
Relazione annuale della
Commissione parlamentare
d’inchiesta sul fenomeno della
criminalità
organizzata mafiosa o similare
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‘ndrangheta
Relatore On. Francesco Forgione
CAPITOLO I
Una mafia liquida
Sono passate da poco le due
della notte fra il 14 e il 15 agosto 2007 a Duisburg, nel Nord
Reno Westfalia. Sebastiano Strangio, trentanove anni, cuoco,
calabrese originario di San Luca, chiude il suo ristorante e,
con due camerieri e tre amici, si accinge a tornare a casa.
I sei sono appena entrati nelle
macchine, parcheggiate a qualche decina di metri dal
ristorante, quando vengono raggiunti e stroncati dal fuoco
incrociato di due pistole calibro nove. Nel giro di pochi
secondi vengono esplosi ben 54 colpi da esecutori spietati e
lucidi. Lo testimoniano, fra l’altro le rosate strette sulle
fiancate delle macchine, il fatto che, ad azione in corso, i
due esecutori abbiano addirittura cambiato i caricatori delle
pistole, e il colpo di grazia inflitto con calma e
determinazione a tutte le vittime.
Gli assassini scompaiono dopo
aver completato il lavoro con i colpi di grazia. Nelle due
macchine rimangono i cadaveri di Sebastiano Strangio,
Francesco Giorgi (minorenne), Tommaso Venturi (che proprio
quella sera aveva festeggiato i diciotto anni), Francesco e
Marco Pergola (20 e 22 anni, fratelli, figli di un ex
poliziotto del commissariato di Siderno) e Marco Marmo,
principale obiettivo dell’inaudita azione di fuoco perché
sospettato di essere stato il custode delle armi utilizzate
per uccidere, a San Luca il precedente Natale, Maria Strangio,
moglie di Giovanni Nirta.
Le vittime fanno in vario modo
riferimento al clan Pelle-Vottari, in lotta da oltre quindici
anni con il clan Nirta-Strangio (non induca in errore il nome
del cuoco che, pur chiamandosi Strangio, fa riferimento al
clan Pelle Vottari).
Con la strage di Ferragosto a
Duisburg la Germania e l’Europa scoprono attoniti la micidiale
potenza di fuoco e l’enorme potenzialità criminale di una
mafia proveniente dalle profondità remote e inaccessibili di
un mondo rurale e arcaico.
Molte cose colpiscono gli
stupefatti investigatori tedeschi e l’immaginario collettivo:
la determinazione e la professionalità degli assassini, il
numero e l’età dei morti, il fatto che la strage sia stata
compiuta nel cuore dell’Europa civilizzata a migliaia di
chilometri di distanza da San Luca e un santino bruciato -
indicatore inequivoco di una recente affiliazione rituale -
trovato in tasca a uno dei giovani assassinati.
Parte sotterraneo da San Luca
ed erompe a Duisburg un connubio esplosivo fra vendette
ancestrali e affari milionari, un misto di faide tribali e di
spietata modernità mafiosa, producendo uno shock improvviso e
micidiale per l’opinione pubblica e per le autorità tedesche.
In realtà, però, i segni
premonitori c’erano già tutti da tempo e la strage di
Ferragosto è un indicatore tragico e quasi metaforico della
sottovalutazione da parte delle autorità tedesche della
‘ndrangheta e del suo grado di penetrazione e radicamento in
quel paese, oltre che in Europa e nel resto del mondo.
La presenza ‘ndranghetista in
Germania risalente già agli anni settanta e ottanta (quando a
più riprese viene rilevata la presenza delle famiglie Farao di
Cirò in provincia di Crotone, dei Mazzaferro di Gioiosa
Ionica, delle famiglie di Reggio Calabria, delle storiche
famiglie mafiose originarie di Africo, di San Luca, di Bova
Marina e di Oppido Mamertina) era ben nota alle autorità
tedesche anche solo per le richieste di assistenza giudiziaria
e investigativa della magistratura e delle forze di polizia
italiane.
Già nel 2001 l’indagine dei
Carabinieri convenzionalmente denominata Luca’s aveva
poi segnalato, anche alle autorità tedesche, il ristorante “Da
Bruno” davanti al quale si è verificata la strage, e in
generale, il cospicuo fenomeno del riciclaggio di denaro
sporco nel settore della ristorazione, in quel paese.
La segnalazione non aveva
prodotto concreti risultati investigativi, e la percezione che
si ricava da questo scarso riscontro (a parte le carenze della
legislazione tedesca in materia di repressione del riciclaggio
e, più in generale, di aggressione dei patrimoni illeciti) è
che l’atteggiamento delle autorità tedesche fosse di rimozione
del problema, considerato, in modo più o meno inconsapevole,
affare altrui.
Affare degli italiani. Affare
nostro.
La strage di Duisburg, come una
metafora, spiega meglio di ogni discorso, meglio di ogni
analisi, meglio di ogni riflessione, che il modello di crimine
globale, rappresentato dalla ‘ndrangheta, non è (solo) affare
nostro.
Il 15 agosto ha rotto un tabù,
ma chi fosse stato attento ai segnali, agli indizi, alle
crepe, avrebbe potuto dire anche prima che era solo questione
di tempo. Se nel sottosuolo della civilizzazione europea
circolano certi fluidi ribollenti e miasmatici, prima o poi
questi fluidi salteranno fuori, non appena si produca una
crepa nella superficie.
La strage di Duisburg è stata
come un geiser. Uno zampillo ribollente e micidiale che da una
fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente
visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di
una criminalità che partendo dalle profondità più remote della
Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo
oscuro della globalizzazione.
La crepa nella superficie in
questo caso viene da lontano. Da un altrove inquietante
e nascosto, lontano nello spazio e lontano nel tempo.
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Questo altrove è San
Luca, località strategica nella storia e nell’attualità della
‘ndrangheta, luogo cruciale per il controllo dei traffici di
droga che producono enormi profitti e sede altresì di una
lunga e sanguinosa faida che vede lo scontro fra due gruppi
famigliari dell’aristocrazia mafiosa calabrese. I
Nirta-Strangio (principi del narcotraffico con basi in Olanda,
Germania e oltreoceano) da un lato e Vottari-Pelle-Romeo (il
cui capobastone, 'Ntoni Pelle negli anni passati era stato
designato, al santuario della Madonna di Polsi, capo crimine,
cioè reggente e garante di tutta la ‘ndrangheta secondo il
modello organizzativo federale elaborato dopo la guerra-pace
del 91), dall’altro.
La faida nasce per un motivo
banale, per una bravata di giovinastri finita in tragedia. È
una sera di carnevale del 1991, un gruppo di ragazzi vicini
alla famiglia Strangio prende a bersagliare con uova marce il
circolo ricreativo di Domenico Pelle, facendosi beffe delle
proteste e delle imprecazioni del titolare. L’offesa non
rimane impuntita e la sera di San Valentino due giovani della
famiglia Strangio vengono uccisi, altri due feriti.
Da quel momento gli anni
novanta vengono segnati da un’impressionante sequenza di
attentati e uccisioni che colpiscono ora l’una, ora l’altra
parte in conflitto. La faida culmina nell’omicidio del Natale
2006 quando un gruppo di killer armati di pistole e fucili
uccide Maria Strangio moglie di Giovanni Nirta. Seguono altri
omicidi, latitanze volontarie (il comportamento, tipico di
quella zona, di uomini che, pur non avendo pendenze
giudiziarie, si danno a latitanze di fatto, si nascondono per
sfuggire alla vendetta altrui o per preparare più agevolmente
la propria), scosse sempre più intense e pericolose che
preludono alla mattanza di Ferragosto.
Come si diceva, vari elementi
di questo inaudito episodio colpiscono l’immaginario
collettivo e l’intelligenza degli investigatori. Non sfugge, a
questi ultimi:
–
Il ritrovamento, accanto alla sala del ristorante “Da
Bruno”, di un locale chiaramente destinato alle pratiche di
affiliazione, con tutte le necessarie dotazioni iconografiche.
–
Il ritrovamento, nel portafogli di una delle vittime,
Tommaso Venturi, di un santino di San Michele parzialmente
bruciato; chiaro indizio di un’affiliazione celebrata poco
prima. Non sarà inutile al proposito ricordare che qualche ora
prima, il 14 agosto, il giovane Venturi aveva festeggiato il
diciottesimo compleanno potendosi da ciò desumere che
l’ingresso formale nella consorteria mafiosa era stato fatto
coincidere (secondo una tradizionale attenzione ai dettagli
simbolici) con il passaggio alla maggiore età.
–
La circostanza che la strage avveniva (come altri
episodi topici della faida di San Luca), sempre in prospettiva
simbolica e rituale, in un giorno di festa.
–
Il fatto che gli attentatori parlino il tedesco, come
risulta pacificamente da una delle testimonianze raccolte
nell’immediatezza del fatto e che dunque appartengano
all’immigrazione criminale di seconda generazione o comunque
evoluta, poliglotta e dunque più pericolosa.
Le indagini, finalmente
coordinate, delle autorità italiane e tedesche, consentono ben
presto di verificare l’ipotesi investigativa formulata subito
dopo il fatto. Responsabili della strage sono infatti
appartenenti alla cosca Nirta–Strangio, e personaggio chiave
dell’eccidio è una figura paradigmatica della ‘ndrangheta del
terzo millennio, in perfetto equilibrio fra tradizione e
modernità: Giovanni Strangio. Si tratta di un imprenditore
della ristorazione in Germania (titolare di due ristoranti a
Kaarst), è poliglotta, si muove con estrema disinvoltura
sull’asse italo tedesco e fino al dicembre 2006 (quando, in
occasione dei funerali di Maria Strangio, viene arrestato
dalla Polizia per detenzione di una pistola) era
sostanzialmente incensurato. Che un soggetto con queste
caratteristiche (e, lo si ripete, con un curriculum criminale
pressoché inesistente), chiaramente dedito al segmento
affaristico dell’attività criminale sia diventato uno dei
ricercati più importanti d’Italia e d’Europa per la
partecipazione ad un’azione di sterminio eclatante e senza
precedenti, dà un’idea efficace della posta in gioco per le
cosche di San Luca.
Non vi è dubbio che gli
appartenenti alla cosca Nirta Strangio fossero consapevoli che
il trasferimento della faida dalla Calabria in Germania
avrebbe avuto l’effetto di accendere i riflettori sulla
‘ndrangheta generando un’accelerazione investigativa da parte
italiana e una presa di coscienza della gravità del fenomeno
da parte tedesca.
È quanto emerge anche dal
contenuto degli incontri tenuti in Germania, da una
delegazione della Commissione parlamentare, nella missione
preparatoria di questa relazione.
Chi aveva progettato quella
strage con modalità così paurosamente spettacolari ne era ben
consapevole, sapeva di dover pagare un prezzo e ha deciso di
pagarlo pur di affermare la propria supremazia e il proprio
progetto di potere criminale.
È così che una sanguinosa faida
d’Aspromonte (peraltro inserita nella lista delle dieci
priorità criminali, stilata nel 2007 dal capo della D.D.A. di
Reggio Calabria, Salvatore Boemi) porta all’attenzione
dell’Europa e del mondo una mafia con caratteristiche
singolari e apparentemente contraddittorie. Un modello
criminale caratterizzato da impreviste e sorprendenti analogie
con altri fenomeni della postmodernità. Un paradossale
paradigma per gli studiosi moderni del concetto di efficacia.
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Riflettere brevemente sul
significato della parola ‘ndrangheta non è un mero esercizio
accademico e offre invece interessanti spunti di riflessione e
analisi storica.
L’ipotesi etimologica più
convincente fa riferimento al vocabolo greco andragatia
il cui significato allude alle virtù virili, al coraggio, alla
rettitudine.
L’ andragatia è la
qualità dell’uomo coraggioso, retto e meritevole di rispetto e
la ‘ndrangheta storicamente ha sempre cercato il consenso
presentandosi come portatrice di questi valori popolari e in
particolare di un sentimento di giustizia e ordine sociale che
i poteri legali non erano in grado di assicurare, in ciò
manipolando strumentalmente la sfiducia delle popolazioni nei
confronti dello Stato e delle Istituzioni.
Quello che è chiaro, sin dai
primi anni dello sviluppo della ‘‘ndrangheta, è che essa non è
un’organizzazione di povera gente ma una struttura (composta
da soggetti che si autodefiniscono portatori di virtù
altamente positive) molto più complessa e dinamica, che, pur
se in modo autoreferenziale, si considera un’elite e che tende
all’occupazione delle gerarchie superiori della scala sociale.
Il principale punto di forza
della ‘ndrangheta è nella valorizzazione criminale dei legami
familiari. La struttura molecolare di base è costituita dalla
famiglia naturale del capobastone; essa è l’asse portante
attorno a cui ruota la struttura interna della ‘ndrina. È in
ciò, come vedremo, la più importante ragione del successo
della ‘ndrangheta, della sua straordinaria vitalità attuale,
della sua superiorità rispetto ad altre forme di aggregazione
criminale.
Storicamente ogni ‘ndrina
familiare era autonoma e sovrana nel proprio territorio (di
regola corrispondente al comune di residenza del capobastone),
a meno che non ci fossero altre famiglie ‘ndranghetiste. In
tal caso si operava una divisione rigida del territorio e nei
comuni più grandi dove c’erano più ‘ndrine la coabitazione era
regolata dal ‘locale’, una sorta di struttura comunale
all’interno della quale trovavano compensazione le esigenze,
anche contrastanti, delle diverse famiglie.
È bene precisare che non c’è
mai stata una struttura di vertice della ‘ndrangheta calabrese
paragonabile a quella della Commissione di Cosa Nostra e fu
solo nel 1991 che, per superare un conflitto che aveva
generato diverse centinaia di omicidi, fu costituita una
struttura unitaria di coordinamento.
Le donne hanno avuto e hanno
attualmente un ruolo importante in questa realtà criminale,
non solo perché con i loro matrimoni rafforzano la cosca
d’origine, ma perché nella trasmissione culturale del
patrimonio mafioso ai figli e nella diretta gestione degli
affari illeciti durante la latitanza o la detenzione del
marito, hanno, nel tempo, ricoperto ruoli oggettivamente
sempre più rilevanti. La ‘ndrangheta, tra l’altro, a
differenza delle altre organizzazioni mafiose, prevede un
formale (ancorché subordinato) inquadramento gerarchico per le
donne, le quali possono giungere fino al grado denominato
“sorella d’umiltà”.
Per lungo tempo la ‘ndrangheta
è stata sottovalutata, quando non addirittura ignorata dagli
studiosi dei fenomeni criminali organizzati. Per lungo tempo è
stata letta come una folkloristica, ancorché sanguinaria,
filiazione della mafia siciliana. Per lungo tempo è stata
considerata un fenomeno criminale pericoloso ma primitivo e
tale visione fu favorita, fra l’altro, da un’errata lettura
dell’esperienza dei sequestri di persona. A uno sguardo
superficiale tale pratica criminale richiamava quelle dei
briganti dell’Ottocento o del banditismo sardo mentre una
lettura più attenta avrebbe in seguito mostrato come i
sequestri di persona costituirono una fonte strategica di
accumulazione primaria, rafforzando al tempo stesso il
controllo del territorio calabrese e il radicamento della
‘ndrangheta nelle località del centro e del nord Italia.
Il trasferimento degli ostaggi
nelle zone dell’Aspromonte, la lunga permanenza nelle mani dei
carcerieri, la collaborazione delle popolazioni, la
sostanziale incapacità dello Stato di interrompere le
prigionie, conferirono prestigio alla ‘ndrangheta, le diedero
un alone di potenza e conferirono a quei territori –
nell’immaginario collettivo - quasi una dimensione di
extraterritorialità.
