’amministrazione erogatrice – sono praticamente una costante di tutte le frodi ai danni del bilancio dello Stato e dell’UE, da oltre un quindicennio: è grave che il sistema bancario, se più volte interessato dall’Autorità giudiziaria, non abbia mai inteso spezzare questo legame perverso con l’imprenditoria criminale o corrotta, considerato, comunque, che dai sistemi di transito della liquidità sui conti correnti “di lavoro” delle imprese, esso ne trae comunque un profitto.

 

Dall’insieme di questi elementi emerge un peggioramento della situazione relativa al 2007, secondo dati ufficiali forniti dalla sola Guardia di Finanza riferiti alle frodi ai danni dello Stato e dell’Unione Europea.

Su un totale nazionale di 259 violazioni riscontrate per frodi a danno del bilancio nazionale, ben 70 (il 37%) sono avvenute in Calabria.

Su un totale di indebite percezioni ai danni del bilancio statale (legge 488) di € 208.328.901,00, ben € 49.290.916,00 (il 23,66%) sarebbero avvenute in Calabria.

Altrettanto grave è la situazione se riferita alle frodi comunitarie, sia nel settore agricolo, che dei fondi strutturali: su un totale di 923 violazioni riscontrate dalla sola Guardia di Finanza, ben 192 hanno riguardato la Calabria, con € 75.379.513,00 di indebite percezioni su un totale nazionale di € 221.186.440,00 (pari al 29,34%).[115]

L’analisi dei dati investigativi e giudiziari fornisce un quadro di preoccupante allarme per l’inarrestabile emorragia di contributi pubblici intercettati dalle cosche.

Per quanto concerne i contributi previsti dalla legge 488/92, ne hanno beneficiato 1.125 società operanti nelle varie province calabresi.

Nel periodo compreso tra il 2000 ed il 2003, l’ammontare complessivo dei contributi erogati è stato di 422 milioni di euro ed in tutti gli otto circondari del distretto di Corte d’Appello di Catanzaro sono stati iscritti procedimenti penali per il delitto di truffa aggravata.

 

 

7. Un caso emblematico

 

E’utile analizzare lo spaccato di alcune società beneficiarie dei contributi pubblici, secondo un’autonoma verifica effettuata dalla D.N.A. nel 2004. Le questioni emerse secondo la Direzione Nazionale Antimafia sono le seguenti:

ž         una ricchezza calabrese costituita dalla disponibilità di enormi capitali e da ingenti disponibilità immobiliari (2.479 fabbricati e 2.260 terreni), in palese contraddizione con l’entità dei redditi dichiarati da molti dei possessori di tale ricchezza;

ž         la concentrazione di tale ricchezza in capo a pochi soggetti. Sul punto è sufficiente rilevare che presso lo studio commerciale di Francesco Indrieri, del gruppo economico Gatto, sito in Cosenza, via Monte San Michele, hanno sede legale o domicilio fiscale 43 società;

ž         la rapidità dell’accumulazione della ricchezza: la società leader del gruppo, Fincom SpA, riconducibile alle famiglie Gatto e Cresciti, che opera come una vera e proria holding finanziaria, è stata costituita a Roma nel 1993 e dall’anno successivo è in continua espansione, con investimenti nei settori più disparati, quali la grande distribuzione alimentare, l’abbigliamento, il settore immobiliare, lo smaltimento dei rifiuti;

ž         le cointeressenze dei rappresentanti dei gruppi economici appena indicati in società in cui rivestono la qualifica di socio soggetti di conclamata appartenenza a noti ambienti criminali. Antonio Giampà, fratello di Pasquale Giampà detto “tranganiello”, ucciso nel 1992 in un agguato mafioso, è socio unitamente ad alcuni suoi congiunti, dell’Eurodis di cui è amministratore unico Santino Pasquale Cresciti, poi incorporata nella Gam s.r.l. di Antonio Gatto ed altri.

Un noto imprenditore di Vibo Valentia, oggetto anche di attentati, possiede quote di partecipazione nella San Pantaleone srl”, della quale risulta socio anche Francesco Mancuso, noto esponente del gruppo criminale omonimo.

Della società G.D.S. s.r.l., con sede in Salerno, è socio anche Salvatore Michele Scuto, figlio di Sebastiano Scuto che ha precedenti per associazione per delinquere di tipo mafioso e secondo la D.N.A. verosimilmente affiliato alla potente famiglia mafiosa dei Laudani di Catania[116]. Attualmente Antonino Giuseppe Gatto, è Presidente del Comitato Direttivo di Despar Italia e cioè dell’Organo che definisce le principali strategie, le scelte e le politiche di Despar Italia sul territorio nazionale. Dello stesso Comitato Direttivo è componente Scuto Salvatore.

Non è superfluo richiamare l’operazione ultimata nel dicembre 2007 da D.I.A. e Polizia di Stato di Trapani nei confronti di Giuseppe Grigoli, considerato il braccio finanziario del ben noto latitante Matteo Messina Denaro. L’imprenditore, che rifornisce i supermercati Despar della Sicilia Occidentale, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ed a suo carico è stato ordinato anche il sequestro di beni e società per un valore di 200 milioni di euro. Su tutta questa vicenda, le cui indagini erano state sollecitate su impulso della D.N.A. e successivamente archiviate dall’ex Procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, si sono aperti nuovi filoni di inchiesta come riferito nell’audizione della D.D.A. di Catanzaro in Commissione Antimafia.

 

 

 

8. Europaradiso

 

Sempre con soldi pubblici, tra Crotone e la Riserva della Foce del Neto, avrebbe dovuto sorgere “Europaradiso”, il più grande complesso turistico e di giochi acquatici del Meridione, sul modello delle mega strutture turistiche andaluse della Costa del Sol. La vicenda è emblematica del grumo di interessi che si possono intrecciare tra gli appetiti delle cosche e poco trasparenti operazioni finanziarie internazionali e come, al di là degli aspetti corruttivi, possano anche alterare gli equilibri ambientali e territoriali piegati agli interessi privati. Il rapporto della Polizia giudiziaria del 21.02.2005 riassume così l’iniziativa:[117]

1.  Il 18.2.2005 alle ore 10,00 presso la Sala Consiliare del Comune di Crotone è stato presentato il progetto di trasformazione di un’area di 10mila ettari prospiciente al mare nel più grande complesso residenziale turistico del Mezzogiorno, con la realizzazione di 120 mila posti letto tra residence ed alberghi e occupazione di 4 mila persone. L’area, ubicata in località Gabella tra Crotone e la foce del fiume Neto, è stata giudicata di particolare interesse turistico per le spiagge ed il clima favorevole, nonché per la presenza di un porto e di un aeroporto sottoimpiegati. Sono stati prospettati investimenti per 5-7 miliardi di euro, che mirano a trasformare questa parte di costa calabrese sul modello della Costa del Sol spagnola.

2.  Il gruppo imprenditoriale che si dovrebbe far carico dell’investimento è rappresentato da David Appel. Le società che gestiranno l’investimento sono:

-         “Europaradiso International” S.p.A. costituita il 10.11.2004 con sede a Crotone via Libertà presso lo studio di un commercialista; figura come amministratore unico Appel Gil, nonché altri cittadini crotonesi di non elevato spessore imprenditoriale.

-         “Europaradiso Italia” s.r.l. costituita nella stessa data e con la stessa sede della precedente; amministratore unico è sempre il citato Appel Gil. I finanziamenti dovrebbero provenire dai Fondi di investimento internazionali (…).

 

Interessato all’esecuzione del progetto di Appel sarebbe un noto personaggio del crotonese, in collegamento con ambienti malavitosi locali e fondatamente sospettato di riciclare, in Italia ed all’estero, il “denaro sporco” per conto della cosca mafiosa Grande Aracri di Cutro. Tali sospetti sono risultati confermati dalle indagini bancarie effettuate dal Reparto Operativo Carabinieri di Crotone e dalla D.I.A. di Catanzaro, che hanno riscontrato movimentazioni finanziarie sui conti correnti del soggetto in questione dell’ordine di milioni di euro senza alcuna apparente giustificazione.

Attualmente il progetto è fermo anche per iniziativa della Regione Calabria. È chiaro che la scelta dell’imprenditore di realizzare a Crotone il proprio progetto (dopo aver fallito su un’isola greca per il rifiuto delle istituzioni locali), oltre a ragioni climatiche era dovuto ad una presunta valutazione di disponibilità “ambientale” verso un’operazione che per realizzarsi non doveva avere vincoli, né rispondere a rigide regole di trasparenza politica e amministrativa.

 

 

9. I patrimoni mafiosi

 

La forte incidenza della vera e propria patologia calabrese nella gestione ed erogazione dei fondi comunitari, legata anche al livello di penetrazione della ‘ndrangheta nelle istituzioni pubbliche, a vario titolo coinvolte nei procedimenti amministrativi di erogazione dei fondi, è ricavabile anche dall’analisi dei casi di frodi complessivamente svolta a livello annuale dall’OLAF.

L’incidenza finanziaria totale delle irregolarità, compresi i sospetti di frode, stimata per l’intera Unione Europea, era stata, nel 2006, di 1.155,32 milioni di euro, con 12.092 irregolarità comunicate da tutti gli stati membri.[118] Il dato inquietante è che nella sola Calabria, con una popolazione pari a circa lo 0,4% di quella europea, si consuma l’1,58% del totale delle frodi ai danni del bilancio comunitario e le indebite percezioni in Calabria ammonterebbero a circa il 6,54% del totale comunitario.

A fronte del quadro appena descritto risulta evidente che il rafforzamento economico e finanziario della ‘ndrangheta è passato anche attraverso una paziente ed incessante opera di appropriazione indebita di pubblici finanziamenti destinati al sistema delle imprese.

Questo costante travaso non è stato e non è sufficientemente contrastato dalle pubbliche amministrazione regionali e locali, anche quando esse non risultano contigue o non favoriscono direttamente le indebite appropriazioni.

Così come, assolutamente insufficiente appare la legislazione in materia di controlli sui procedimenti di aggiudicazione, lasciati esclusivamente al potere di auto-organizzazione delle stesse amministrazioni erogatrici dei finanziamenti, creando un meccanismo di commistione e di autotutela reciproca tra controllori e controllati.

 

Il potenziale economico della mafia calabrese, la capacità pervasiva dei suoi capitali ed il suo dinamismo sui mercati internazionali ripropongono la centralità dell’aggressione alle ricchezze ed ai capitali mafiosi per incrinare la forza delle cosche sul territorio e la loro capacità di conquistare consenso sociale.

Nel corso della XIII legislatura la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia approvò una relazione sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in Calabria in cui veniva posto l’accento sul divario crescente tra ricchezze criminali e numero e valore dei beni individuati, a loro volta di gran lunga maggiori rispetto a quelli posti sotto sequestro ed a quelli poi fatti oggetto di confisca.

L’inchiesta condotta da questa Commissione ha consentito, in più occasioni, di riscontrare il permanere delle difficoltà in cui versa l’azione di contrasto patrimoniale; difficoltà accentuate dalla scelta operata dalle cosche di separare nettamente i canali della conduzione materiale del traffico di sostanze stupefacenti dai canali finanziari (attraverso cui vengono effettuati i pagamenti relativi al traffico di stupefacenti e gli investimenti dei profitti illeciti) e rese plasticamente visibili dall’enorme divario tra beni sequestrati e beni confiscati.

 

È interessante comprendere quanto, nonostante gli sforzi ed i risultati ottenuti dalla magistratura e dalle forze di polizia, di fronte alla potenza economica accertata della ‘ndrangheta sia risibile il livello dell’aggressione ai suoi patrimoni.

Secondo i dati forniti dall’Agenzia del Demanio ed aggiornati al dicembre 2006, sul territorio della Calabria insistono 1.093 beni immobili confiscati dal 1982 al 2006, pari al 15% degli immobili confiscati in totale sul territorio nazionale.

Più in dettaglio, sul totale di 1.093 beni immobili confiscati, la consistenza per tipologie è la seguente:

ž         abitazioni                   562, pari al 51,4% del totale

ž         terreni                        363, pari al 33,2% del totale

ž         locali                         122, pari all’11,1 % del totale

ž         capannoni                   18, pari all’1,6% del totale

ž         altri beni immobili        28, pari al 2,6% del totale

 

Per quanto concerne il rapporto tra il territorio calabrese e l’attività di confisca, i beni immobili confiscati nella regione sono 886, pari al 12% del totale nazionale confiscato.

All’esito di recenti indagini giudiziarie è stato accertato che, sul totale di 1.093 beni immobili confiscati esistenti nel territorio calabrese, oltre 800 sono i beni immobili confiscati nella sola provincia di Reggio Calabria; di essi, poco più di 300 risultano consegnati dall’Agenzia del Demanio alle competenti amministrazioni comunali.

Dall’indagine è emerso che gli immobili confiscati e consegnati a 25 comuni della provincia di Reggio Calabria, compreso il comune capoluogo, hanno avuto la seguente sorte:

-          sono stati assegnati ad enti e/o associazioni con notevole ritardo;

-          alcuni di essi non sono stati mai assegnati ad alcun ente;

-          altri ancora risultano in uso e/o nella disponibilità dei soggetti nei cui confronti lo Stato aveva proceduto alla confisca.