L’accumulazione primaria di
cospicui capitali che in seguito sarebbero serviti a
finanziare i più proficui traffici della cocaina si univa a un
piano, negli anni sempre più esplicito e consapevole, di
potere e di controllo del territorio e del consenso.
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Oggi la ‘ndrangheta, la mafia
rurale e selvaggia dei sequestri di persona, è
l’organizzazione più moderna, la più potente sul piano del
traffico di cocaina (mediando fra le due rotte, quella
africana e quella colombiana), quella capace di procurarsi e
procurare micidiali armi da guerra e di distruzione, la più
stabilmente radicata nelle regioni del centro e del nord
Italia oltre che in numerosi paesi stranieri. In tutte queste
realtà operano attivamente delle ‘ndrine che, a partire dagli
anni sessanta del Novecento e ancor prima – gli anni trenta
per quanto riguarda il Canada e l’Australia – si erano
spostate dalla Calabria per spargersi letteralmente in tutto
il mondo. Gli ‘ndranghetisti arrivarono in questi nuovi
territori dapprima al seguito degli emigrati, ma poi, e sempre
più spesso, in seguito ad un’ esplicita scelta di politica
mafiosa di vera e propria colonizzazione criminale.
La ‘ndrangheta affronta le
sfide della globalizzazione con una modernissima utilizzazione
di antichi schemi, con una combinazione di strutture familiari
arcaiche e di un’organizzazione reticolare, modulare o - per
usare l’espressione di un grande studioso della modernità e
della post modernità, Zygmunt Bauman – liquida. Su
questa definizione e sulla sua utilità per comprendere la
natura e la terribile efficacia del fenomeno, si tornerà più
avanti.
Come si sottolinea in una
recente relazione della Direzione Nazionale Antimafia, la
chiave di volta organizzativa rimane “la struttura di base del
locale (vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad
assicurare il controllo del territorio, da intendersi nella
sua accezione più ampia, comprensiva di economia, società
civile, organi amministrativi territoriali; mentre la cosca
assume caratteri operativi dinamici, flessibili in relazione
alle esigenze poste da attività criminali che si articolano su
territori più ampi di quelli di riferimento originario), ma
proprio in relazione al narcotraffico e ad altri traffici
internazionali in genere, la ‘ndrangheta ha assunto un assetto
organizzativo da rete criminale.”
La struttura di base di tipo
familiare ha rappresentato un decisivo fattore di riduzione
del danno prodotto dai collaboratori di giustizia e ha
permesso una penetrazione e un radicamento formidabili al di
fuori della Calabria.
Tra gli anni ottanta e novanta
la tempesta dei collaboratori di giustizia travolse Cosa
Nostra, la camorra, la Sacra Corona Unita e le altre mafie
pugliesi. Solo la ‘ndrangheta attraversò questa bufera quasi
indenne o comunque limitando fortemente i danni: i pentiti
furono pochi, e pochissimi quelli con posizioni di vertice nei
sodalizi criminali. La ragione di ciò è proprio nello schema
familiare della ‘ndrina: se la cosca è costituita in primo
luogo dai membri della famiglia, la scelta di collaborazione
con la giustizia (in generale non facile) può diventare
straordinariamente lacerante e pressoché insopportabile. Lo
‘ndranghetista che decida di collaborare è infatti tenuto in
primo luogo ad accusare i propri familiari, il padre, il
fratello, il figlio, trovandosi a dover infrangere un tabù
ancora più potente di quello costituito dall’obbligo di
fedeltà mafiosa sancito nelle cerimonie di affiliazione e
innalzamento.
Si tratta di uno straordinario
fattore di protezione, di un anticorpo interno e strutturale
del modello ‘ndranghetistico, di un potente fattore di
vitalità.
Sul lungo periodo il modello
organizzativo della ‘ndrangheta si è dunque rivelato più
agile, più flessibile, più efficace di quello gerarchico,
monolitico e rigido di Cosa Nostra, rispetto al quale
l’aggressione del vertice del sodalizio ha costituito finora
un’efficace strategia di indebolimento e di disarticolazione.
Strategia inattuabile contro la ‘ndrangheta per l’inesistenza,
anche dopo la pace del 1991 (quella che seguì alla sanguinosa
guerra fra i De Stefano e gli Imerti-Condello che in poco più
di cinque anni lasciò per le strade della Calabria molte
centinaia di morti) e la conseguente introduzione di una
struttura centrale di coordinamento e composizione dei
conflitti.
I mafiosi calabresi sono
considerati dai cartelli colombiani come i più affidabili per
la loro capacità di gestione degli affari criminali, per la
loro disponibilità di basi d’appoggio in tutta Italia, in
tutta Europa e in tutto il mondo (oltre alla Calabria,
ovviamente, il centro e il nord Italia, la Francia, la
Germania, il Belgio, l’Olanda, la Gran Bretagna, il
Portogallo, la Spagna, la Svizzera, l’Argentina, il Brasile,
il Cile, la Colombia, il Marocco, la Turchia, il Canada, gli
Usa, il Venezuela, l’Australia) e, come si diceva, per la loro
ridotta permeabilità al pericoloso fenomeno dei collaboratori
di giustizia.
Oggi dunque la ‘ndrangheta ha
una sostanziale esclusiva per l’importazione in Europa di
cocaina colombiana ed è alla ‘ndrangheta che le altre mafie
italiane, Cosa Nostra inclusa, devono rivolgersi per gli
approvvigionamenti di questo stupefacente.
Questo riferimento
all’espansione nazionale e internazionale della ‘ndrangheta ci
introduce all’analisi più approfondita del secondo, congiunto
fattore di successo di questa forma del crimine organizzato.
Tale fattore di successo – direttamente collegato e anzi
interconnesso a quello della struttura familiare – consiste
nell’attitudine colonizzatrice, ed anzi nella vera e propria
scelta strategica della ‘ndrangheta di impiantarsi e di
radicarsi nelle regioni del centro e del nord Italia, a
partire dalla metà degli anni cinquanta del Novecento.
Inizialmente gli ‘ndranghetisti
arrivarono nelle regioni del centro e del nord non per scelta
ma perché inviati al confino di Polizia. In quegli anni si
riteneva che per contrastare il potere criminale nelle regioni
del sud fosse necessario recidere i legami del mafioso con il
suo ambiente d’origine. Lo strumento era quello del soggiorno
obbligato che imponeva al sospetto mafioso di risiedere per un
determinato numero di anni –dai 3 ai 5 – fuori dal suo comune
di nascita o di residenza. In tal modo i mafiosi, dapprima
siciliani e poi via via campani e calabresi, furono inviati
nelle regioni del centro e del nord, in comuni possibilmente
piccoli e comunque lontani da centri che avessero stazioni
ferroviarie o strade di grande comunicazione. Ma l’idea di
recidere i legami con il territorio (adatta a un’epoca
pre-moderna) non poteva funzionare in un periodo storico in
cui rapidissimo era già lo sviluppo dei trasporti e delle
telecomunicazioni. Ferrovie, autostrade, aerei e lo sviluppo
della telefonia consentirono sostanzialmente di annullare
l’effetto dei provvedimenti di soggiorno obbligato e ciò anche
in relazione a una nota paradossale della relativa disciplina.
Se infatti il soggiornante non
poteva spostarsi dalla sua sede, non c’era nulla che vietasse
che altri lo raggiungessero nelle sedi del soggiorno. Il
contesto mafioso si riproduceva dunque nelle località di
soggiorno obbligato dove si verificavano riunioni operative e
financo cerimonie di affiliazione.
Fu in tale contesto che si fece
strada nelle ‘ndrine l’idea di seguire l’ondata migratoria
(più o meno forzosa) e di trapiantare pezzi delle famiglie
mafiose al centro-nord. Dapprima fu una necessità, poi diventò
una scelta strategica che coinvolse alcune fra le famiglie più
prestigiose della ‘ndrangheta, le quali intuirono le enormi
possibilità operative di una simile proiezione (che divenne
vera e propria occupazione, in alcuni casi) verso le ricche e
sicure terre del centro e del nord Italia.
Il piano di colonizzazione
della ‘ndrangheta fu inconsapevolmente favorito dalle scelte
di politica sociale ed urbanistica degli amministratori
settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali
nelle periferie delle grandi città, in veri e propri ghetti,
dove fu facile per gli esponenti delle ‘ndrine ricreare il
clima, i rituali e le gerarchie esistenti nei paesi d’origine.
In alcune realtà il controllo della ‘ndrangheta divenne
asfissiante. L’esempio più clamoroso è quello di Bardonecchia
dove il condizionamento del mercato del lavoro e lo stesso
consiglio comunale fu sciolto per infiltrazioni mafiose. Altri
comuni dell’hinterland milanese come Corsico e Buccinasco,
ancora oggi, sono pesantemente condizionati dalla ‘ndrangheta.
In estrema sintesi e
conclusivamente sul punto si può dire che la ‘ndrangheta è
l’unica organizzazione mafiosa ad avere due sedi; quella
principale in Calabria, l’altra nei comuni del centro-nord
Italia oppure nei principali paesi stranieri che sono cruciali
per i traffici internazionali di stupefacenti.
Un’organizzazione mafiosa che trova il modo di affrontare le
sfide e i cambiamenti imposti dalla modernità globale, nel
modo più sorprendente e inatteso: rimanere uguale a se stessa.
In Calabria come nel resto del mondo.
Non sarà inutile ricordare in
proposito che nel 1988 l’allora dirigente della squadra mobile
di Cosenza (poi divenuto dirigente del Sismi e ucciso a Bagdad
il 4 marzo 2005 durante una missione) Nicola Calipari recuperò
in un appartamento a Sidney un incartamento con rituali di
affiliazione, formule di giuramento e codici. Un incartamento
simile per molti aspetti a quello sequestrato dai Carabinieri
nelle campagne di San Luca già negli anni trenta del secolo
scorso.
Il rispetto della tradizione
criminale come premessa per la proiezione nazionale e
internazionale dei traffici illeciti.
Negli ultimi anni numerosissime
indagini hanno messo in luce queste caratteristiche della
‘ndrangheta e hanno mostrato come essa sia oramai
l’organizzazione più ramificata e radicata territorialmente
nelle regioni del centro-nord e in molti paesi stranieri di
tutti i continenti.
Basterà citare una sola di
queste indagini, a mero titolo esemplificativo, per avere
un’idea delle dinamiche criminali, delle proiezioni nazionali
ed internazionali, delle enormi proporzioni economiche del
fenomeno.
Nel 2004 l’operazione
convenzionalmente denominata Decollo concludeva una
complessa indagine transnazionale durata alcuni anni che aveva
interessato diverse regioni italiane: Lombardia, Calabria,
Emilia-Romagna, Campania, Lazio, Liguria, Piemonte e Toscana;
e poi paesi stranieri come Colombia, Australia, Olanda, Spagna
e Francia. Le famiglie Mancuso di Limbadi e Pesce di Rosarno
furono accusate di aver immesso sul mercato “ingentissimi
quantitativi di cocaina tra il Sud America (Colombia e
Venezuela), l’Europa (Italia, Francia, Spagna, Olanda e
Germania), l’Africa (Togo) e l’Australia, riciclandone quindi
i proventi con le più diversificate tecniche di trasferimento
e di dissimulazione.” La droga era nascosta all’interno di
containers che trasportavano carichi di marmo, plastica,
cuoio, scatole di tonno, materiale tutto oggetto di
import-export tra Sud America ed Europa. Una partita di droga
di 434 kg di cocaina era arrivata al porto di Gioia Tauro nel
marzo del 2000, un’altra di 250 kg sempre di cocaina
proveniente da Cartagena in Colombia era arrivata a Gioia
Tauro nel gennaio del 2004. Tra le due date, d’inizio e di
conclusioni delle indagini, una miriade di altri episodi. Una
parte del riciclaggio dei proventi avveniva in Australia
attraverso “un sofisticato meccanismo di intermediazione che
vedeva l’impiego di specialisti in grado di assicurare i
passaggi bancari necessari a perfezionare i trasferimenti del
denaro”.
Il contagio delle ‘ndrine da
Limbadi e Rosarno all’Australia. Da San Luca a Duisburg.
Molecole criminali che schizzano, si diffondono e si
riproducono nel mondo. Una mafia liquida, che si infiltra
dappertutto, riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in
cui è nata, il medesimo antico, elementare ed efficace modello
organizzativo.
Alla maniera delle grandi
catene di fast food, offre in tutto il mondo, in posti fra
loro diversissimi, l’identico, riconoscibile, affidabile
marchio e lo stesso prodotto criminale.
Alla maniera di Al Qaida con
un’analoga struttura tentacolare priva di una direzione
strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza
organica, di una vitalità che è quella delle neoplasie, e
munita di una ragione sociale di enorme, temibile
affidabilità.
Il segreto per la ‘ndrangheta è
questo. Tutto nella tensione fra un qui remoto e rurale
e arcaico e un altrove globalizzato, postmoderno e
tecnologico. Tutto nella dialettica fra la dimensione
familiare del nucleo di base, e la diffusione mondiale della
rete operativa.
La capacità di far coesistere
con inattesa efficacia una dimensione tribale con
un’attitudine moderna e globalizzata è stata fino ad oggi la
ragione della corsa al rialzo delle azioni della ‘ndrangheta
nella borsa mondiale delle associazioni criminali. Proprio
questa tensione, questo fattore di successo potrebbe rivelarsi
però, in prospettiva, un fattore di disgregazione. Le ‘ndrine
infatti sono, individualmente considerate, troppo piccole per
reggere gli enormi traffici che hanno messo in moto. Sono in
continua competizione fra loro e, paradossalmente, la loro
diffusione planetaria si accompagna a un’intensificata
ossessione per il controllo (militare, politico,
amministrativo, affaristico) dei circoscritti territori di
rispettiva competenza. Una febbre di crescita, una situazione
instabile ed entropica che comincia a produrre gravi
scricchiolii e potrebbe generare una crisi di sistema.
Sul punto è necessaria qualche
precisazione.
La ‘ndrangheta si è mossa
sempre cercando di evitare la sovraesposizione, la luce dei
riflettori, l’attenzione dei media. Le ‘ndrine si sono
combattute in modo sanguinoso, hanno ucciso migliaia di
persone, hanno intimidito con minacce e attentati centinaia di
amministratori locali, ma non hanno mai realizzato azioni
capaci di attirare in modo durevole l’attenzione nazionale e
men che meno quella internazionale.
La ‘ndrangheta ha in sostanza
adottato una strategia opposta a quella dei corleonesi e la
Calabria non ha mai conosciuto una stagione di stragi o di
morti eccellenti. Fanno eccezione gli omicidi di Ludovico
Ligato nel 1989 e di Antonino Scopelliti nel 1991, ma si
tratta appunto di eccezioni, caratterizzate da specifiche
peculiarità e che non alterano i termini di un modello di
condotta mantenuto sostanzialmente integro nei decenni.
In quest’ultimo biennio però,
sono accaduti fatti che mettono in crisi quel modello e la
febbre di crescita cui si faceva cenno ha generato azioni
clamorose che non trovano riscontro nella lunga storia
precedente.
Una di queste azioni è la
strage di Duisburg. L’altra è l’omicidio di Francesco Fortugno,
vice presidente del Consiglio regionale della Calabria,
colpito dai sicari mentre usciva dal seggio dove aveva votato
per le primarie dell’Unione. La prima volta che la ‘ndrangheta
mira così in alto nella gerarchia politico-amministrativa.