In relazione ai fatti appena riportati in sintesi, sono state accertate responsabilità di rilievo penale a carico di amministratori e funzionari di 25 comuni della provincia di Reggio Calabria,[119] compreso il comune capoluogo. Peraltro, in alcuni casi sono state accertati diretti legami di parentela tra amministratori e funzionari dei Comuni in questione e soggetti appartenenti alla ndrangheta.

Le condotte accertate nel corso delle indagini sono sintomatiche, da un lato, delle difficoltà a rendere efficace un’azione che miri alla sottrazione alle cosche della disponibilità di beni di provenienza illecita; dall’altro lato offrono la possibilità di comprendere quanta resistenza oppongano le organizzazioni colpite da provvedimenti di sequestro o confisca dei beni.

Un esempio dell’arrogante potere esercitato dalle cosche sul territorio anche con riferimento all’azione che lo Stato riesce a portare avanti in questo campo, può essere tratto dal comune di Gioia Tauro, ove sono state riscontrate situazioni in cui soggetti appartenenti a cosche molto forti come quelle facenti capo alle famiglie Piromalli e Molè hanno ancora nella propria disponibilità i beni ad essi confiscati;[120] a ciò si aggiunga l’opposizione e la reazione delle cosche all’assegnazione dei beni confiscati a finalità sociali, come previsto dalla legge 109/1996: a tal proposito, non si può dimenticare, per restare agli avvenimenti degli ultimi tempi, la distruzione dei macchinari e danneggiamenti ai capannoni della cooperativa agricola Valle del Marro - Libera Terra nell’estate del 2007. La cooperativa sorta nel 2004 e animata dal parroco di Polistena, Don Pino De Masi, gestisce 60 ettari di terreno confiscato alle cosche Piromalli Molè e Mammoliti.

I danni subiti per oltre 25 mila euro sono stati però rapidamente risarciti grazie alla solidarietà di associazioni ed istituzioni scattata in tutta Italia.

Simile la situazione per le aziende confiscate alla ‘ndrangheta.

Dai dati forniti dall’Agenzia del Demanio emerge che nel periodo 1982/2006 in Calabria sono state confiscate 59 aziende, pari al 7% del totale delle aziende confiscate su scala nazionale.

Più in dettaglio, la tipologia di beni aziendali confiscati risulta la seguente:

ž         imprese individuali               35, pari a circa il 60% del totale;

ž         società nomi comuni             5, pari all’8,5% del totale;

ž         soc. in accom. semplice        9, pari a circa il 15% del totale;

ž         soc. a responsab. limitata      9, pari a circa il 15% del totale;

ž         società per azioni                  1, pari a circa l’1,5% del totale.

 

Rispetto al dato nazionale si rileva una differenza: la maggior parte delle aziende confiscate, circa il 60%, è costituita da imprese individuali, alle quali si aggiunge circa il 24% di società di persone (s.a.s. e s.n.c.). La media nazionale, invece, evidenzia che il 51% delle aziende confiscate è rappresentato da società di capitali.

Le aziende confiscate operavano nei seguenti settori: costruzioni (16), commercio (18), alberghi e ristoranti (2), agricoltura (14), trasporti e magazzinaggio (3), manifatturiero (2), estrazione di minerali (1), pesca (1), altre attività (2). Questi dati molto parziali indicano la tendenza della ‘ndrangheta ad investire nei settori del commercio, delle costruzioni e dell’agricoltura.

Anche per la Calabria, infine, si confermano i gravi limiti, fino al danno per la credibilità del contrasto ai patrimoni ed alle ricchezze mafiose, dell’azione dell’Agenzia del Demanio nella gestione dei beni. Si ripropone, quindi, l’esigenza di un suo superamento parallelo all’adeguamento dell’intera legislazione sulla materia.

 

 


 

 

CAPITOLO VI

Salute pubblica

 

1. Sanità e corruzione

 

La sanità è il buco nero della Calabria, è il segno più evidente del degrado, è la metafora dello scambio politico-mafioso, del disprezzo assoluto delle persone e del valore della vita.

Il mondo della sanità è importante, innanzitutto, per “l’occupazione che assicura e l’indotto che ne deriva... Di qui gli investimenti della criminalità organizzata, non solo di tipo economico (con la realizzazione di attività imprenditoriali nello specifico settore), ma anche, e soprattutto, su soggetti politici ad essa legati”.[121] Soldi e uomini. Questa è la miscela che fa andare avanti le cose, i capitali veri, animati ed inanimati, di cui dispone la ‘ndrangheta.

         Le parole del giudice reggino sono contenute in un’ordinanza di custodia cautelare in carcere che ha riguardato, tra gli altri, Domenico Crea consigliere regionale in carica, esponente principe del moderno trasformismo calabrese ed italiano, uomo dalle molteplici frequentazioni politiche: nel giro di tre anni è passato dal centro-destra con l’UDC, al centro-sinistra con la Margherita per ritornare al centro-destra con la nuova DC dell’on. Rotondi. E’ stato assessore all’urbanistica e all’ambiente, all’agricoltura e al turismo. E’ passato da un assessorato ad un altro, da un partito all’altro. Un funambolo.

         Sul suo funambolismo è bene leggere quanto scrive il GIP di Reggio Calabria: “La storia politica recente del Crea Domenico, infatti, è costituita da cambi repentini di “casacca”, come quello del transito dallo schieramento di centro destra a quello opposto (e viceversa), a dimostrazione dell’assoluta mancanza di idee politiche, che accompagna soltanto logiche di interesse; di sconfitte elettorali, come quella patita nelle elezioni amministrative regionali del maggio 2005; da brusche modifiche in tutti i rapporti interpersonali, come quelli rilevati nel momento dell’avvenuto provvedimento di surroga del novembre 2005, scaturito a seguito dell’omicidio dell’Onorevole Fortugno. Su tutto emerge in maniera preponderante l’ultima campagna elettorale per le elezioni Provinciali, temporalmente successiva al noto fatto di sangue.

Come emerge dall’ordinanza del GIP, le doti trasformistiche di Crea si esaltano e si realizzano proprio alle elezioni provinciali, allorquando Crea riesce a penetrare e candidare i suoi uomini in una delle due liste promosse dalla Margherita nella quale è confluita l’area dei popolari di cui è riferimento la stessa On. Maria Grazia Laganà Fortugno, impegnata, già in quel periodo, nella battaglia pubblica per avere la verità sull’omicidio di suo marito.

E’ la sanità il centro dell’ordinanza; in questo caso la sanità privata dove le incursioni della ‘ndrangheta, i suoi condizionamenti e le sue infiltrazioni appaiono in tutta la loro devastante profondità al punto che il GIP ha disposto “il sequestro preventivo della società srl Villa Anya, delle sue quote sociali, dell’intero compendio aziendale e del complesso immobiliare in cui è collocata”.