In entrambi i casi la
‘ndrangheta accetta il rischio che queste azioni comportano.
Per entrambi casi, forse, l’accettazione di questo rischio
potrebbe essere stata un calcolo sbagliato.
CAPITOLO II
Storie
1. Le origini
1869. Quell’anno gli elettori
della città di Reggio Calabria furono chiamati a votare per
due volte. Le elezioni amministrative erano state annullate e
si dovettero rifare. L’attiva presenza in campagna elettorale
e durante le votazioni di elementi mafiosi aveva alterato il
risultato della competizione. In quelle giornate si erano
registrati anche fatti di sangue. Tra le altre persone
colpite, anche un medico, sfregiato al volto in pieno giorno.
Il fatto, per quei tempi era enorme e aveva suscitato scalpore
e scandalo nell’opinione pubblica. Il prefetto di Reggio
Calabria, che si era recato personalmente dalla vittima per
verificare le circostanze dell’accaduto, era convinto, come
scrisse in una relazione, che “lo sfregio” fosse stato fatto
“per grane elettorali”. I giornali locali scrissero
apertamente di mafiosi che giravano impunemente per le vie
della città e denunciarono il fatto che i partiti fossero
“obbligati a far transazioni con gente di equivoca
rispettabilità”. Siamo nel lontanissimo 1869, potremmo essere
ai nostri giorni.
Uno dei lati meno
conosciuti della ‘ndrangheta è proprio il suo rapporto con la
politica che, com’è accaduto per Cosa nostra e la camorra, è
molto antico anche se è stato meno visibile e a lungo ritenuto
inesistente o sottovalutato nella sua dimensione ed
importanza. Essa si è inserita nelle litigiosissime lotte per
il potere che in Calabria per un lunghissimo periodo storico –
dalla metà dell’Ottocento in poi – si sono caratterizzate come
uno scontro furibondo tra famiglie contrapposte che si
contendevano i voti usando tutti i mezzi, non esclusi i metodi
violenti e mafiosi.
Ad inizio decennio,
nel 1861, il prefetto di Reggio Calabria aveva notato
un’attività di camorristi. Chiamava così i delinquenti
dell’epoca non avendo altro nome per definirli. La scoperta
del termine ‘ndrangheta è molto più recente e per trovarne le
prime tracce dobbiamo arrivare alla metà del secolo scorso.
La ‘ndrangheta è
l’organizzazione mafiosa meno conosciuta e meno indagata. Uno
dei suoi punti di forza risiede esattamente in questa scarsa
conoscenza e debole attività investigativa che le ha
consentito di agire indisturbata senza subire le attenzioni
riservate storicamente da parte degli inquirenti alla mafia
siciliana. Per anni e anni essa è stata considerata
un’organizzazione criminale secondaria, una mafia minore, una
mafia di serie B. Non a caso tutte le proposte fatte a partire
dagli anni sessanta da parlamentari calabresi, da sindaci, da
varie organizzazioni di estendere la competenza della
commissione parlamentare antimafia anche in Calabria oltre che
in Sicilia sono sempre cadute nel nulla. Si arrivò ad
estendere la competenza superando il vincolo territoriale che
la relegava alla Sicilia molto tardi, nella X Legislatura con
la Commissione antimafia presieduta dal senatore Gerardo
Chiaromonte.
Molti ritenevano che
il fenomeno mafioso calabrese fosse espressione degli ultimi
decenni e fosse nato durante il boom economico degli anni ’60
che aveva portato grandi cambiamenti anche in Calabria
determinando un’accelerazione anche dei processi criminali e
mafiosi. Era un grosso abbaglio. Quello che allora apparve a
molti come un fenomeno nuovo e originale era in realtà la
manifestazione più recente e più evidente di un fenomeno molto
antico. La ‘ndrangheta, insomma, non era nata negli anni
sessanta del secolo scorso, come molti scrissero e dissero.
La sua nascita avviene sotto
forma di società segreta e non è dubbio che il modello di
società segreta più vicino, più simile, più aderente alla
realtà, ai valori, alle esigenze della delinquenza
organizzata, fosse rappresentato dalla massoneria e dalle
società segrete che fiorirono nella prima metà dell’Ottocento,
importate in Calabria dai francesi di Gioacchino Murat, con
programmi anticlericali, giacobini e pre-risorgimentali. Tale
caratteristica è molto importante per la comprensione del
fenomeno e della sua evoluzione sino ai nostri giorni. Essa
aveva sicuramente una duplice funzione: la prima, difensiva,
per assicurare invisibilità rispetto al potere ufficiale, alla
repressione poliziesca e giudiziaria; la seconda, offensiva,
per meglio realizzare l’inserimento nei circuiti del potere,
nella società e nello Stato. Una siffatta caratteristica,
mutuata dalla massoneria del tempo, conservò intatta la sua
forza coesiva e il suo vincolo omertoso, rendendola unica, pur
nelle sue continue trasformazioni, nel panorama delle
organizzazioni criminali.
La ‘ndrangheta -
“picciotteria” è il termine usato fino all’inizio del nuovo
secolo - è già presente in molti comuni della Calabria
post-unitaria, ma lo Stato di allora non ne coglie
l’importanza e la pericolosità. Molti, però, non si accorsero
della sua attività solo perché non ne era conosciuto il nome,
mentre le azioni che segnavano il suo progredire venivano
attribuite a formazioni criminali di varia denominazione che
non venivano ricomprese in un’associazione riconoscibile con
un nome, un’identità, un’organizzazione comune. Erano in pochi
a vedere come invece quei fatti potevano essere attribuiti a
un fenomeno che stava prendendo sempre più piede e andava
radicandosi.
Si estendeva anche
grazie ad un sapiente uso dei codici e dei rituali, di
modalità simboliche e immaginifiche che avevano il potere di
affascinare i giovani, di attrarli nell’orbita ‘ndranghetista,
di educarli alla legge dell’omertà e alla convinzione che ci
fossero altre leggi più importanti di quelle dello Stato e che
tutto ciò fosse appannaggio di una società speciale, composta
da “veri” uomini: gli uomini d’onore.
Sorgono così le
‘ndrine a carattere famigliare e si diffondono nelle città e
nei villaggi più sperduti. Ogni ‘ndrina comanda in forma
monopolistica nel suo territorio ed è autonoma dalle altre
‘ndrine operanti nei territori vicini. Il modello
organizzativo della ‘ndrangheta si fonda sul “locale”,
presente sul territorio laddove esiste un aggregato di almeno
40 uomini d’onore, con un’ organizzazione gerarchica che
affida il ruolo di “capo società” a chi possiede il grado di “sgarrista”,
regolando la vita interna su rigide e vincolanti regole:
assoluta fedeltà e assoluta omertà. Il mondo esterno, separato
da quello della ‘ndrina, era composto da soggetti definiti
“contrasti”, categoria inferiore destinataria di disprezzo e
dagli uomini dello Stato, gratificati dal giudizio “d’infamità”.
Nella ‘ndrangheta sono sempre
esistiti accordi tra famiglie di diversi comuni ed è anche
capitato che “capobastone” influenti e prestigiosi
estendessero la loro influenza nei territori vicini a quello
dov’era insediata la propria famiglia, ma non si è mai
arrivati ad un centro di comando unico. Per trovare qualcosa
di simile dobbiamo arrivare agli accordi successivi alla
guerra di mafia tra il 1985 e il 1991.
2. Le differenze rispetto alle
altre mafie
Il modello organizzativo è
profondamente differente dalle altre organizzazioni mafiose:
si basa sulla forza dei vincoli familiari e sull’affidabilità
garantita da questi legami, un formidabile cemento che unisce
e vincola gli ‘ndranghetisti uno all’altro e ne impedisce
defezioni e delazioni. Lo si vede quando esplose il fenomeno
dei collaboratori di giustizia. La ‘ndrangheta ha avuto
sicuramente un numero meno rilevante di collaboratori e fra
essi nessuno era un capo famiglia. Né ci sono mai stati
collaboratori dello spessore criminale di quelli siciliani o
campani. La struttura familiare e i suoi codici morali hanno
impedito a molti ‘ndranghetisti di parlare. Tra l’altro, il
fatto che le ‘ndrine fossero autonome l’una dalle altre ha
fatto sì che le poche collaborazioni colpissero la famiglia di
appartenenza lasciando intatte le altre, anche le più vicine
al loro territorio.
Su questo aspetto è utile un
approfondimento. Le collaborazioni di un certo spessore degli
anni ’90 sono rimaste in linea di massima casi isolati.
Tuttavia le ultime audizioni effettuate in Commissione colgono
i segni di una possibile inversione di tendenza. Secondo Mario
Spagnuolo, Procuratore aggiunto della D.D.A. di Catanzaro,
“negli ultimi 4 anni, si è riscontrato un aumento esponenziale
(qualitativamente appagante) di collaboratori di giustizia e
questo non solo nelle zone in cui tradizionalmente si
collabora (il cosentino) ma anche nel crotonese, qualche buon
collaboratore di giustizia nel vibonese, ma, soprattutto, sono
aumentati i testimoni di giustizia”.
E questa rappresenta una novità che incide favorevolmente sul
rapporto tra lo Stato e colui che mette la propria vita nelle
mani della giustizia.
Appare inoltre significativo
quanto affermato dal direttore della Direzione Anticrimine
Centrale della Polizia di Stato, Franco Gratteri: “per quanto
riguarda i collaboratori, posso dire che esponenti organici a
famiglie del crotonese, persone importanti che hanno commesso
azioni illecite, violente e di una certa gravità, hanno scelto
o stanno scegliendo di collaborare. Si tratta di un fatto
importante, ma da prendere per quello che è e non saprei dove
possa portare in futuro”.
Dalle parole del direttore emerge però tutta la complessità
del rapporto tra i collaboratori della ‘ndrangheta e la
giustizia e la difficoltà nel trasformare il fenomeno della
collaborazione in un dato acquisito e costante dell’azione di
contrasto.
I dati ci indicano comunque che
dal 1994 al 2007, i collaboratori di giustizia in Calabria,
pongono la ‘ndrangheta al terzo posto per collaborazioni dopo
la camorra e Cosa nostra.
Su un totale complessivo di 794
collaboratori di giustizia solo 100 provengono dalla
‘ndrangheta (il 12,6 %), mentre 243 dalla mafia siciliana, 251
dalla camorra, 85 dalla SCU, 115 da altre organizzazioni.
In controtendenza invece,
risulta essere il dato relativo ai testimoni di giustizia.
In particolare, su un totale di 71 testimoni, quelli che hanno
reso dichiarazioni su fatti di ‘ndrangheta sono 19 (circa il
27%); su fatti di camorra 26, sulla mafia siciliana 12 (e qui
emerge altro dato significativo), 2 sulla Sacra Corona Unita e
infine 12 su altre organizzazioni.
**
Grazie all’impermeabilità della
sua struttura fin qui descritta, la ‘ndrangheta ha avuto la
forza di resistere al contrasto dello Stato e di cambiare,
intercettando i mutamenti sociali e produttivi intervenuti
nella Calabria degli ultimi decenni.
3. ‘Ndrangheta e massoneria
Gli anni ’70 rappresentano un
vero e proprio spartiacque che segnerà il corso e la storia
della ‘ndrangheta, ponendo le basi della sua evoluzione sino a
giungere alla potenza economica e militare che oggi ne
contraddistingue il ruolo sui territori e nello scenario
criminale internazionale.
In quegli anni si salda anche
il tanto analizzato e indagato rapporto con la massoneria,
storicamente radicata nella società calabrese.
Scrivono a questo proposito i
magistrati della D.D.A. di Reggio Calabria: “Si tratta
dell'ingresso dei vertici della 'ndrangheta nella massoneria,
che non può avvenire se non dopo un mutamento radicale nella
‘cultura’ e nella politica’ della ‘ndrangheta, mutamento che
passa da un atteggiamento di contrapposizione, o almeno di
totale distacco, rispetto alla società civile, ad un
atteggiamento di integrazione, alla ricerca di una nuova
legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non limitati
all'interno delle organizzazioni criminali, ma estesi alla
politica, all'economia, alle istituzioni. L'ingresso nelle
logge massoniche esistenti o in quelle costituite allo scopo
doveva dunque costituire il tramite per quel collegamento con
quei ceti sociali che tradizionalmente aderivano alla
massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati,
notai), imprenditori, uomini politici, rappresentanti delle
istituzioni, tra cui magistrati e dirigenti delle forze
dell'ordine. Attraverso tale collegamento la 'ndrangheta
riusciva a trovare non soltanto nuove occasioni per i propri
investimenti economici, ma sbocchi politici impensati e
soprattutto quella copertura, realizzata in vario modo e a
vari livelli (depistaggi, vuoti di indagine, attacchi di ogni
tipo ai magistrati non arrendevoli, aggiustamenti di processi,
etc.), cui è conseguita per molti anni quella sostanziale
impunità, che ha caratterizzato tale organizzazione criminale,
rendendola quasi "invisibile" alle istituzioni, tanto che solo
da un paio di anni essa è balzata all'attenzione dell'opinione
pubblica nazionale e degli organi investigativi più
qualificati. Naturalmente l'inserimento nella massoneria, che
per quanto inquinata, restava pur sempre un'organizzazione
molto riservata ed esclusiva, doveva essere limitato ad
esponenti di vertice della 'ndrangheta, e per fare questo si
doveva creare una struttura elitaria, una nuova dirigenza,
estranea alle tradizionali gerarchie dei "locali", in grado di
muoversi in maniera spregiudicata, senza i legami culturali
della vecchia onorata società. Nuove regole sostituivano
quelle tradizionali, che restavano in vigore solo per i gradi
meno elevati e per gli ingenui, ma non vincolavano certo
personaggi come Antonio Nirta o Giorgio De Stefano, che si
muovevano con tranquilla disinvoltura tra apparati dello
Stato, servizi segreti, gruppi eversivi. Persino l'attività di
confidente, un tempo simbolo dell'infamia, era adesso
tollerata e praticata, se serviva a stabilire utili relazioni
con rappresentanti dello Stato o se serviva a depistare
l’attività investigativa verso obiettivi minori. E più oltre:
“Esigenze razionalizzatrici dunque che in qualche modo
anticipavano e preparavano quei nuovi assetti della
'ndrangheta che hanno formato oggetto della presente indagine,
ma che rispondevano anche alla necessità di ‘segretazione’ dei
livelli più elevati del potere mafioso, al fine di sottrarli
alla curiosità degli apparati investigativi ed alle confidenze
dei livelli bassi dell'organizzazione”.
Un lungo filo rosso unisce
dunque ‘ndrangheta e massoneria, anche se, stando alle
pacifiche conclusioni alle quali sono pervenute indagini
giudiziarie e storiche, la reciproca compenetrazione delle due
società segrete si consolidò a partire dalla seconda metà
degli anni ’70, in singolare e non certo casuale consonanza
con quanto avveniva dentro Cosa Nostra, come ebbe a riferire
il collaboratore di giustizia Leonardo Messina davanti
alla Commissione parlamentare antimafia: "Molti degli uomini
d'onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi,
appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla
Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i
contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con
gli uomini che amministrano il potere diverso da quello
punitivo che ha Cosa nostra".
Rimane dunque aperto il tema di
come rendere efficace il livello giudiziario e penale quando
emerge una dimensione occulta del potere e la sua doppiezza.