         Ma neanche la sanità pubblica è stata esente da infiltrazioni della ‘ndrangheta. E’ storia di oggi, ma è anche storia di ieri, cominciata tanti anni fa e mai interrotta. A conferma, se mai se ne fosse avvertita la necessità, di una cattiva amministrazione, di irregolarità, di piccole e grandi illegalità, di diffuse pratiche clientelari, di rapporti mafiosi che durano nel tempo.

 

 

2. 1987. Taurianova e Locri: le prime USL sciolte

 

Con due decreti datati 15 aprile 1987 il Presidente della Repubblica stabiliva lo scioglimento delle USL di Taurianova e di Locri. La situazione era arrivata ad un punto di non ritorno. Le relazioni che accompagnavano il decreto erano firmate da Oscar Luigi Scalfaro, all’epoca ministro dell’interno. In modo molto eloquente, seppure sintetico, era descritto quanto era accaduto a Taurianova e a Locri. Ne risultava un quadro davvero desolante ma nello stesso tempo illuminante delle ragioni di fondo che avrebbero permesso alla ‘ndrangheta di dominare quelle realtà.

A Taurianova il presidente del comitato di gestione assumeva direttive ed iniziative “illegittime” e aveva “da tempo informato la propria azione a criteri arbitrari e clientelari. Alla condotta del presidente del comitato di gestione dell’unità sanitaria locale che è stato più volte colpito da gravi condanne penali per fatti connessi alla sua qualità di pubblico ufficiale, ha fatto riscontro, in perfetta unità d’intenti, l’operato non meno illegittimo ed arbitrario degli organi collegiali dell’unità sanitaria locale, i cui provvedimenti – a citare i più salienti – in materia di fornitura, di acquisti, di assunzioni e carriera del personale sono stati adottati con la violazione di ogni procedura amministrativa, con la persistente trasgressione delle norme contabili”.

Ancora più pesante la situazione dell’Usl di Locri dove c’era “un retroscena amministrativo caratterizzato sostanzialmente da ingerenze di tipo mafioso, lottizzazioni ed irregolarità gestionali di ogni genere. La situazione trova così origine nelle numerose azioni di stampo mafioso commesse da componenti dell’unità sanitaria locale e rivolte ad acquisire profitti illeciti con inevitabili danni per la stessa gestione dell’ente. Il condizionamento mafioso si è estrinsecato, oltre che con atti di violenza intimidatoria nei confronti di persone interessate alla gestione dell’unità sanitaria locale o comunque orientate a denunziare le disfunzioni amministrative, anche nello svolgimento dell’attività amministrativa riguardo alle certificazioni richieste dalla legge antimafia per gli appalti di opere pubbliche, e per le stesse assunzioni nell’ente, condizionate dall’appartenenza ad associazioni di stampo mafioso”. A completezza della situazione c’è solo da aggiungere che il presidente era stato tratto in arresto e i membri del comitato di gestione erano stati raggiunti da comunicazioni giudiziarie.

 

 

3. 2006. Locri, il secondo scioglimento

 

A distanza di venti anni da quei fatti, la relazione Basilone,[122] desecretata nel febbraio 2008 su iniziativa di questa Commissione parlamentare, mostra come i fenomeni degenerativi presenti nel 1987 negli anni si siano aggravati, diventando normalità di relazioni interne e metodologia permanente di gestione. L’A.S.L. n. 9 di Locri al momento dell’accesso della Commissione aveva 1.630 dipendenti e 366 medici esterni convenzionati.

Secondo la relazione le attività dell’A.S.L. sono state fortemente condizionate dal tessuto socio-economico e dalle pressioni della ‘ndrangheta. Sull’amministrazione sanitaria “si sono concentrati gli interessi della criminalità e perpetrata una diffusa compressione, se non una forte intimidazione, dell’autonomia dell’ente. Ne è conseguita un’attività dell’amministrazione sanitaria non sempre ispirata ai criteri di buon andamento e di imparzialità, ed anzi spesso ben lontana dalla applicazione delle regole di giusto procedimento di legge perché soggetta alle pressioni che ne hanno compromesso il regolare funzionamento. In generale tale compromissione è risultata evidente proprio, e non a caso, nei settori della spesa e quindi dell’utilizzo delle risorse economiche pubbliche”.

Il sistema perverso era individuato in particolare in alcune pratiche amministrative che mostravano un discutibile approccio alla gestione dei fondi pubblici. Ad esempio, per gli accreditamenti delle strutture private “si è assistito ad un diffuso e sistematico sforamento dei tetti di spesa, che non solo ha determinato un dilagante fenomeno di indebitamento sommerso (rapporto tra prestazioni pagate e prestazioni realizzate a carico del sistema sanitario) della A.S., ma che al contempo ha comportato indebiti vantaggi economici da parte di strutture private i cui soci sono risultati spesso interessati da precedenti penali o di dubbia moralità”.

Dunque, sin dall’inizio la Commissione individuava un punto cruciale nella gestione delle pratiche amministrative che svantaggiava la sanità pubblica e favoriva la sanità privata, con interlocutori che quando non erano diretta espressione delle cosche, erano collocabili in una zona di frontiera con i loro interessi.

Nel solo anno 2004, innovando precedenti prassi di contratti bilaterali l’A.S.L. aveva stipulato contratti multilaterali con 27 diverse strutture private. Per ciascuna struttura avrebbe dovuto acquisire la relativa certificazione antimafia. Ma le certificazioni non erano inserite nel procedimento perché mai, in nessun momento, erano state richieste dall’amministrazione dell’Azienda. Così, nel quadriennio 2002-2005 sono state riconosciute prestazioni di servizi – tra l’altro per importi rilevanti e superiori al previsto – che in presenza della certificazione antimafia prevista dalla legge sarebbero stati precluse.

Alcuni esempi di rapporti con strutture esterne sono eloquenti e soprattutto spiegano quanto è accaduto.

Società Medi-odonto-center con sede a Gioiosa Ionica. L’amministratore unico della società era Domenico Tavernese. Era stato arrestato nel 1993 “per il reato di associazione di tipo mafioso, estorsione ed usura”. Il procedimento penale aveva coinvolto anche appartenenti alla famiglia mafiosa degli Aquino la cui base di attività è il comune di Marina di Gioiosa Ionica. Alla fine delle sue traversie giudiziarie Tavernese è stato condannato per il reato di usura. La relazione “Basilone” dava conto anche delle frequentazioni, andate avanti fino all’ottobre del 2005, dell’amministratore unico con esponenti di vertice della cosca Ursino-Macrì legata agli Aquino. “È da sottolineare la sostanziale inerzia della A.S. che in seguito alla sentenza divenuta irrevocabile, di condanna, non ha mai verificato la sussistenza dei requisiti morali per il proseguimento del rapporto con il laboratorio, che pertanto ha continuato ad erogare prestazione retribuite dall’Amministrazione, peraltro con importi ben superiori a quelli consentiti”.