Le conclusioni sin qui riferite
trovano riscontro in alcuni dei documenti “interni” della
‘ndrangheta. In essi si fa riferimento alle formule di
iniziazione alla “Santa”, la struttura di ‘ndrangheta creata
nella metà degli anni ’70 del secolo scorso. Ad essa potevano
essere ammessi i giovani e ambiziosi esponenti delle cosche,
smaniosi di rompere le catene dei vecchi vincoli della società
di sgarro e di misurarsi con il mondo esterno, che offriva
infinite possibilità di inserimento, di arricchimento, di
gratificazione. Due sono gli elementi che appaiono decisivi.
Il primo è costituito dall’impegno assunto dai santisti di
“rinnegare la società di sgarro”. Dunque le vecchie regole,
ancora valide per tutti i “comuni” mafiosi, non valgono più
per la nuova èlite della ‘ndrangheta.
I santisti possono entrare in
contatto con politici, amministratori, imprenditori, notai,
persino magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine, se
questo può essere utile per l’aggiustamento dei processi, per
lo sviamento delle indagini, per stabilire rapporti
sotterranei di confidenza e di reciproco scambio di favori. L’infamità
non rappresenta più uno sbarramento invalicabile, può essere
aggirata e superata in vista dei vantaggi che la rete dei
contatti non più preclusi può assicurare.
Il secondo importante elemento
è costituito dalla “terna” dei personaggi di riferimento
prescelti per l’organizzazione della “Santa”. Non più gli
Arcangeli della società di sgarro –Osso, Mastrosso e
Carcagnosso, giunti dalla Spagna in Italia dopo 29 anni
vissuti nelle grotte di Favignana- ma personaggi storici, ben
noti nella tradizione culturale e politica italiana: Giuseppe
Garibaldi, Giuseppe Lamarmora, Giuseppe Mazzini. I primi due,
generali dell’esercito italiano, un tempo, in quanto portatori
di divisa al servizio dello Stato, sarebbero stati considerati
“infami” per definizione, per eccellenza. Come va spiegato
allora un richiamo così solenne ed esplicito a tali
personaggi? Qual è il messaggio che attraverso tale
indicazione si vuole mandare al popolo della ‘ndrangheta? La
risposta è chiara se si osserva come Garibaldi, Lamarmora,
Mazzini erano tutti e tre appartenenti a logge massoniche, per
di più in posizioni di vertice (Garibaldi fu Gran Maestro del
Grande Oriente d’Italia dal 24 maggio all’8 ottobre del 1864).
La ‘ndrangheta, insomma, da
corpo separato, si trasforma in componente della società
civile, in potente lobby economica, imprenditoriale, politica,
elettorale. Da allora diventa l’interlocutore imprescindibile,
il convitato di pietra, di ogni affare, investimento,
programma di opere pubbliche avviato sia a livello regionale
che centrale, ma anche di ogni consultazione elettorale,
amministrativa e politica.
Per arrivare a questo
risultato, tuttavia, i santisti non potevano entrare in
contatto “diretto” con gli esponenti delle istituzioni e del
potere economico, almeno all’epoca. Oggi, probabilmente, tutto
questo è possibile senza mediazioni, ma in quella fase storica
era necessario passare attraverso camere di compensazione, che
consentissero a quei contatti la necessaria dose di
riservatezza, affidabilità, sicurezza. Furono le logge
massoniche ad offrire una tale possibilità. Non tutte certo.
Alcune di quelle già esistenti diedero la propria
disponibilità, altre furono create per l’occasione, ma
sicuramente il sistema massonico-mafioso costituì il
formidabile strumento di integrazione delle mafie nel sistema
di potere dominante e di captazione nella borghesia degli
affari.
Da allora in avanti, il
fenomeno ‘ndrangheta appare sempre più con i caratteri di
componente strutturale della società meridionale, e non solo,
di “istituzione tra le istituzioni”, di attore diretto e
principale delle politiche di sviluppo, di investimento,
realizzate in quelle aree da parte delle istituzioni
comunitarie e nazionali. Per questo è verosimile che il ruolo
della massoneria, accertato e necessario in altre fasi, sia in
gran parte superato, almeno nelle forme finora conosciute.
E’ però necessario abbandonare
alcune categorie di lettura fortemente radicate nella cultura
dell’antimafia, categorie che appaiono oggi superate e
addirittura di ostacolo ad una lettura idonea a fornire
strumenti di analisi e soprattutto di contrasto in grado di
avere una qualche possibile efficacia.
La prima categoria è quella
dell’emergenza. Se la ‘ndrangheta vive ed opera
dall’Unità d’Italia e se essa, con il passare di oltre un
secolo e mezzo, ha conservato intatte fisionomia e presenza,
accrescendo la sua forza economica e il potere di
condizionamento politico, allora di emergenziale nella sua
presenza vi è davvero poco. E’ piuttosto un fenomeno dinamico,
funzionale all’attuale assetto economico-sociale e quindi non
contrastabile solo con i consueti interventi repressivi di
carattere giudiziario.
La definizione della mafia come
“antistato”, poi, è di quelle che appaiono suggestive ed
accattivanti ma legate all’immagine di una criminalità simile
al fenomeno terroristico, intenzionata cioè ad abbattere lo
Stato di diritto per sostituirsi ad esso. Di fronte ad un
fenomeno storico di tale portata, non solo non vi è mai stata
una seria, duratura, coerente, volontà politica di condurre
un’azione di contrasto decisa e irremovibile ma, al contrario,
si è registrata, da sempre, una linea ambigua e
contraddittoria. Alle debolezze istituzionali ed ai ritardi
culturali si è aggiunto un vero e proprio sistema si
collusioni e mediazioni sociali ed economiche, fino a
determinare un livello di organicità degli interessi mafiosi
alle dinamiche della società determinando il relativo degrado
della politica e delle istituzioni. Si è reso cosi sempre più
labile, in intere aree della Calabria il confine tra lo Stato
e gli interessi della ‘ndrangheta..
Con questa forza la ‘ndrangheta
ha sempre cercato, quando ne ha avuto l’opportunità, di
valicare l’area del proprio insediamento. Il suo essere
“locale” – non a caso auto-definizione della sua struttura
organizzata centrale - non è mai stato considerato una gabbia
o una limitazione al proprio agire mafioso, ha invece
rappresentato una pedana di lancio verso altri territori
–geografici, economici e sociali- nei quali stabilire
relazioni in cui sviluppare nuove attività criminali.
4. Tra passato e futuro
Nel fiume di parole che hanno
inondato la Germania e l’Italia immediatamente dopo la strage
di Duisburg colpisce in particolare il fatto che la scoperta
della ‘ndrangheta sia legata ad una descrizione della stessa
come un’organizzazione chiusa, arretrata, avvolta in una faida
sanguinaria e feroce. Tutto ciò sembra stridere con l’epoca in
cui viviamo, caratterizzata da processi di globalizzazione di
tutte le attività produttive e umane e da una straordinaria
capacità di trasmettere informazioni su scala planetaria.
La grande contraddizione,
dunque, sarebbe tra una società oramai globalizzata in tutti i
suoi aspetti ed una ‘ndrangheta arretrata ed arcaica.
In effetti questa
mafia agisce e pensa contemporaneamente localmente e
globalmente, controlla il territorio, segue e interviene
nell’evoluzione dei mercati internazionali. Per questo oggi è
la più robusta e radicata organizzazione, diffusa nell’intera
Calabria e ramificata in tutte le regioni del centro-nord, in
Europa e in altri paesi stranieri cruciali per le rotte del
narcotraffico.
Con questo
dinamismo ha articolato e diversificato le sue attività.
Abbandonati i sequestri di persona e continuando a controllare
l’intero ciclo dell’edilizia, ha investito nella sanità, nel
turismo, nel traffico dei rifiuti, nella grande distribuzione
commerciale, assumendo anche un ruolo chiave nel controllo dei
grandi flussi di denaro pubblico. Ha conquistato ruolo
imprenditoriale e soggettività politica. Una nuova dimensione
modellata sulle pieghe della società calabrese, dal Tirreno
allo Ionio, dal Pollino allo Stretto. Niente di vecchio e di
arcaico, quindi. Ma un soggetto criminale moderno con una
borghesia mafiosa, lontana apparentemente da tradizionali
logiche militari, come dalla gestione delle più imbarazzanti
attività criminali (traffico di droga, armi, esseri umani;
tutti settori affidati ormai a gruppi collaterali), inserita
progressivamente nei salotti buoni, della società; in questo
modo si fanno gli affari, si costituiscono le società miste,
si appaltano i servizi pubblici, si scelgono i consulenti di
chi governa, per determinare le grandi scelte del territorio.
L’inserimento negli organismi elettivi sarebbe già di per sé
pericoloso e inquinante, ma esso è a sua volta foriero di
ulteriori infiltrazioni: la pratica delle assunzioni
clientelari, degli affidamenti di lavori, di forniture e
servizi a imprese collegate, consente di allargare sempre di
più l’area dell’inquinamento mafioso, sino a stravolgere il
mercato del lavoro al pari di quello degli appalti. La
‘ndrangheta diventa così oltre che soggetto imprenditoriale
anche soggetto sociale, contribuendo a dare risposte drogate
ai bisogni insoddisfatti dai limiti e dall’assenza di
politiche pubbliche.
CAPITOLO III
Le famiglie e il territorio
1. Una mafia invisibile
“La ’ndrangheta è invisibile
come l’altra faccia della luna”, così il Procuratore dello
Stato della Florida a Tampa, Julie Tingwall, descrive negli
anni ’80 le cosche calabresi operanti in America. Una
definizione assai appropriata se si considera che l’abilità di
mimetizzarsi, di
muoversi nell’ombra, nel sottobosco dell’illegalità e nelle
pieghe della legalità, costituisce una delle caratteristiche
più evidenti della ’ndrangheta, sia in Calabria che nelle sue
proiezioni nazionali ed internazionali.
Negli ultimi due decenni le
cose sono cambiate e la ‘ndrangheta,
partendo dalla Calabria ha affermato la sua presenza negli
Stati Uniti, nell’America del Sud e nel Canada, in Europa e in
Australia, creando una rete operativa efficiente come poche
per compartimentazione e segretezza e riproducendo ovunque le
strutture organizzative presenti storicamente nella regione di
origine. Sono decine le cosche e centinaia gli affiliati
insediati all’estero.
La ‘ndrangheta in questa
affermazione sul piano internazionale, si è posta nei
confronti delle organizzazioni criminali degli altri paesi in
termini di assoluta affidabilità, soprattutto nel campo del
narcotraffico, come agli occhi dei cartelli colombiani ai
quali è stata capace di offrire maggiori garanzie rispetto
alle altre mafie. In particolare è apparsa più affidabile di
Cosa nostra e della camorra, colpite dalla repressione e
incrinate nella loro credibilità dal fenomeno dei
collaboratori di giustizia.
Benché le rigide regole di
compartimentazione territoriale operanti all’interno delle
rispettive aree di influenza nelle cinque province calabresi
portino le singole cosche ad operare in maniera
sostanzialmente autonoma, è netta la loro tendenza a
strutturarsi in holding criminali per la gestione dei traffici
internazionali di droga o per l’infiltrazione negli appalti
pubblici riguardanti territori che ricadono sotto l’influenza
di più gruppi mafiosi.
Il livello di pervasività è
elevatissimo con punte estreme nella provincia di Reggio
Calabria dove esso assume una capillarità tale da condizionare
ogni aspetto della vita sociale ed economica.
Le cosche dell’area ionica,
attive su un territorio che offre minori opportunità
economiche, caratterizzato da una morfologia impervia ed aspra
(dalla costa fino alle vette dell’Aspromonte) e per questo
difficilmente permeabile a un’efficace controllo da parte
delle forze di polizia, si sono dedicate per anni ai sequestri
di persona. I profitti di questa attività hanno poi costituito
la base per l’ingresso in grande stile nel traffico
internazionale degli stupefacenti.
Per comprendere il livello di
pervasività della ‘ndrangheta, è utile rappresentare
una mappa aggiornata delle cosche e della loro dislocazione
sul territorio.
2. La provincia di Reggio Calabria
2.1 Il capoluogo
Le dinamiche criminali e i
relativi equilibri in atto vedono il territorio del capoluogo
ripartito in tre zone: la zona nord della città, in direzione
Gallico, controllato dai sodalizi “Condello-Saraceno-Imerti-Fontana”,
“Rosmini” e “Serraino” (quest’ultimo federato con le famiglie
“Imerti” e “Condello”, estende la propria influenza nei comuni
di Cardeto, Gambarie, Santo Stefano in Aspromonte e San
Sperato); il centro cittadino è controllato dalla consorteria
“De Stefano-Tegano-Libri”, e la zona sud dalle cosche
“Latella-Ficara” e “Labate”, questi ultimi concentrati nel
quartiere Gebbione. A Sambatello, comune a nord di Reggio
Calabria, è attiva la cosca “Araniti”, con a capo il boss
Santo, detenuto in regime speciale, legata ai “De Stefano”.
Secondo il R.O.S. dei
Carabinieri sarebbe “confermata la fase di
ridefinizione di rapporti ed alleanze tra le famiglie “De
Stefano”, “Tegano”, “Condello” e “Serraino”, come
emerso dalla frattura all’interno dello storico cartello “De
Stefano-Tegano” che, voluta dagli esponenti della stessa
famiglia “De Stefano”, avrebbe determinato un avvicinamento
dei “Tegano” - il cui esponente di vertice è il latitante
Giovanni Tegano - ai “Condello”, avversari storici del
cartello destefaniano. In tale ambito, le acquisizioni
investigative attestano l’assoluto rilievo del boss Pasquale
Condello, (arrestato il 18 febbraio 2008), cui pare essere
stata devoluta la direzione delle attività illecite di
maggiore rilievo nell’intero capoluogo (...)”.
Una
possibile conseguenza di tale
riassetto degli equilibri potrebbe essere l’avvio di un
sistema di coordinamento più strutturato e meglio in grado di
affrontare con efficacia gli affari di maggiori proporzioni,
anche e soprattutto nel settore dei lavori pubblici, nel
quale, al momento, è confermata la forte incidenza della
famiglia “Libri”, capeggiata da Pasquale Libri.
L’operazione “Ronin” - nel cui
ambito il GIP del Tribunale di Reggio Calabria ha emesso, nel
marzo 2006, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei
confronti di 13 indagati per associazione mafiosa, estorsione,
corruzione e frode nelle pubbliche forniture - ha documentato
il controllo mafioso di appalti e servizi pubblici, anche
attraverso la corruzione di amministratori locali, tutti
legati allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e alla
gestione delle relative discariche. Più in particolare, ha
evidenziato un accordo imprenditoriale relativo alla gestione
di quei servizi raggiunto tra Domenico Libri, anche per conto
della cosca “Tegano”, e l’organizzazione di Pasquale Condello.
La stessa operazione ha messo a
nudo la capillare rete delle estorsioni gestita da
quest’ultima cosca, come è emerso anche nel corso del’audizione
dei magistrati della D.D.A., nell’ambito della missione della
Commissione Antimafia a Reggio Calabria del luglio 2007,
secondo i quali si mantiene costante la pressione delle cosche
del capoluogo su amministratori locali, imprenditori e
lavoratori autonomi, esercitata come di consueto attraverso
minacce, danneggiamenti e attentati incendiari.
Anche in occasione delle
elezioni amministrative del 2007, la pressione mafiosa si è
fatta avvertire attraverso intimidazioni a danno di candidati
di diversi schieramenti.
La situazione dei latitanti
originari di questa area è decisamente preoccupante, come
evidenzia lo S.C.O. della Polizia:
“Tra
i ricercati di elevato spessore criminale gravitanti nei
sodalizi citati, oltre a Pasquale Condello, si registrano
Domenico Condello (cl. 1956), Giuseppe De Stefano (cl. 1969),
Giovanni Tegano (cl. 1939), tutti inseriti nel Programma
Speciale di Ricerca dei 30 latitanti di maggiore pericolosità”.
2.2 L’area ionica
Sul versante ionico della
provincia reggina operano numerose organizzazioni distribuite
in modo capillare sul territorio, talvolta alleate tra loro
per ragioni di parentela o di affari, con attività anche a
livello nazionale e internazionale. Elemento di equilibrio tra
le stesse è la figura “carismatica” di Giuseppe Morabito,
detto “U Tiradrittu”, arrestato nel 2004”,
uno dei boss più
autorevoli della 'ndrangheta, capo incontrastato non solo del
“locale” di Africo ma di una sorta di federazione di “locali”,
con un ruolo interno di assoluto prestigio e rilievo.
Il principale campo di
attività nel quale operano le cosche dell’area ionica reggina
è senza dubbio il traffico di stupefacenti, al quale si sono
convertite dopo la stagione dei sequestri di persona, favorite
anche dall’insediamento stabile di loro esponenti nel
centro-nord dell’Italia o all’estero, dal nord Europa al Sud
America, dall’Australia al Canada.
Fino ai primi anni ’90, le
‘ndrine avevano sperimentato le loro professionalità criminali
nella gestione dei sequestri di persona, sviluppando modalità
operative analoghe a quelle di una vera e propria industria,
sia per i profitti realizzati che per le eccezionali capacità
di programmazione e di divisione del lavoro, soprattutto
quando i sequestri erano attuati al Nord e le vittime venivano
trasferite al Sud e gestite da una rete logistica operante
sull’intero territorio nazionale.
Si creò in quegli anni un vero
e proprio sistema legato alla gestione materiale dei
sequestri, con l’impiego diretto di latitanti, ma anche di
giovani affiliati incensurati, per la custodia degli ostaggi.
Benché non mancassero i
contrasti e le opposizioni da parte di alcuni degli esponenti
più prestigiosi della 'ndrangheta storica - che non
condividevano la possibilità di tenere in ostaggio donne e
bambini per via del disonore e del danno di immagine che ne
poteva trarre la 'ndrangheta - i sequestri proseguirono per
lungo tempo, anche in ragione dell’assenza di un'autorità
centrale in grado di imporre un divieto di farlo rispettare.
Con i proventi dei sequestri
le cosche della Ionica reggina accumularono notevoli capitali
impiegati per il finanziamento di altre attività legali e
illegali. Parte di tali profitti venne investita
nell'edilizia: furono comprati camion, autocarri e pale
meccaniche e furono create ditte mafiose inseritesi poi nella
gestione dell’intero ciclo dell’edilizia e degli appalti
pubblici. A Bovalino è sorto un quartiere chiamato dagli
abitanti “Paul Getty”, dal nome del giovane sequestrato a Roma
il 9 luglio 1973 e rilasciato il 15 dicembre dello stesso
anno, dopo il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 700
milioni, una cifra enorme per l'epoca.
Ma la parte più consistente di
quel denaro fu investita dapprima nel contrabbando delle
sigarette estere e successivamente nel ciclo della droga,
grazie al quale la ‘ndrangheta rompeva la sua condizione di
minorità per inserirsi nel più grande business mafioso.
Nell’area le indagini
confermano il ruolo centrale delle famiglie di Africo, San
Luca, Platì, Siderno e Gioiosa Ionica ma, evidenzia il R.O.S.
dei Carabinieri, “…permangono
le tensioni dovute alle contrapposizioni tra i gruppi “Cordì”
e “Cataldo”, a Locri, e tra i “Commisso” e i “Costa”, a
Siderno. A Locri, in particolare, dopo gli omicidi del 2005 -
segno del riacutizzarsi della tensione tra le citate famiglie
- si registra un’apparente fase di stasi, conseguente anche
all’incisiva risposta investigativa seguita all’omicidio del
vice presidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno.
Sempre sul versante dei
tentativi delle organizzazioni mafiose di condizionare le
istituzioni, non vanno dimenticati gli atti intimidatori nei
confronti di alcuni magistrati della locale Procura. In
particolare: il 21.02.2006, è stata intercettata una missiva
indirizzata alla dott.ssa Maria Teresa Gerace, Magistrato
presso il Tribunale civile di Locri, contenente frasi
minatorie e una cartuccia cal. 9X21; il 23.03.2006, presso gli
uffici della Sezione distaccata del Tribunale di Siderno, è
stata invece intercettata una missiva intimidatoria contenente
due cartucce cal. 9X21, indirizzata ad un altro magistrato”.
“Nella zona di Africo sono
attive le cosche “Morabito-Bruzzaniti-Palamara”. In
particolare, nel comune di Africo Nuovo, la cosca “Morabito-Scriva”,
intesi “scassaporte”, collegata all’omonima e più nota cosca “Morabito-Palamara”.
“E’ utile ricordare come
l’operazione “Armonia” (del 2003) abbia svelato l’esistenza di
un’associazione mafiosa denominata “crimine”, strutturata, in
forma di “cartello” criminale nel mandamento ionico e
comprendente tutti i “locali” della zona ionica
reggina, al cui vertice era Morabito Giuseppe, unitamente a
Giuseppe Pansera, Filiberto Maesano, Antonio Pelle, Giuseppe
Pelle ed altri”.
Da tempo,
gruppi criminali originari di Africo e riconducibili alla
cosca “Morabito” si sono insediati in forma stabile a Milano,
in particolare nella zona sud-est, fra l'Ortomercato ed il
centro della città, dove hanno acquisito attività economiche e
finanziarie.
Il 3 maggio 2007, nell’ambito
dell’operazione “King”, la Squadra Mobile di
Milano ha arrestato 20 soggetti, tra i quali alcuni elementi
di spicco della ‘ndrangheta, appartenenti alla cosca “Morabito-Palamara-Bruzzaniti”.
Erano in collegamento con trafficanti sudamericani, impegnati
in attività di narcotraffico, estorsioni e riciclaggio.
Indagini condotte parallelamente hanno coinvolto anche un
cittadino italo-argentino residente in Svizzera che ha
rivestito un ruolo strategico nel traffico internazionale
della cocaina proveniente dal Brasile, dall’Argentina e dalla
Spagna, e destinata alla Lombardia e alla Calabria.
Anche nelle zone di Cornaredo
e Bareggio, sempre nel milanese, risultano presenti affiliati
alle cosche “Morabito” e “Barbaro” di Platì, uniti tra
loro anche da legami di parentela e vincoli matrimoniali.
“A Siderno è confermata
l’egemonia della famiglia “Commisso”, nonostante si siano
registrati diversi episodi indicativi dell’instabilità degli
equilibri criminali, in buona parte riconducibili alla storica
faida tra gli stessi “Commisso” e la famiglia “Costa”.
Su quella faida ha fatto in
gran parte luce la D.D.A. di Reggio Calabria con l’operazione
“Siderno Group” che, condotta tra l’Italia, il Canada, gli
U.S.A. e l’Australia, ha messo a nudo le attività criminali ed
i traffici di stupefacenti gestiti da famiglie mafiose
dell’area Ionica reggina, in stretto collegamento con loro
esponenti emigrati da anni in quei Paesi. In questo contesto,
il 28 giugno 2005, la Polizia italiana ha consentito
l’arresto, a Toronto (Canada), del boss
latitante Antonio Commisso, detto “l’avvocato”, capo
indiscusso del clan accusato di aver gestito il
traffico di droga in Canada, Stati Uniti e Australia e
ritenuto la proiezione economica della sua famiglia in terra
nordamericana.
“Nell’area di Melito Porto Salvo, è attiva la cosca “Iamonte”
che, a seguito della cattura dei latitanti Giuseppe Iamonte
(cl. ‘49) e Vincenzo (cl. ‘54), tratti in arresto nel 2005, è
attualmente capeggiata da Remigio Iamonte”. La cosca ha
dimostrato “un’elevata capacità di infiltrazione nella
pubblica amministrazione, come confermato dall’insediamento
nel Comune di Melito Porto Salvo della Commissione d’accesso
nominata dal Prefetto di Reggio Calabria il 25.02.2006”.
Allo stesso tempo la cosca
Iamonte è ricca di attività nel settore edilizio, sia pubblico
che privato, attraverso il controllo di imprese locali.
I “Iamonte” hanno proiezioni
anche nella Valle d’Aosta ed in Toscana. Nella prima regione
risultano presenti soggetti collegati con tale famiglia,
probabilmente attratti dalle opportunità economiche connesse
con l’industria turistica della zona e dalla favorevole
posizione della regione, al confine con Francia e Svizzera,
fattori che potrebbero favorire l'attività di riciclaggio dei
proventi illeciti. In Toscana, invece, soprattutto nella
provincia di Lucca, sono presenti alcuni elementi che fungono
da riferimento anche per organizzazioni di origine campana e
siciliana impegnate nel traffico della droga.
“Nei comuni di Roghudi e
Roccaforte del Greco potrebbe incidere sugli equilibri
criminali locali la scarcerazione di Francesco Maesano e la
cattura di Fortunato Maesano,
capo dell’omonima cosca, avvenuta il 26.10.2006 in Svizzera;
quest’ultimo era ricercato dal giugno 2002 per associazione di
tipo mafioso, omicidio aggravato, reati in materia di armi ed
altro.
Nel comprensorio di S.
Lorenzo, Bagaladi e Condofuri si conferma il controllo
criminale della famiglia “Paviglianiti”, il cui capo
indiscusso, Domenico (cl. 61), è detenuto. I “Paviglianiti”,
che vantano forti legami con le famiglie “Flachi”, “Trovato”,
“Sergi” e “Papalia”, tutte caratterizzate da significative
proiezioni lombarde, hanno inoltre qualificate cointeressenze
con le cosche reggine dei “Latella” e dei “Tegano”, nonché con
i “Trimboli” di Platì e gli “Iamonte” di Melito Porto Salvo.
Nella parte del territorio che
va dal comune di Bova a Palizzi risultano attive le
consorterie dei “Talia” e dei “Vadalà-Scriva”, entrambe
riconducibili al già citato cartello “Morabito-Palamara-Bruzzaniti”.
Nel territorio che congiunge
il comune di Staiti a quello di Casignana, operano le famiglie
“Scriva”, “Mollica”, “Palamara” e “Morabito”, tutte legate da
vincoli di parentela ed egemonizzate dai “Morabito”; queste
risultano attive anche nel Lazio, ove sono presenti, ormai da
tempo, delle qualificate ‘ndrine”.
Secondo un’analisi del Servizio
Centrale Operativo, le famiglie attive nel Lazio sono
già collegate a personaggi di spicco della malavita romana, e
hanno esteso progressivamente la propria influenza,
soprattutto nel traffico di stupefacenti, ma anche
nell’attività edile e negli appalti in tutto il litorale da
Nettuno a Civitavecchia. Queste cosche operano anche nel campo
dell’usura e delle estorsioni e vengono ragionevolmente
ipotizzati grossi investimenti di capitali in attività
commerciali nella città di Roma.
“Nell’area territoriale che
riunisce i comuni di San Luca, Samo, Bovalino, Benestare e
Bianco sono stanziate le famiglie storiche e più autorevoli
della ‘ndrangheta: i “Nirta”, gli “Strangio”, i “Pelle, i “Vottari”,
i “Romeo”, i “Giorgi” e i “Mammoliti” che, dopo una momentanea
crisi a cavallo degli anni ‘90, hanno ripreso le proiezioni
operative sul territorio nazionale ed internazionale”.
Nella
provincia di Milano
è stata rilevata la presenza di esponenti della famiglia
"Strangio", in
contatto con
narcotrafficanti sudamericani e, in riferimento ai
profili internazionali di tali cosche, nel luglio 2006, il
G.O.A. della G.di F. di Catanzaro ha concluso un’operazione,
coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria, che ha
consentito di individuare una cellula della ‘ndrangheta attiva
fra l’Olanda, il Belgio e la Germania, e di
interrompere la latitanza di sei esponenti di spicco della
mala calabrese: Calogero Antonio Costadura, Bruno Pizzata,
Francesco Strangio, Giancarlo Polifroni, Antonio Ascone e
Gioacchino Bonarrigo.
Antonio Costadura, arrestato a
Genk (Belgio), è figlio naturale di Salvatore Nirta, esponente
di vertice dell’omonima cosca e latitante dal 2002 ricercato
per traffico internazionale di sostanze stupefacenti; Bruno
Pizzata, affiliato alla stessa cosca “Nirta”, è stato tratto
in arresto a Lamezia Terme (CZ) mentre era a bordo di un
autobus proveniente da Monaco di Baviera (Germania); Francesco
Strangio, arrestato mentre era in viaggio da Amsterdam a
Rotterdam (Olanda), è il personaggio di maggiore spessore
criminale tra gli arrestati. Latitante dal 1993, era ricercato
per traffico internazionale di stupefacenti, svolto per conto
delle cosche “Giorgi” e “Romeo”. Dai luoghi degli arresti dei
latitanti si evince il livello e la dimensione dei traffici
internazionali.
“Nel comune di Platì è
confermata la presenza dei gruppi criminali riconducibili alle
famiglie “Barbaro”, “Trimboli”, “Sergi”, “Perre”, “Agresta”,
“Romeo”, “Papalia” e “Marando”, tutte legate da
vincoli di parentela e cointeressenze nella gestione degli
affari illeciti. Le famiglie sono concentrate attorno alla
cosca “Barbaro”, soprannominata “castànu”, ed operano in
prevalenza nel narcotraffico, anche fuori dall’area di
origine, avvalendosi nei diversi luoghi della collaborazione
di cellule criminali satellite”.
“I “Sergi-Marando”, in
particolare, vantano una consolidata alleanza con le famiglie
“Maesano-Paviglianiti-Pangallo”, egemoni a Roccaforte del
Greco, S. Lorenzo, Roghudi e Condofuri, contrapposte per anni
alla cosca “Zavettieri” in una sanguinosa faida che nel corso
degli anni ‘90 ha mietuto decine di morti in entrambi gli
schieramenti”.
“In ambito locale, inoltre,
anche in virtù di ricorrenti rapporti di parentela, riescono a
condizionare efficacemente l’azione amministrativa degli enti
pubblici, come peraltro documentato nel corso dell’indagine
“Marine” (…) che aveva portato all’arresto di amministratori e funzionari dello
stesso Comune di Platì.
In alcuni comuni
dell’hinterland milanese (Trezzano sul Naviglio, Corsico,
Cesano Boscone e Buccinasco) hanno fissato da anni la loro
dimora numerosi esponenti delle famiglie di Platì i quali
hanno praticamente colonizzato l’area, riproducendo nei loro
nuovi quartieri modelli sociali tipici delle zone di
provenienza. Del resto, buona parte dei sequestri di persona a
scopo di estorsione verificatisi in Lombardia sono stati
attuati proprio da esponenti di tali gruppi che provvedevano
poi a trasferire gli ostaggi in Aspromonte. Da anni in questi
comuni agiscono le famiglie “Papalia”
e “Barbaro”, che gestiscono il traffico della droga,
con una propensione all’infiltrazione ed al condizionamento
degli appalti pubblici.