Il Pio Center, centro di ricerca clinica e patologia medica con sede a Bovalino. Il laboratorio di ricerca è stato interessato da due provvedimenti di sequestro beni nel 2004 “in quanto considerato, dagli inquirenti, facenti parte del patrimonio di Antonio Nirta” di San Luca. Non un boss qualsiasi, ma uno dei capi storici della ‘ndrangheta, protagonista della faida che ha portato alla strage di Duisburg.

Il centro diagnostico sorgeva all’interno di un edificio di cinque piani intestato ad Antonia Giorgi, moglie di Antonio Nirta. Il 96% del capitale sociale è detenuto dal Poliambulatorio Salus S.r.l. le cui quote sociali sono detenute dal medico Maria Immacolata Pezzano cognata di Giuseppe Nirta, figlio di Antonio Nirta. Lo stesso Poliambulatorio ha intrattenuto nel tempo “rapporti convenzionali con l’Azienda Sanitaria di Locri”. Anche in questo caso c’è da registrare “la sostanziale inerzia della A.S. che non ha mai acquisito, come già detto, nessuna informazione o comunicazione antimafia sulla struttura e compagine societaria accreditata, che poi è risultata infatti colpita da misure cautelari”.

         Centro ricerche cardiovascolari per la cardiologia D.A. Cooley con sede a Bovalino. Anche questa società è stata interessata dal sequestro dei beni per la porzione di quota di proprietà di Filippo Romeo di San Luca, socio accomandatario fino al 1999. Il sequestro “è scaturito sulla base dei sufficienti indizi circa l’appartenenza dei preposti alla consorteria mafiosa Romeo-Pelle operante nel territorio di San Luca e zone limitrofe. E’ evidenziato nel decreto di sequestro che i beni riportati nel provvedimento sono di valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati e alle attività svolte dai preposti e comunque riconducibili ad attività illecite. Il provvedimento n.78/2001 emesso dal Tribunale sezione misure di prevenzione di Reggio Calabria sottolinea come “il gruppo in questione, presente massicciamente proprio per il suo ruolo egemone in svariate fette del mercato dell’illecito, al fine di aumentare considerevolmente la sua disponibilità finanziaria ed il suo prestigio, avrebbe dovuto provvedere ad uno spostamento del baricentro degli interessi economici, prima garantiti quasi esclusivamente dai proventi derivanti dai sequestri di persona e dagli appalti, per orientarsi verso nuove fonti di guadagno, quali in particolare il traffico di stupefacenti”. Altri soci avevano precedenti penali e continuavano a frequentare uomini ed esponenti delle diverse famiglie mafiose. Ovviamente quando non erano impegnati ad occuparsi di sanità!

         Non mancano poi le convenzioni con società, associazioni e cooperative, ovviamente “senza fine di lucro”, dove la presenza di uomini legati, direttamente o indirettamente, alla ‘ndrangheta è sicuramente rilevante. Nei primi cinque anni del 2000, secondo la Commissione Basilone, hanno percepito rilevanti somme di denaro.

CO.S.S.E.A. – società cooperativa sociale con sede a Gioiosa Ionica. Le cariche della società erano ricoperte da alcune persone che avevano precedenti penali.

         A.R.P.A.H. – Associazione per la ricerca sulla problematica degli anziani ed handicappati con sede legale ad Africo. In questa associazione le cariche sociali erano ricoperte da persone che avevano molteplici frequentazioni con soggetti gravati da precedenti penali e per reati di tipo mafioso.

        

4. Convenzioni e appalti

 

Altro capitolo particolarmente inquietante dell’A.S.L. di Locri era quello relativo alla remunerazione delle convenzioni con le strutture private accreditate a fornire prestazioni. Il pagamento era regolato da precise norme che in ogni caso prevedevano la riconducibilità della spesa entro il tetto massimo stabilito dal contratto multilaterale.

In realtà il tetto di spesa complessivamente sostenuto nel periodo 2000/2005 è stato pari a “€ 88.227.864,90, e cioè quasi il doppio della spesa massima autorizzabile se calcolata moltiplicando per 6 (e quindi con largo margine di prudenza) il tetto di spesa annuale più prossimo, pari a 8.262.414,90 (limite di spesa annuo 2004). E’ risultato che il numero di interventi pagati nel periodo 2000/2005 sia stato pari a 11.224.919,00 su un campione di popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre il tetto massimo di interventi, autorizzato per l’anno 2004, era di 1.050.634,00. “Particolarmente eclatante – secondo la relazione Basilone - è il caso del laboratorio Fiscer, il cui tetto di spesa autorizzato, nel periodo 2000/2005, è pari a € 10.131.780,00 (dato effettivo 2004 moltiplicato per 6, secondo il parametro teorico di confronto), mentre risultano fatture effettivamente pagate, nel medesimo periodo, per un importo di € 31.544.414,00”. Il direttore sanitario del laboratorio era Pietro Crinò, in passato era stato raggiunto da più procedimenti di polizia.

         Altro punto di notevole sofferenza è quello legato agli appalti, settore cruciale per ogni pubblica amministrazione e storico veicolo di penetrazione della ‘ndrangheta.

“Gli accertamenti compiuti in sede di accesso hanno permesso di ricostruire un’assoluta e probabilmente non del tutto ostacolata disorganizzazione dell’ufficio che avrebbe dovuto occuparsi della gestione degli appalti. Da un lato vi è l’ufficio tecnico che gestisce gli appalti di opere e lavori pubblici, dall’altro l’ufficio provveditorato che a sua volta è disarticolato perché da una parte gestisce le procedure di evidenza pubblica e, con separata struttura, procede agli acquisiti a trattativa privata, plurima o diretta”.[123]

Emerge un quadro davvero impressionante di mala sanità e di evidenti cointeressenze tra amministratori e uomini delle ‘ndrine che si sono realizzate apparentemente grazie al modo volutamente superficiale e distorto di amministrare e di erogare fondi pubblici, in realtà per effetto di un preciso modo di amministrare finalizzato ad abbattere i vincoli di trasparenza e la soglia di legalità, per favorire la permeabilità a vantaggio degli interessi mafiosi. In ciò contando sulla diffusa impunità o sui condoni o sulla depenalizzazione delle diverse leggi finanziarie. Forse solo così è possibile spiegare il diffuso ricorso al sistema di: “acquisto diretto di forniture e servizi; acquisto diretto a trattativa privata”.[124] Inoltre “si è accertata una violazione sistematica della normativa antimafia, con mancata attivazione delle procedure di richiesta di certificazione per frammentazione delle forniture, tali da renderle di valore inferiore ai limiti di soglia richiesti dalla legislazione vigente”.[125]