Con l’operazione “Zappa”,
conclusa in due diverse fasi, nel 2004 e nel 2005, sono stati
colpiti numerosi appartenenti ai
“Maesano-Paviglianiti-Pangallo” ed ai “Sergi-Marando”,
ritenuti responsabili, a vario titolo, di traffico di
stupefacenti. L’indagine, partita da Reggio Calabria e
provincia, si è estesa ed ampliata ad altre regioni d’Italia
(Lombardia, Piemonte, Lazio, Liguria, Sardegna, Toscana) e
successivamente è approdata in Paesi esteri del bacino del
Mediterraneo (Francia, Spagna e Marocco) e del Sudamerica
(Colombia, Cile ed Ecuador). Personaggi chiave dell’indagine
si sono rivelati, in una fase iniziale, boss del calibro di
Santo Maesano e Paolo Sergi, e con loro i narcotrafficanti
Roberto Pannunzi (cl. ‘48) e suo figlio, Alessandro (cl. ‘72),
unanimemente considerati fra i più accreditati
narcotrafficanti italiani, entrambi arrestati a Madrid il 4
aprile 2004.
Altrettanto note le proiezioni
delle famiglie di Platì in Australia, soprattutto nella città
di Griffith. La loro presenza in quella parte del mondo risale
ai primi anni ’50, quando l’alluvione che colpì Platì nel 1951
spinse molti dei suoi abitanti a cercare fortuna oltre oceano,
concentrandosi in particolar modo in quella cittadina dove,
nel corso degli anni, vennero raggiunti da altri conterranei.
Il 15 luglio 1977, a Griffith,
venne ucciso a colpi di lupara il deputato liberale Donald
MacKay, mentre dodici anni dopo, il 12 gennaio 1989, a
Canberra, con due colpi di pistola alla nuca morì Colin
Winchester, Vice Capo della polizia federale.
Una stessa pista investigativa
accomunò i due omicidi, individuando in esponenti delle
famiglie originarie di Platì i probabili mandanti ed
esecutori. Nel corso delle indagini gli investigatori
australiani scoprirono che numerosi terreni erano stati
acquistati con denaro inviato dal piccolo paese della
Calabria, parte del quale proveniente dai sequestri di persona
effettuati in Lombardia e per i quali erano risultati
implicati esponenti delle famiglie “Perre”, “Sergi”, “Papalia”
e “Barbaro”.
Gli investigatori australiani
scoprirono anche che quei terreni, prima incolti, erano stati
accuratamente curati e destinati alla coltivazione di canapa
indiana: ne furono individuate ben 188 grosse coltivazioni.
Nel Comune di Careri,
geograficamente collocato a valle di Platì, sono attive le
famiglie “Cua”, “Ietto” e “Pipicella”.
Un
insediamento della ‘ndrangheta, emanazione delle
famiglie di Careri, attive
nel traffico di droga,
è stato di recente individuato nell'area nord-ovest di
Milano, nei comuni di Inveruno, Cuggiono e
Castano Primo.
I soggetti interessati gestiscono diverse attività
commerciali, verosimilmente avviate
con i proventi del narcotraffico. Ma anche sul proprio territorio gli
affari spingono all’accordo.
Il
cospicuo investimento per la realizzazione della nuova arteria
stradale Bovalino-Bagnara, per una spesa di circa 835 milioni
di euro, sta già stimolando gli appetiti delle cosche locali,
certamente alla ricerca di una partecipazione ai lavori.
“A Canolo e Sant’Ilario dello
Ionio è operativa la cosca “D’Agostino”, collegata a quella “Cordì”.
Su questo versante, a Siderno dove sono radicati i “Commisso”,
il 14 gennaio 2006, è stato arrestato il latitante Domenico
D’Agostino, ricercato dal 2000, destinatario di un’ordinanza
di custodia cautelare per associazione di tipo mafioso e
traffico di sostanze stupefacenti”.
“Nell’area di Gioiosa Ionica e
Marina di Gioiosa operano le famiglie “Mazzaferro”, “Jerinò”,
“Coluccio-Aquino” e “Ursino-Macrì”, particolarmente attive nel
traffico di stupefacenti, settore in cui vantano collegamenti
con tutte le consorterie ‘ndranghetiste reggine e con
esponenti di altre organizzazioni criminali, in un’ottica di
cartello internazionale”.
Gli “Ursino”, parte integrante
della cosca “Ursino-Macrì”, sono insediati a Torino ed in
tutta la prima cintura sita a nord e a sud del capoluogo.
Un’operazione del marzo 2006,
ha portato all’esecuzione di arresti disposti dal G.I.P. del
Tribunale di Napoli nei confronti di 22 persone, ha
documentato i rapporti tra la cosca “Ursino-Macrì” con Carmine
Aquino, esponente di spicco del clan “Aquino-Annunziata” di
Boscoreale (NA). L’affare comune riguardava l’importazione di
cocaina dall’Olanda e dalla Germania.
Del resto, è ormai noto che la
Germania - così come l’Olanda ed il Belgio - rappresenta per
la ‘ndrangheta area di reinvestimento dei capitali illeciti,
oltre ad essere da sempre prescelta per la mimetizzazione dei
latitanti.
Il 27 settembre 2006, a Roma,
all’aeroporto di Fiumicino, è stato arrestato Vincenzo
Roccisano, da Marina di Gioiosa Ionica (RC), latitante dal
luglio del 1991 e ricercato per narcotraffico. Elemento di
spicco della “cosca “Ierinò”, con proiezioni in Canada e negli
Stati Uniti, Roccisano, nel febbraio 1989, era stato
già tratto in arresto negli Stati Uniti dal F.B.I.,
unitamente ad altre 5 persone, per traffico internazionale di
stupefacenti.
Già negli anni ’90, le
dichiarazioni rese da
Calogero Marcenò, un capo-bastone che viveva a Varese e che
decise di collaborare con la giustizia, avevano svelato
l’esistenza di numerosi “locali” della ‘ndrangheta in
Lombardia, in particolare nella provincia di Como, legati al
clan “Mazzaferro”. Ulteriori presenze dei “Mazzaferro” si
registrano nella provincia di Varese e anche in
Piemonte, fra Torino e la Val di Susa. Affiliati alla cosca
sono presenti anche nella provincia di Gorizia, dove sono
rivolti all’acquisizione di esercizi pubblici e attività
commerciali.
In Piemonte, oltre ai “Mazzaferro”,
sono attivi affiliati alle cosche “Marando”, “Agresta” e “Trimboli”,
tutte riconducibili alla famiglia “Barbaro” di Platì, attivi
nel’area del Canavese, area nella quale sono presenti anche
uomini dei cartelli “Morabito-Palamara-Bruzzaniti” di Africo e
i “Ierinò” di Gioiosa.
“Nel territorio di Monasterace
ai confini con la provincia di Cartanzaro, opera invece il
clan “Ruga-Metastasio”.
2.3 L’area tirrenica
Nel versante tirrenico della
provincia di Reggio Calabria le investigazioni confermano
l’egemonia delle potenti cosche “Piromalli-Molè” e “Pesce-Bellocco”,
che gestiscono tutte le attività illecite nella Piana di Gioia
Tauro: dal traffico degli stupefacenti e di armi, alle
estorsioni e all’usura, ma anche l’infiltrazione dell’economia
locale attraverso il controllo e lo sfruttamento delle
attività portuali.
Dopo un periodo di pace
mafiosa, l’omicidio di Rocco Molè, di 42 anni,
avvenuto a Gioia Tauro nella mattina del 1° febbraio 2008,
potrebbe costituire l’innesco
di una nuova fase di guerra mafiosa (anche in seno alla stessa
cosca “Piromalli-Molè”), finalizzata a ristabilire gli
equilibri nella spartizione degli enormi proventi illeciti
derivanti dagli investimenti che si stanno effettuando in
quella zona, e che nei prossimi anni sono destinati a
crescere.
Del resto, come già
evidenziava la Direzione Investigativa Antimafia,
“dall’analisi delle dinamiche interne alle ‘ndrine della zona,
si rileva che tale calma è solo apparente, permanendo una
forte tensione tra le cosche locali secondo logiche di
confronto basate su prove di forza e affermazioni di dominio”.
La Piana di Gioia Tauro, dal
progetto del V° centro siderurgico fino alla realizzazione del
porto, con le ingenti risorse finanziarie statali e
comunitarie impiegate per il suo sviluppo economico,
costituisce ormai da tempo il più grande affare per le ‘ndrine
insediate sul
territorio”.
Le attività connesse con la
gestione del porto e dunque con il colossale movimento dei
containers, le opportunità di traffici illeciti a livello
internazionale, rese possibili dal frenetico via vai
quotidiano delle merci, hanno attratto gli appetiti dei “Molè”,
dei “Piromalli”, dei “Bellocco” e dei “Pesce” e li hanno
portati ad imporre la loro presenza, offrendo l’opportunità di
un salto di qualità internazionale.
“Il dato trova riscontro in
numerosi sequestri operati dalla G.di F. e dal Servizio
vigilanza antifrode doganale di
tabacchi lavorati esteri, calzature, articoli elettronici e
materiale contraffatto di varia natura, pronti per essere
smerciati all’interno dei Paesi dell’Unione Europea.
In rapporto al lucroso settore
dello smaltimento dei rifiuti
(…), il 10 luglio 2006,
un’indagine coordinata dalla Procura di Palmi ha portato al
sequestro di centinaia di containers contenenti rifiuti vari,
in particolare destinati in Cina, India, Russia e Nord Africa,
per poi essere lavorati e reimportati come ricambi o merce a
prezzo ribassato nel territorio dell’Unione Europea”.
Componenti della famiglia
“Piromalli” sono presenti anche a Roma, dove si ipotizza
reinvestano cospicui capitali di provenienza illecita in
attività
imprenditoriali, e
risultano essersi spinti fino alla
provincia di Gorizia per
acquisire esercizi pubblici e attività
commerciali.
Anche i “Bellocco” hanno una
forte proiezione internazionale, come emerge dall’arresto di
Antonio Ascone e Gioacchino Bonarrigo, loro affiliati, in
occasione della stessa indagine condotta nel luglio 2006 dal
G.O.A. della G.di F. di Catanzaro, su di un traffico
internazionale di sostanze stupefacenti fra l’Olanda, il
Belgio e la Germania.
Nel 2006, a Gersthofen, in
Germania, è stato invece arrestato il latitante Michele
Albanese, detto “ Ringo”, vicino alla cosca “Piromalli-Molè”,
già condannato in primo grado alla pena di oltre 14 anni di
carcere. Contemporaneamente all’arresto in Germania, la G.di
F. ha rinvenuto nell’abitazione dell’Albanese, a Rosarno, un
bunker interrato, al quale si accedeva da una botola con
un’apertura meccanica.
“Il territorio del
comprensorio di Palmi risulta suddiviso fra la cosca
“Gallico”, che controlla l’area nord, e la cosca “Parrello”,
che controlla la zona sud della città ed è legata alla
famiglia dei“Bruzzise” di Seminara. I diversi omicidi che
hanno riguardato i “Bruzzise” nel corso del 2006, proprio in
virtù degli accertati rapporti con la cosca “Parrello”,
potrebbero essere collegati alla faida che da anni contrappone
questi ultimi alla famiglia “Gallico” per il controllo del
territorio palmese (la
cosiddetta “faida di Barritteri”, per il predominio della zona
di “Barritteri”, tra Palmi e Seminara, luogo strategico per il
controllo dei lavori di ammodernamento dell’Autostrada A3 –
n.d.r.)
”.
Sul territorio di Palmi
esercita la sua influenza anche la famiglia dei “Mancuso” di
Limbadi.
“La famiglia mafiosa dei
“Crea”, capeggiata dal boss Teodoro Crea,
esercita l'egemonia nell’area di Rizziconi, con diramazioni
anche nel Nord Italia, dove è particolarmente attiva con
imprese edili nell’accaparramento di appalti pubblici. Il
potere mafioso dei “Crea” si è rafforzato per i legami con
altre famiglie storiche della 'ndrangheta, come i “Mammoliti”
di Castellace e gli “Alvaro” di Sinopoli ,
concretizzatosi nel controllo diretto di attività economiche
nel settore delle costruzioni, degli autotrasporti e della
grande distribuzione”.
Per quanto riguarda gli
“Alvaro”, nella zona di Roma si registra la presenza di
personaggi, riconducibili alla loro organizzazione, che si
ipotizza reinvestano in attività commerciali ingenti capitali
di provenienza illecita.
“A Cinquefrondi opera il clan “Petullà”,
oltre alla cosca “Auddino”, attiva anche ad Anoia e nei paesi
limitrofi. A Delianuova è attiva la cosca “Papalia-Italiano”,
in rapporto di affari con gli “Alvaro-Macrì-Violi” di Sinopoli.
A Taurianova emerge il
predominio della cosca “Asciutto-Avignone-Grimaldi”, con
proiezioni nel Nord Italia e strettamente collegata al clan
Piromalli-Molè” di Gioia Tauro (RC), di cui Santo Asciutto,
attualmente detenuto in regime speciale, sarebbe stato “uomo
di fiducia”. L’organizzazione di cui è a capo è da anni
contrapposta, in una cruenta guerra di mafia, a quella degli
“Avignone”, attiva nello stesso comprensorio calabrese ed
anch’essa con ramificazioni in ambito nazionale”.
Si evidenzia inoltre l’attività della cosca “Viola”.
A Cittanova sono presenti le
cosche degli “Albanese” e dei “Facchineri”. Questi ultimi,
peraltro, risultano essersi spinti da tempo in Umbria e, con
esponenti delle famiglie “Asciutto” e “Grimaldi” - anche nella
Valle d’Aosta, dove hanno investito nel settore turistico.
Anche la Toscana è interessata
dalla presenza di elementi di tale cosca, come dimostra il
tentato omicidio del nomade Sebastian Fudorovic, avvenuto il 7
marzo 2006, ad Altopascio (LU), ad opera di Giuseppe Lombardo,
elemento organico alla famiglia “Facchineri”.
“A
Santa Cristina d’Aspromonte sono attive le famiglie
“Madafferi” e “Papalia”; a Oppido Mamertina i “Mammoliti” e
gli “Stefanelli”; a Seminara i
“Santaiti-Brindisi-Caia-Gioffrè” e la cosca contrapposta dei “Bruzzise”;
a Polistena i “Longo-Versace”.
Nella Piana di Gioia Tauro,
oltre al porto e agli appalti, un settore di interesse delle
cosche locali è quello agricolo, per le opportunità di lucro
derivanti sia dalla “guardianìa” dei fondi che dalle frodi ai
danni dell’A.I.M.A. e dell’I.N.P.S.”.
Infiltrazioni di cosche ioniche
sono infine accertate in Liguria
nei comuni di Ventimiglia e
Sarzana.
3. Provincia di Catanzaro
3.1 Lamezia Terme
Le cosche locali si mostrano
ben radicate e attive sul territorio, benché subiscano ancora
l’influenza di quelle storiche presenti in altre parti della
regione. Negli ultimi anni comunque hanno evidenziato grande
attivismo e hanno iniziato ad espandersi oltre i confini
regionali.
Gravi, numerosi delitti
avvenuti negli ultimi tempi nel territorio della provincia
lasciano ipotizzare situazioni di tensione e di instabilità
fra le famiglie mafiose.
Tuttavia, la zona che
rappresenta oggi una reale emergenza, sia sotto il profilo
della pervasività criminale che per la sicurezza pubblica è
quella di Lamezia Terme dove si è registrato il maggiore
incremento di gravi fatti di sangue. Una lunga serie di
omicidi ha segnato la contrapposizione tra i sodalizi
“Iannazzo-Giampà” (localizzati rispettivamente a Sambiase e a
Nicastro di Lamezia Terme), e “Cerra-Torcasio” (insediata a
Nicastro di Lamezia Terme, zona Capizzaglie”) e il conflitto
tra i due schieramenti sembra ancora lontano dalla
composizione.