Tutto ciò, è sempre bene ricordarlo, in una zona come la locride dove esiste una fortissima e storica concentrazione di famiglie e tra le più prestigiose dell’intera ‘ndrangheta calabrese. Le dinamiche criminali del versante ionico hanno confermato la supremazia e la leadership dei locali di Platì, San Luca ed Africo, con le famiglie Barbaro, Romeo e Morabito-Palamara-Bruzzaniti, molto attive nel settore del traffico nazionale ed internazionale di stupefacenti. La famiglia Iamonte controlla i territori di Melito Porto Salvo e Montebello Ionico. A Locri, seppure ancora in guerra, ci sono i Cordì e i Cataldo. Nell’area operano altresì le cosche Nirta, Barbaro, Pelle, Commisso e Mazzaferro. A Marina di Gioiosa Ionica sono presenti le cosche Aquino-Scali, Mazzaferro-Ierinò e Ursino-Macrì. A San Luca sono presenti anche i Giampaolo e gli Strangio, legati ai Nirta mentre i Maesano-Paviglianiti-Pangallo sono presenti a Roccaforte del Greco, S. Lorenzo, Roghudi e Condofuri.

E’ difficile immaginare che gli amministratori e gli esponenti politici di riferimento in una realtà così connotata non sapessero che determinate pratiche, come il ricorso alla trattativa privata e l’acquisto diretto di forniture e servizi, non fossero condizionate dalla presenza delle ‘ndrine né è immaginabile che non conoscessero i titolari e le reali “proprietà” delle strutture di volta in volta, beneficiarie di contratti e accrediti che come si è visto, sono pesantemente inserite nei principali settori economici produttivi e di servizi.

La libertà di mercato, con le sue regole e i suoi attori sociali, non è di queste terre. Né lo Stato e le istituzioni hanno avuto qui la capacità di imporsi. In queste latitudini prevalgono le leggi della ‘ndrangheta anche all’interno dell’A.S.L. dove ha propri aderenti ed affiliati e può contare su un vero e proprio sistema di complicità ed acquiescenze.

Non a caso la Commissione d’accesso ha rilevato che “la gestione degli appalti esaminati è avvenuta con modalità tali da evidenziare una violazione delle regole di evidenza pubblica, e più in particolare delle norme che disciplinano le forme concorrenziali del mercato, poste invece a tutela dell’imparziale scelta del contraente, e nell’interesse dell’Amministrazione. La A.S. ha spesso fatto ricorso a rinnovi o proroghe dei contratti già esistenti, a trattativa privata, eludendo gli obblighi della gara. Il ricorso a tale sistema di gestione è avvenuto in modo troppo frequente da non poter lasciar intendere che l’esigenza della proroga fosse sempre effettivamente conseguente ad una obiettiva ragione di urgenza e non invece ad un deliberato comportamento dell’ente di eludere i principi di legalità. E ciò è confermato dalla circostanza che una volta prorogato il precedente contratto con la motivazione che occorreva garantire la continuità del servizio, l’azienda non provvedeva contestualmente a bandire alcuna gara. Di fatto, sotto le mentite spoglie di una proroga per garantire il precedente servizio, si nascondeva una vera e propria aggiudicazione di un nuovo contratto a trattativa privata”.[126]

Il giudizio è molto duro e va al cuore di un vero e proprio sistema che si ripropone con frequenza e si autoriproduce.

A riprova di tutto ciò, la vicenda dell’affidamento alla Coop. Service, di Locri, del servizio di pulizia di tutti i presidi ospedalieri di Siderno e di Locri. L’incarico è stato affidato a trattativa privata senza che siano stati chiariti i criteri di affidamento e neanche l’importo da corrispondere. “Complessivamente, dall’esame dell’elenco fatture fornito dal servizio ragioneria dell’Azienda Sanitaria, sono stati erogati, nel periodo 2000/2005, a favore della cennata società cooperativa, euro 8.461.383,82”.[127] Ancora una volta, e nonostante la cifra erogata lo imponesse, nessuna richiesta dell’informativa antimafia è stata inoltrata alla Prefettura di Reggio Calabria.

La cooperativa ha una situazione alquanto particolare e tipica delle società di copertura. Infatti i soci-dirigenti sono immuni da “segnalazioni o denuncie di rilevanza penale”, mentre ben diversa è la situazione dei 154 soci dipendenti, dei quali 125 donne e 29 uomini. 85 di loro sono residenti nel comune di Locri, e di questi “ben 23 sono legati da vincolo di parentela diretto, perché figli o addirittura coniugi, con appartenenti di primo piano delle organizzazioni mafiose locali”.[128]

 

 

5. I dipendenti

 

Alcuni esempi ci danno l’idea delle pesanti e profonde infiltrazioni delle ‘ndrine, del condizionamento permanente, quotidiano, sui dipendenti delle strutture ospedaliere, sui degenti e sui familiari in una realtà come quella di Locri dove tutti conoscono tutti:

Domenico Audino, è figlio di Pietro Audino, noto esponente della famiglia mafiosa Cordì;

Anna Maria Pittelli è moglie di Antonio Cataldo “ritenuto dalle forze di polizia uno dei vertici della cosca mafiosa dei Cataldo operante nel comune di Locri e zone limitrofe”. Quest’ultimo è figlio di Nicola Cataldo, ‘boss’ dell’omonima cosca unitamente al fratello Giuseppe. Inoltre Antonio Cataldo è fratello di Francesco con a carico numerosi precedenti penali e di polizia tra i quali quello di associazione mafiosa.