Le cosche, operanti nei
tradizionali settori dell’illecito, da cui traggono buona
parte dei loro profitti (estorsioni, traffico di armi e di
sostanze stupefacenti, ingerenza negli appalti, ecc.), hanno
anche evidenziato la capacità di infiltrarsi nelle pubbliche
amministrazioni, come è dimostrato dallo scioglimento del
Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose avvenuto il 5
novembre 2002, dopo che analogo provvedimento era stato
adottato il 30 settembre 1991. Dagli accertamenti condotti in
quell’occasione era emersa l’azione di distorsione e di
condizionamento esercitato all’interno degli apparati
istituzionali da parte di una criminalità che vi si era
insinuata, anche attraverso rapporti di parentela fra
componenti dello stesso Consiglio comunale e persone
incriminate per associazione mafiosa.
Resta se mai da riflettere sul
perché agli scioglimenti non sia seguita una coerente azione
giudiziaria e della magistratura per contribuire alla bonifica
politica e amministrativa. A maggior ragione che ogni
scioglimento dell’ente è stato accompagnato da atti di
intimidazione anche sul versante della politica.
Da un’analisi della Direzione
Investigativa Antimafia sull’evoluzione del fenomeno mafioso
nel lametino, si rileva che “il
fenomeno della ‘ndrangheta nell’area lametina presenta
caratteristiche alquanto diverse rispetto ad un contesto
criminale provinciale che, sino a tempi relativamente recenti,
non vantava grandi tradizioni mafiose.
Le famiglie operanti nella zona
di Lamezia hanno subito, rispetto ad altre realtà provinciali,
comprese quelle del capoluogo, un più rapido processo di
evoluzione dal modello della banda di tipo “gangsteristico”
alla struttura mafiosa organizzata.
Superata una prima fase,
durante la quale i clan hanno affinato le tecniche criminali e
consolidato il controllo del territorio, sono poi passati alla
gestione, in forme sempre più organizzate, delle tradizionali
attività di accumulazione primaria di capitali necessari per
l’affermazione del proprio potere mafioso nonché alla
creazione delle prime riserve finanziarie.
A tali delitti (estorsioni,
traffico di stupefacenti, guardianìe, dapprima rurali e poi
anche industriali), si sono affiancate, in tempi più recenti,
una serie di attività apparentemente lecite, necessarie per
occultare e dissimulare la provenienza delle rilevanti
liquidità illecitamente accumulate.
E’ stata proprio tale
disponibilità finanziaria che ha favorito la crescita delle
cosche anche come soggetti economici attraverso la gestione di
una variegata serie di iniziative imprenditoriali, condotte in
prima persona o attraverso l’interposizione di prestanome
compiacenti, che hanno introdotto pericolose anomalie nel
sistema economico locale.
L’ingresso delle famiglie
mafiose nel mondo imprenditoriale, in un’area caratterizzata
da un rapido sviluppo economico legato alla presenza di
importanti infrastrutture produttive e viarie, ha fornito alla
criminalità nuove opportunità di guadagno, aumentandone il
potere e le potenzialità di condizionamento del sistema
sociale e politico (…).
Gli eventi degli ultimi anni
(faide e inchieste giudiziarie) hanno contribuito al
completamento di un processo di selezione naturale che vede
oggi un panorama criminale caratterizzato da pochi, ma ben
organizzati, schieramenti nei quali sono confluite alcune
delle famiglie un tempo operanti nella zona.
Gli assetti locali, nonostante
gli elevati livelli di conflittualità, si sono in linea di
massima stabilizzati intorno a due principali consorterie che
si affrontano in una logica di annientamento definitivo al
fine di eliminare ogni possibile forma di concorrenza nella
gestione dei rilevanti interessi economici presenti in zona.
Tale situazione è stata
favorita da due ordini di motivi: in primo luogo nel
territorio comunale di Lamezia è stata più evidente
l’influenza delle famiglie reggine e di quella dei “Mancuso”
di Limbadi, che tuttora operano con grande peso nel suo
contesto; in secondo luogo, il lametino è stato interessato,
con anni di anticipo sul resto della provincia, dagli
insediamenti industriali e dalle relative infrastrutture
produttive e viarie e, di conseguenza, dai flussi di spesa
pubblica finalizzati a favorire i progetti di sviluppo.
La zona, infatti, ricca e
fiorente, con importanti insediamenti industriali e grandi
prospettive di sviluppo, grazie alla buona rete di
collegamenti aerei, ferroviari e stradali con il resto del
Paese, che hanno contribuito alla creazione di un indotto di
ragguardevoli proporzioni, offre ottime opportunità per
l’investimento e la dissimulazione delle grandi ricchezze
accumulate dalle cosche (…).
La supremazia dei
“Cerra-Torcasio” è stata, in passato indiscussa, ma, da
qualche tempo, ed oggi più che mai, è messa seriamente in
pericolo dalla famiglia “Iannazzo”, alleata con quella dei “Giampà”,
a capo di un’organizzazione potente, anche economicamente, che
non nasconde le proprie mire egemoniche sull’intera area”.
Una sorta di ricompattamento
del gruppo criminale dei Cerra sarebbe stato favorito dal
ritorno sulla scena criminale di Nino Cerra (classe ’48),
scarcerato dalla casa circondariale di Voghera il 12 agosto
2005. Da quel giorno, infatti, è stata registrata una
recrudescenza degli atti intimidatori di matrice estorsiva,
soprattutto nell’area di Nicastro.
I “Iannazzo” sono, tuttavia, il
gruppo che nel corso degli anni ha saputo meglio attrezzarsi
verso le forme più redditizie di criminalità economica.
Nell’area controllata da Iannazzo ricade l’aeroporto di
Lamezia Terme, sul quale però è necessario dare impulso alle
attività investigative visto che, sino ad oggi, nonostante la
presenza attiva della cosca nell’intera area aeroportuale, non
vi è stata alcuna adeguata ed efficace rispondenza, anche in
rapporto alla mole di affari e di traffici che attorno a
quest’area si sviluppano.
3.2 Catanzaro
Per quanto riguarda la città di
Catanzaro, “le attività investigative hanno evidenziato
l’avvenuta ricostituzione, a partire dagli anni 1998-1999,
della cosca “Costanzo-Di Bona”, detta dei “gaglianesi”, che,
in forza della legittimazione riconosciutale dalla ‘ndrina di
Isola Capo Rizzuto, riconducibile alla famiglia “Arena,
si è dimostrata estremamente attiva nel “controllo” delle più
significative ed importanti attività illecite”.
“Si è rilevata, peraltro, la
contiguità alla mafia locale di gruppi di nomadi, i cui
componenti possono ritenersi sodali della cosca dei
“gaglianesi” e la cui presenza sul territorio assicura alle
cosche anche un consistente supporto ‘militare’“.
“In particolare, sono state
delineate le attività illecite del gruppo ‘ndranghetistico di
Catanzaro, retto da Anselmo Di Bona, e le sue interazioni con
la componente rom del capoluogo, capeggiata da Domenico
Bevilacqua e da Cosimino Abbruzzese. Proprio i privilegiati
rapporti di quest’ultimo con il Di Bona hanno portato ad un
contrasto, maturato nell’ambito delle attività estorsive, tra
Domenico Bevilacqua ed il gruppo dei “gaglianesi”, a fianco
del quale è intervenuta la cosca ‘Arena’“.
3.3 La zona ionica
Per quanto concerne la costa
ionica che va da Guardavalle a Botricello, permane l’egemonia
dei “Gallace-Novella” di Guardavalle (…), che vanta proiezioni
operative nel Lazio, in
particolare ad Anzio
(RM) e a Nettuno (RM), dove sono state anche operate notevoli
confische di beni immobili.
“Nel comune di Borgia, dopo il
decesso per cause naturali di Antonino Giacobbe, capo
indiscusso dell’omonima cosca, elemento di vertice nell’area
del paese sembrerebbe Giulio Cesare Passafaro, già inserito
nella cosca “Giacobbe”, mentre nella zona marina i referenti
criminali rimangono i “Pilò–Cossari”, che vantano legami con
personaggi di spicco della criminalità crotonese e delle
Serre”.
“Nel comune di Soverato emerge
la cosca “Sia”, che controlla i comuni di Montauro, Montepaone,
Gagliato e Petrizzi. I boss “Sia” sono legati ai “Costa” di
Siderno (RC), ai “Vallelunga” di Serra S. Bruno (VV) e ai
“Procopio-Lentini” di Satriano (CZ).
I principali gruppi che operano
in tale area risultano anche avere collegamenti con
narcotrafficanti attivi a Milano, Roma e Torino”.
“Le dinamiche criminali della
presila catanzarese (nell’area di Petronà e Sersale - n.d.r.)
risentono della storica contrapposizione tra le cosche “Bubbo”
e “Carpino”, da anni impegnate in una sanguinosa faida per il
controllo dell’area di Petronà. Nel quadro delle alleanze
contrapposte, i “Carpino” sono da tempo vicini agli “Arena” di
Isola di Capo Rizzuto (KR), mentre i “Bubbo”, legati al
defunto Sergio Iazzolino, ucciso in un agguato mafioso il 5
marzo 2004, risultano vicini ai “Nicoscia”.
“A Belcastro, Taverna, Albi e
Magisano operano i gruppi “Pane-Iazzolino” e “Pisani”,
strettamente collegati ai “Grande Aracri” di Cutro (KR).
Mentre a Botricello insiste la presenza del gruppo “Scumaci”,
pur colpito, nel maggio 2003, da numerose sentenze di
condanna”.
4. Provincia di Cosenza
4.1 Il capoluogo
Il panorama della ‘ndrangheta
nella provincia di Cosenza è attualmente caratterizzato da un
processo di mutamento degli equilibri tra le cosche, benché
non si registrino - come sovente avviene in situazioni del
genere - episodi di evidente conflittualità.
Nel capoluogo, i principali
esponenti dei gruppi criminali attivi, i “Rua’”, i “Perna-Pranno”,
i “Bruni” e i “Cicero”, sono attualmente detenuti anche a
seguito di due operazioni (“Missing” e “Missing 2”) che, nel
2006 e nel 2007, hanno attribuito loro (ma anche ad alcuni
esponenti delle cosche “Muto”, “Calvano “ e “Serpa”,
rispettivamente di Cetraro, San Lucido e Paola) la
responsabilità di oltre 40
fatti di sangue perpetrati nelle due guerre di mafia avvenute
a Cosenza a cavallo tra il 1977 ed il 1994.
Questo ha consentito al
cosiddetto clan degli “zingari” -
così denominato perché composto
da soggetti di etnia rom divenuti da tempo stanziali e a pieno
titolo inseriti nella ‘ndrangheta - di assumere il sopravvento
nella gestione del traffico di sostanze stupefacenti, pur
evidenziando contestualmente una vocazione verso gli assalti
ai furgoni portavalori.
Fino alla metà del 2006, è
stata registrata una sorta di alleanza tra il gruppo degli
“zingari” di Cosenza (i “Bevilacqua” e gli “Abruzzese”) e
quello di Cassano allo Ionio, per l’imposizione di estorsioni
a commercianti ed imprenditori, aumentate dall’inizio di
quell’anno”.
In definitiva dunque la
peculiarità e la pericolosa anomalia di Cosenza è tutta in
questo ruolo di importanza sempre crescente di cosche formate
da soggetti di etnia rom.
4.2 Area ionica
“Per quanto concerne l’area
della sibaritide, a Cassano Ionio si fronteggiano
l’organizzazione criminale dei “Forastefano”, al momento
egemone, ed il gruppo degli “zingari” legati alla cosca
“Farao-Marincola” di Cirò e capeggiato da Francesco Abbruzzese,
recentemente scarcerato. Questo evento potrebbe riattualizzare
lo scontro armato con i rivali, acutizzatosi nel 2003, con
l’esecuzione di numerosi omicidi tra i due schieramenti.
La cosca “Forastefano” ha
rafforzato il proprio prestigio in tutto l’alto Ionio,
estendendo il proprio controllo al locale mercato degli
stupefacenti, alle estorsioni nei confronti degli imprenditori
e commercianti nonché all’usura. Il sodalizio opera anche
nelle truffe nel settore agricolo, attraverso alcune società
acquisite con proventi illeciti”.
“Il
gruppo degli “zingari” di Cassano allo Ionio (residenti nella
frazione di Lauropoli), è dedito alle estorsioni, allo spaccio
di sostanze stupefacenti e agli assalti ai furgoni
portavalori, tessendo rapporti di “affari” anche con
organizzazioni attive fuori della provincia di Cosenza”.
“Di
rilievo è anche il legame tra le organizzazioni della
sibaritide e le potenti organizzazioni criminali albanesi, già
ampiamente riscontrato nell’ambito dell’operazione “Harem” (…)
dalla quale sono emersi reciproci contatti finalizzati
all’approvvigionamento di stupefacenti ed armi a prezzi
competitivi da parte degli “schipetari” che, in cambio,
possono gestire lo sfruttamento della prostituzione nella zona
con l’appoggio delle locali cosche“.
“Sempre nella sibaritide, si
registra l’operatività a Cariati ed a Mandatoriccio della
cosca ‘Critelli’”.
“Nell’area di Castrovillari, le
cosche “Recchia” ed “Impieri” si contendono il controllo del
territorio e la gestione delle attività estorsive”.
“A Rossano, opera un cartello
criminale composto dai “Morfò” e dagli “Acri-Galluzzi”,
attualmente guidati da Acri Nicola, anch’egli legato agli
“zingari”.
A Corigliano Calabro il clan
storicamente prevalente è quello dei “Carelli” - di cui è capo
indiscusso Santo Carelli, detenuto da anni in regime
differenziato - usciti vittoriosi dallo scontro sostenuto sul
finire del 2000 con i “Portoraro” di Cassano allo Ionio”.
4.3 Area tirrenica
“Sul versante tirrenico della
provincia, nella zona compresa tra Cetraro, Praia a Mare e
Diamante, opera incontrastata la cosca “Muto”, storicamente
legata alle famigli del capoluogo, di cui si conoscono i
tentativi di infiltrazione nei settori economici e degli
appalti“.
La cosca “Muto”, che fa capo a
Francesco Muto, detto “il re del pesce”, fin dagli inizi degli
anni ‘80 ha mantenuto il controllo pressoché esclusivo della
detta zona dell'alto Tirreno cosentino, traendo enormi
profitti dalle estorsioni imposte nella commercializzazione
del pesce.
Il 6 settembre 2004,
l’operazione “Starpice 3-Azimut”, ha portato in carcere 70
persone affiliate al clan il cui capo, tornato in libertà nel
mese di marzo del 2003, dopo avere scontato una condanna a
dieci anni di reclusione per associazione mafiosa, secondo
quanto emerso dall’inchiesta, avrebbe continuato a gestire gli
affari della sua cosca anche durante il lungo periodo di
detenzione, in particolare nei settori dell'usura, delle
estorsioni e del traffico di droga.
La cosca - approfittando del
vuoto di potere determinatosi a causa degli arresti dei boss
cosentini che un tempo controllavano le attività illecite in
città - avrebbe esteso negli ultimi anni il proprio potere
anche nel territorio di Cosenza, inserendosi nelle estorsioni
ai danni degli imprenditori edili del capoluogo (che hanno
appaltato lavori per milioni di euro approfittando delle
possibilità offerte dal nuovo piano regolatore), nel settore
dell’usura e gestendo direttamente attività imprenditoriali
nel settore delle costruzioni.