Pasqualina Mollica, il cui coniuge è Pietro Audino. “Lo stesso è ritenuto dagli inquirenti personaggio inserito nell’organizzazione mafiosa dei Cordì di Locri, sospettato di essere specializzato, all’interno del gruppo mafioso, nei furti e negli atti intimidatori. Pietro Audino è stato arrestato nel mese di giugno del 1999 per il reato di associazione di tipo mafioso e scarcerato nel giugno del 2002”.[129]

Sonia Zanirato è convivente con Francesco Cataldo attualmente detenuto per associazione di tipo mafioso. Francesco Cataldo è figlio di Nicola e fratello di Antonio. “Lo stesso è ritenuto capo indiscusso dell’omonimo clan mafioso sospettato dagli organi di polizia di dirigere il racket dei lavori pubblici e privati, nonché di imporre la tangente per i lavori che vengono eseguiti nel territorio di Locri, ricadenti sotto il controllo della famiglia e di dirigere parte del grande traffico di stupefacenti per mezzo dei vari affiliati”.[130]

Antonella Troiano è moglie di Domenico Alecce il quale “fa parte di una famiglia composta da altri cinque fratelli tutti pregiudicati per vari reati. Alcuni fratelli ritenuti dalle forze di polizia socialmente pericolosi sono stati sottoposti a misura di prevenzione. Infatti il clan Alecce a Locri ha assunto una propria fisionomia nell’ambito della criminalità organizzata incutendo timore sull’intera cittadinanza locrese”;[131]

Stella Strati è convivente di Giuseppe Cavalieri “esponente di rilievo del clan mafioso Cordì”;

Maria Schirripa, è moglie di Salvatore Cavallo, “ritenuto dagli inquirenti appartenete al sodalizio mafioso dei Cataldo”. Cavallo è cognato di Aurelio Staltari rimasto ferito in un attentato durante la faida locrese e suocero di Nicola Maciullo, affiliato ai Cataldo;

Loredana Floccari è moglie di Claudio Alì, appartenente alla ‘ndrina dei Cataldo. “Il matrimonio con la propria consorte non ha fatto altro che potenziare l’azione criminale dell’Alì. Infatti Loredana Floccari è figlia di Alfredo capo dell’omonimo clan fino al giorno del suo decesso. La stessa è sorella di Walter Floccari, che annovera numerosi precedenti di polizia, nonché considerato, un elemento socialmente pericoloso facente parte dell’omonimo clan. Le sue vicissitudini giudiziarie hanno avuto inizio dal 6/11/1989 quando è stato, unitamente ad altre persone, tratto in arrestato perché imputato, ai sensi dell’art. 416bis, di associazione finalizzata al riciclaggio di denaro proveniente da sequestro di persona”;[132]

Adele Cataldo è figlia di Michele Cataldo, deceduto, fratello di Nicola e di Giuseppe, capi indiscussi del clan. La stessa è anche sorella di Giuseppe, assassinato nell’anno 2005 nei pressi della propria abitazione di Locri;

Liliana Cataldo è figlia di Nicola Cataldo, “considerato dagli inquirenti braccio destro del fratello Giuseppe nell’organizzazione mafiosa. Inoltre si occupa in prima persona, con l’ausilio dei figli Francesco e Antonio, degli affari relativi alla gestione delle attività illecite e dei relativi proventi. Il Nicola Cataldo a seguito dell’uccisione del cognato Iemma Antonio ha assunto una posizione totalitaria all’interno della cosca dello stesso capeggiata contando su una fittissima rete di favoreggiatori e fiancheggiatori”. Liliana Cataldo è anche coniugata con Paolo Panetta il quale può vantare diversi procedimenti di polizia per estorsione e porto abusivo di armi.

         Anche gli appalti di lavori ed opere pubbliche seguono il meccanismo sin qui descritto che prevedeva come costante il frequente ricorso alla trattativa privata plurima. Naturalmente con simili metodi non mancano le sorprese né le rivelazioni. “Nell’ambito delle procedure a trattativa privata - secondo la relazione citata - si è potuto riscontrare che, molto spesso, sono bandite gare differenti per lavori identici”. Il responsabile dell'Ufficio tecnico dell'Azienda Sanitaria ha motivato in questi termini una procedura che ha tutte le caratteristiche dell'unicità: “le scelte operate in tal senso dall’Ufficio Tecnico, attesa l’esecuzione di due differenti gare per l’aggiudicazione di lavori identici, relativi alle due diverse strutture ospedaliere amministrate da questa Azienda Sanitaria, trovano ragione, nell’opportunità che, in generale, i lavori di importo complessivo non rilevanti, concernenti il presidio di Locri, vengono affidati e quindi eseguiti da ditte di Locri ed analogamente, per il presidio di Siderno, ciò al fine di evitare ‘dispetti’ tra soggetti economici dei due circondari”. Ovviamente in ogni appalto ci si imbatte in parenti diretti di noti mafiosi e questo alla faccia di ogni regola, di trasparenza e legittimità dello stesso bando di gara. ci si imbatte in parenti diretti di noti mafiosi.

Anche sulla questione del personale, materia estremamente delicata, non mancano le anomalie. Nonostante il lavoro svolto dalla commissione di accesso, è stato impossibile definire il quadro certo e preciso del personale. Scrive infatti la relazione Basilone: “Sull’argomento occorre, preliminarmente, evidenziare come la richiesta della Commissione, più volte formulata, tendente ad ottenere il quadro complessivo degli organici relativi alle suddette figure dirigenziali, abbia trovato parziale e non assolutamente esaustivo riscontro da parte dell’ufficio aziendale preposto. Pertanto, stante la mole della documentazione da acquisire e la complessità della medesima, non si è riusciti ad avere uno scenario certo, definito dall’Azienda, con l’identificazione del posto in organico e della relativa figura professionale che lo ricopre. Tale circostanza era, tra l’altro, già stata evidenziata in una relazione ispettiva redatta da un dirigente dell’Ispettorato Generale di Finanza della Ragioneria Generale dello Stato a seguito di una verifica”.

Sembra incredibile, ma né la Guardia di Finanza né la Prefettura di Reggio Calabria sono venute a capo della situazione di profonda anomalia per cui in un’Azienda sanitaria locale lo Stato non è riuscito a far luce sul numero dei dipendenti, sul posto indicato in organico e sulla figura professionale che quel posto è destinata a ricoprire.

E questo senza la presenza della commissione disciplinare mai più ricostituita dopo le dimissioni di alcuni componenti.

Appare evidente che “per garantire il perseguimento dei propri obiettivi, ed il controllo sulla gestione della ‘cosa pubblica’, la pressione sugli organi della A.S. è stata possibile anche per la presenza all’interno dell’azienda di personale, medico e non, legato da rapporti familiari a noti esponenti della criminalità organizzata locale o comunque interessati da rilevanti precedenti di polizia o penali. Tale presenza denota, - continua la relazione - tanto la causa quanto l’effetto dell’ingerenza della criminalità organizzata nella gestione dell’azienda, perché si traduce nella possibilità di imporre dall’esterno le scelte di assunzione o quantomeno, come si vedrà, di impedire lo scioglimento dei vincoli lavorativi, sia al fine di tener sempre sotto verifica, dall’interno le scelte gestionali, sia per poter garantire la tenuta di una gestione clientelare. In questo contesto, infatti, si spiega la mancanza presso la A.S. di una commissione di disciplina del personale”.

 

         Alcuni casi sono particolarmente esplicativi dell’andazzo dei tempi, e danno della A.S.L. di Locri una rappresentazione di zona franca per ogni forma di legalità, di diritto, di morale. La peggiore immaginazione è superata dalla più degradante realtà: esponenti mafiosi con sentenze passate in giudicato che continuano a lavorare nonostante la legge lo vietasse o mafiosi riassunti dopo trenta anni di carcere nonostante l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dipendenti sanitari ospiti delle patrie galere che continuano a percepire ininterrottamente lo stipendio. Sembra incredibile ma è la realtà.

Il primo caso riguarda l’operatore tecnico originario di Locri Giorgio Ruggia. Basta leggere le righe a lui dedicate dalla Commissione d’accesso per avere aperto uno squarcio di estremo interesse. “Il dipendente in parola era già colpito da misura restrittiva della libertà personale, ed era stato sospeso dal servizio con delibera n. 1.180/98 con decorrenza 7.12.1998. Successivamente con delibera n. 377/99 a seguito di un provvedimento con il quale il Giudice per le indagini preliminari ha revocato la misura della custodia cautelare lo stesso è stato riammesso in servizio con decorrenza 19.4.1999. Atteso che il provvedimento prevedeva una misura restrittiva della libertà personale per un periodo superiore a tre anni, con il provvedimento in argomento si è inteso sospenderlo cautelativamente, nonostante la previsione di cui all’art. 5 della Legge 27.3.2001 n. 97, integrato dall'art. 19 comma 1° e l’art. 32 quater del codice penale con cui viene stabilito che la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre anni (per determinati delitti), importa ai sensi del suindicato art. 32 c.p. l’estinzione del rapporto di lavoro nei confronti del dipendente a seguito di procedimento disciplinare. Il D.G. ha ritenuto con la delibera 218/2002 che ‘l’unico provvedimento utile per la tutela delle posizioni sia dell’Amministrazione che dello stesso dipendente può individuarsi nella sospensione cautelare con la corresponsione di un’indennità pari al 50% della retribuzione e gli assegni familiari se dovuti per intero’.

Il provvedimento raggira così la normativa. Ma vi è di più. Il Ruggia è stato condannato con sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria dell’1.2.2001, divenuta irrevocabile il 16.1.2002, a 3 anni ed 8 mesi di reclusione con la pronuncia dell’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Ciò nonostante con delibera n. 890 del 13.10.2004 il Direttore Generale della A.S. riammette in servizio il Ruggia che difatti riprende il servizio in data 18.10.2004, vanificando così la pronuncia giudiziale della Corte di Appello. Il Ruggia attualmente presta servizio presso la A.S.”.

Da dove deriva tanta forza a Ruggia? E’ ben possibile che gli derivi dal fatto di essere “ritenuto ‘vicino’ alla consorteria criminale Cordì attiva in Locri ed in campo nazionale, contrapposta alla cosca Cataldo”.

         Il secondo caso è quello di Femia Resistenza, operatore professionale di Locri assunto nell’anno 1974 e riassunto il 21 gennaio 2004, a distanza di ben 30 anni. Nel periodo tra le due assunzioni Resistenza era stato arrestato per associazione mafiosa, per traffico di stupefacenti ricettazione ecc. Con sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria, in data 14.06.1999 irrevocabile nel 2000 Resistenza è stato condannato ad anni 10 e mesi 6 di reclusione e lire 60.000.000 di multa, interdizione perpetua dai Pubblici Uffici e libertà vigilata per anni 3. Ciò nonostante è stato riassunto. Era stato tratto in arresto per l’operazione antidroga denominata Onig. E’ rimasto in carcere dal 1994 al 2003. Era ritenuto un esponente di livello della cosca Macrì di Siderno. Ma per l’A.S.L. di Locri l’interdizione perpetua dai pubblici uffici non esiste.

Il terzo caso è quello dello psicologo Pasquale Morabito originario di Bova Marina. Con “delibera del Direttore Generale n. 250 dell’11.4.2002”, veniva estinto il rapporto di lavoro presso la SAUB di Bovalino, a far data dall’1.11.2001. “Dalle motivazioni poste a supporto del provvedimento si evince che il predetto è risultato assente dal servizio fin dal 1992, pur continuando a percepire regolarmente lo stipendio di competenza. Le ragioni di tale assenza sono da ricercare nella circostanza che il Morabito nel 1996 era stato condannato dalla Corte di Appello di Messina, con sentenza passata in giudicato nel 1997 a 6 anni ed 8 mesi di reclusione, con pronuncia di interdizione legale per la durata della pena, per il reato di partecipazione ad associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti in concorso. In data 11.6.1999, con sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria, divenuta irrevocabile il 16.10.2000, il Morabito veniva condannato a 8 anni di reclusione, con la pronuncia dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416 bis. Occorre al riguardo rilevare che l’Azienda, a seguito della privazione della libertà personale, aveva sospeso dal servizio il Morabito, con conseguente riduzione dello stipendio in applicazione della normativa all’epoca vigente. La sospensione è durata per tutto il periodo del primo quinquennio di detenzione, dopodiché la A.S. anziché prendere atto dello stato di perdurante detenzione, e comunque ignorando che il Morabito non era in servizio, ripristinava l’erogazione dello stipendio per intero. In sintesi, la A.S. ha erogato l’intero trattamento stipendiale, in favore di un dipendente che non prestava servizio perché detenuto. Per di più, tale situazione è perdurata anche dopo la sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria del 1999 che pronuncia l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il provvedimento di cessazione dal rapporto interviene tardivamente nel 2002, e fino a quel momento l’Azienda ha proseguito nell’indebito pagamento, per il quale, peraltro non ha nemmeno avviato azioni di recupero”.[133]

Pasquale Morabito ha parecchi precedenti penali, è stato coinvolto nell’operazione Tuareg ed è stato varie volte condannato: nel 2001 il Procuratore Generale della Repubblica di Reggio Calabria, determinava la pena da eseguire in anni 8, mesi 1 e giorni 11. Inoltre le forze di polizia lo ritenevano “inserito a pieno titolo nel clan mafioso denominato Speranza-Palamara-Scriva che da tempo è contrapposto nella cruenta e sanguinosa faida di Africo-Motticella, che ha provocato circa 50 vittime, a quella del Mollica-Morabito, entrambe attive in Africo e zone limitrofe”.

        

Nella A.S.L. di Locri ha lavorato anche Giuseppina Morabito, medico, figlia di Giuseppe, meglio noto come “Tiradrittu”, arrestato nel febbraio 2004 mentre era in compagnia di Giuseppe Pansera, genero di “Tiradrittu” e marito di Giuseppina Morabito.

         Tra il personale medico 13 persone hanno precedenti penali, frequentazioni con pregiudicati oppure parentele con noti esponenti mafiosi. Tra queste Francesco Nirta di San Luca, figlio di Antonio Nirta capo dell’omonima cosca, Giuseppe