“Nella stessa area dell’alto
Tirreno cosentino, si registra l’operatività delle seguenti,
ulteriori “famiglie”: nella zona di San Lucido i “Calvano” ed
i “Carbone”; nel comune di Fuscaldo i “Tindis”; ad Amantea i
“Gentile” ed i “Besaldo”; a Paola
i “Serpa” oltre agli “Scofano-Martello”,
che sarebbero
costituititi da una frangia dissidente del clan “Serpa”..
5. Provincia di Crotone
5.1 L’invasione dell’economia
Il crotonese è caratterizzato
storicamente da una capillare presenza mafiosa. Le cosche
della zona, nonostante i colpi subiti negli ultimi anni, sono
ancora fortemente strutturate e capaci di trattare affari
illeciti con le più importanti ‘ndrine delle altre province
calabresi - da quelle reggine a quelle della sibaritide e
dell’alto Ionio cosentino - oltre che mantenere ramificazioni
operative ed imprenditoriali fuori dalla regione e all’estero.
Si tratta di organizzazioni
capaci di una’articolata gamma di attività criminali, dal
traffico di stupefacenti al racket delle estorsioni e
proiettate sul controllo di attività economiche legali nel
settore agricolo e in quello turistico, particolarmente
organizzato lungo le coste della provincia. Una particolare e
diffusa versione della pratica estorsiva sperimentata in
questa provincia consiste nell’imposizione di manodopera da
parte mafiosa.
“Le ingerenze nel sistema
degli appalti sono appannaggio delle cosche di maggior
consistenza criminale che cercano, così, di reinvestire i
proventi delle attività illecite penetrando il mondo economico
legale, in special modo quello legato alla realizzazione di
opere pubbliche”.
L’azione delle cosche crotonesi
nei confronti degli operatori economici è asfissiante, quanto
la capacità di penetrazione nelle amministrazioni locali, per
assicurarsi il controllo delle attività edilizie,
dell’urbanistica, delle attività commerciali e
imprenditoriali. Si collocano in questo quadro gli attentati e
le intimidazioni a rappresentanti delle istituzioni e degli
enti locali; come sono da ricondursi verosimilmente ad
attività estorsive, di controllo e condizionamento del tessuto
produttivo, gli incendi agli stabilimenti Eta-Fuelco di Cutro
e Biomasse S.p.A. di Crotone e di Strongoli.
In tale contesto,
“lo sviluppo del
progetto “Europaradiso”, che prevedrebbe la realizzazione in
Località Paglianiti di Crotone del più grande complesso
residenziale turistico del Mezzogiorno, su di un’area di 1.200
ettari di macchia mediterranea prospiciente al mare, parrebbe
aver stimolato l’interesse delle famiglie crotonesi. Al
momento è stato apposto il “veto” da parte della Regione
Calabria, poiché l’insediamento include la foce del fiume Neto,
indicata come oasi naturale ed inserita in una zona a
protezione speciale con un vincolo di tutela comunitario
imposto dall’Unione Europea e recepito anche in ambito
nazionale”.
Si tratterebbe di un colossale affare non solo per quanto
riguarda la realizzazione del complesso ma anche per il
successivo controllo delle attività ad esso collegate.
I contorni dell’intera
operazione hanno suscitato l’attenzione degli investigatori,
trattandosi di investimenti per 5/7 miliardi di euro. La
stessa relazione annuale del dicembre 2006 della D.N.A.
evidenzia i rischi e le ambiguità del progetto e della società
che dovrebbe realizzarlo, la “Europaradiso International
S.p.A.”, costituita il 10 novembre 2004, con sede a Crotone,
il cui amministratore unico, Appel Gil, è anche amministratore
unico della “Europaradiso Italia s.r.l.”, costituita lo stesso
giorno e con la stessa sede in Crotone. Il suddetto
amministratore, considerato un “imprenditore molto
aggressivo”, secondo la citata relazione della D.N.A., è
attualmente imputato per corruzione in Israele.
5.2 Il capoluogo
“Nel capoluogo, la situazione
criminale appare stabile, stante il predominio incontrastato
della potente cosca dei “Vrenna-Ciampa-Bonaventura”, con
attività nel mondo economico, degli appalti e dei servizi
pubblici, anche attraverso la preventiva attività di
“imbonimento” svolta a livello locale per il procacciamento di
voti in occasione di consultazioni elettorali comunali, come
accertato in passato.
“Le cosche operanti nel
capoluogo mantengono legami nella provincia con i
“Farao-Marincola” di Cirò e con i “Grande Aracri” di Cutro”.
Nella frazione Papanice del
capoluogo è attiva la cosca “Megna” (collegata ai “Vrenna-Ciampa’”),
distinta in due fazioni facenti capo, l’una a Megna Luca,
figlio del boss storico Domenico Megna, detto “Mico”, l’altra
a Pantaleone Russelli, scarcerato per indulto nell’agosto
2006.
5.3 Tra la Sila e il mare
“Il contesto generale del
fenomeno criminale mafioso della provincia manifesta
periodiche instabilità, specialmente nell’area del Comune di
Isola Capo Rizzuto, ove si sta assistendo, a fronte di un
indebolimento degli “Arena”, al consolidamento dei “Nicoscia”
che, forti dell’alleanza con altre famiglie locali e del
sostegno fornito dal clan “Grande Aracri” di Cutro, operano
nei settori degli stupefacenti e delle estorsioni,
con una forte proiezione in attività economiche, specie nel
settore del turismo, che rappresenta una delle principali
fonti di reddito della costa.
L’arresto, il 12 marzo 2006,
dei fratelli Corda, Vincenzo e Paolo, latitanti di primo piano
della cosca “Nicoscia-Corda-Capicchiano”, potrebbe aver
generato un accordo tra le due cosche rivali, finalizzato
all’instaurazione di un’alleanza o quanto meno di una pace fra
le due suddette cosche in conflitto.
“Nell’area
di Cutro, è egemone la cosca “Grande Aracri”, retta da Ernesto
Grande Aracri ma facente capo al boss detenuto Nicolino Grande
Aracri. La famiglia è una delle più potenti del crotonese e
presenta ramificazioni in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna,
con proiezioni in Germania. E’ stata protagonista, nel recente
passato, di un violento scontro con la cosca “Dragone”, anche
in ragione delle rispettive alleanze con i “Nicoscia” e gli
“Arena” di Isola Capo Rizzuto.
Ai “Grande Aracri” somo
collegati i “Comberiati-Garofalo”
di Petilia Policastro (fortemente insediati in Lombardia), i
“Ferrazzo” di Mesoraca e singoli esponenti della criminalità
organizzata dei comuni di Roccabernarda e San Mauro
Marchesato”.
Affiliati alla cosca “Grande
Aracri” sono presenti in Emilia Romagna, in particolare a
Parma, Reggio Emilia e Piacenza, con forti interessi nel
settore dell’edilizia e nella gestione di bische clandestine.
I “Ferrazzo” vengono definiti
da una sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro depositata
il 24.03.2004 quale “sodalizio della ‘ndrangheta calabrese,
composto da numerosi affiliati, gravitante a Mesoraca, con
ingerenze nei lavori pubblici eseguiti nelle zone limitrofe e
proiezioni criminali (rapine, traffico di armi e droga) in
Lombardia e a Lavena Ponte Tresa, nonché in altri comuni del
confine italo-svizzero e nella stessa Svizzera”.
In ordine, alle loro proiezioni
estere, il 17 gennaio 2008, il G.I.P. presso il Tribunale di
Milano,
traendo spunto dagli esiti di diverse
indagini condotte a partire dal 2003 in Svizzera e in Italia,
ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a
carico di nove persone (tra cui un avvocato milanese esperto
in materia finanziaria), le quali, agendo in favore e per
conto della suddetta cosca, avrebbero realizzato un’imponente
attività di riciclaggio, allestendo in Svizzera, dalla
fine degli anni ’90, una sofisticata macchina di ripulitura di
somme di denaro provenienti dalle attività criminali.
“Nella frazione San Leonardo
di Cutro, sono presenti il gruppo “Mannolo”, guidato da
Alfonso Mannolo,
noto per i forti interessi manifestati in passato nel settore
del traffico di sostanze stupefacenti, e quello dei
“Trapasso”, retto da Giovanni Trapasso,
collegato agli “Arena” di Isola.
A Cirò, continua ad essere
egemone il clan “Farao-Marincola”,
in contatto con le più importanti cosche calabresi, specie del
reggino, e con le frange del Crotonese e della sibaritide,
come i “Forastefano” di Cassano allo Ionio. La cosca,
collegata anche ai “Giglio-Levato” di Strongoli, opera
prevalentemente nei settori degli stupefacenti, dell’usura,
delle estorsioni e del riciclaggio”.
Presenze di esponenti dei
“Farao-Marincola” si registrano anche in Lombardia, in
particolare nell’area di
Varese, storicamente caratterizzata dalla presenza di
personaggi di origine calabrese, in prevalenza dediti al
traffico di stupefacenti e che, a partire dal 2005, hanno
preso a manifestare un particolare attivismo. Il 27 febbraio
2006, a Ferno (VA), è stato assassinato il pregiudicato
Alfonso Murano, collegato alla cosca “Farao-Marincola”.
Esponenti della stessa cosca
operano anche in Umbria, attivi nella gestione di esercizi
pubblici e nello sfruttamento della prostituzione.
A Petilia Policastro risulta
predominante l’organizzazione criminale retta da Vincenzo
Comberiati, detto “Tummuluni”, attualmente detenuto.
“Ancora, nella Valle del Neto,
nei Comuni di Belvedere Spinello e Rocca di Neto, è presente
la cosca “Iona”, capeggiata dal boss detenuto Guirino Iona,
interessata alle estorsioni ed alle infiltrazioni nei pubblici
appalti oltre che inserita in attività imprenditoriali edili”.
Per concludere questa sezione,
converrà fare un cenno ad alcuni episodi criminosi degli
ultimi anni che denotano i preoccupanti livelli di
pericolosità e di spregiudicatezza raggiunto dalle cosche del
crotonese:
·
Il 26 febbraio
2000, a Strongoli, nell’ambito di una guerra per determinare
nuovi equilibri organizzativi della locale famiglia Giglio,
killer ad essa affiliati hanno consumato una strage sul
lungomare, uccidendo quattro uomini, tra i quali anche un
anziano passante, e provocando il ferimento di tre carabinieri
intervenuti per tentare di intercettare la loro fuga.
·
Il 3 ottobre 2004, alcuni killer tendono un agguato a Carmine Arena, al
vertice dell’omonima cosca di Isola Capo Rizzuto, lo uccidono
e feriscono gravemente il cugino, Giuseppe Arena, poi
subentrato nell’organigramma della cosca. Poiché i due si
trovavano a bordo di un’autovettura blindata, i killers prima
hanno infranto i vetri a colpi di bazooka e poi hanno finito
le vittime a colpi di kalashnikov.
·
Il 6 agosto 2007,
in un ristorante di Cirò Marina, viene sfiorata la strage:
Giuseppe Pirillo, esponente di primo piano della cosca
Farao-Marincola, viene ucciso da killer travisati che, dopo
aver fatto irruzione nell’affollatissimo locale, sparando tra
i tavoli lo uccidono e feriscono altre sette persone.
6. Provincia di Vibo Valentia
6.1 Il dominio dei Mancuso
Nella provincia di Vibo
Valentia appare incontrastato il predominio dei “Mancuso” di
Limbadi, storicamente
legati ai “Piromalli-Molè” di Gioia Tauro.
Nel mantenere il rigido
controllo delle attività criminali locali si sono ritagliati,
negli anni, ampi spazi nel traffico internazionale delle
sostanze stupefacenti.
“Le più recenti risultanze
investigative hanno evidenziato che la tradizionale struttura
della famiglia, sempre riconducibile allo storico nucleo
familiare, si è scissa nella sua compattezza, dando vita a 3
principali ramificazioni, a volte in contrasto tra loro ma
munite di autonomia organizzativa, rispettivamente capeggiate
da Diego Mancuso, Francesco Mancuso e Cosmo Mancuso.
La potenzialità criminogena
della ‘ndrina, nel suo complesso, è comunque confermata. Aree
di influenza, oltre che nella provincia di Vibo Valentia, sono
nel reggino e nel catanzarese, ad Isola Capo Rizzuto (rapporti
con gli “Arena”), a Lamezia Terme (contiguità con il gruppo “Cerra-Torcasio-Giampà”)
e in altre parti del territorio nazionale (in particolare
Milano, Torino, Parma), attraverso le cosiddette ‘batterie’”.
“La
pressante azione repressiva che nell’ultimo periodo ha
interessato la provincia ha determinato una situazione di
accentuata instabilità “incentivando” cosche di minore
rilevanza ad inserirsi in spazi tradizionalmente occupati dai
“Mancuso”.
Il dato trova riscontro in
alcuni omicidi realizzati negli ultimi anni.
Anche la recrudescenza degli
omicidi è verosimilmente da ricercare nella gestione delle
attività economiche connesse alle strutture turistiche e di
intrattenimento ubicate sulla fascia litoranea”.
“Nelle aree della provincia a
maggiore vocazione turistico-alberghiera, come Tropea e
Ricadi, si è evidenziata la famiglia mafiosa dei “La Rosa” che
ha acquisito sul territorio costiero un ruolo predominante -
specialmente in relazione al fenomeno estorsivo - forte anche
della stretta alleanza con l’articolazione dei Mancuso
capeggiata da Cosmo.
Essa ha consolidato ed
ampliato il suo influsso criminale dal comune di Tropea, paese
d’origine della famiglia, nei comuni di Ricadi, Parghelia,
Zambrone, Briatico, Porto Salvo, Vibo Marina e Pizzo Calabro,
per il controllo della gestione e della manutenzione delle
forniture di numerose grosse strutture alberghiere, nel
tentativo di imporre gli acquisti presso ditte riconducibili
alla cosca”.
Nel settembre 2006, l’ordinanza
di custodia cautelare frutto dell’indagine “Odissea”,
coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro, ricostruisce l’ascesa
della cosca “La Rosa” di Tropea, satellite dei “Mancuso”,
sotto le direttive dei quali ha esteso la propria influenza
nella maggior parte dei comuni costieri del vibonese, gestendo
di fatto importanti strutture turistico-alberghiere come il
“Rocca Nettuno”, “Rocca”, “Garden Resort” e la discoteca
“Casablanca”. Emerge, inoltre dal suddetto provvedimento, la
capacità della cosca di infiltrare gli apparati pubblici,
anche allo scopo di ottenere indebiti finanziamenti e
trattamenti giudiziari di favore, come risulta anche
dall’arresto di un giudice del Tribunale di Vibo Valentia e di
un tecnico comunale che avrebbe esercitato pressioni su
un’impresa.
Nell’area in esame si sono
inoltre verificati episodi che confermano l’interessamento
delle cosche nella gestione dello smaltimento dei rifiuti
solidi urbani”.
In relazione alle proiezioni
nazionali dei “Mancuso”,
la loro presenza in Lombardia è ampiamente nota. L’11 giugno
2006, a Seregno, i Carabinieri di Monza hanno rinvenuto un
vero e proprio arsenale costituito da numerosi fucili
mitragliatori, pistole mitragliatrici, armi comuni lunghe e
corte, munizioni da guerra e comuni, bombe a mano ed altro,
col conseguente arresto nella flagranza di Salvatore Mancuso
di Limbadi.
Anche il Servizio Centrale
Operativo evidenzia la presenza di “locali” di ‘ndrangheta
legati ai “Mancuso”
nella provincia di Como e segnala la zona del Friuli Venezia
Giulia come luogo di operazioni di riciclaggio riconducibili
alla stessa famiglia
.
La straordinaria capacità dei
Mancuso di infiltrarsi e condizionare la politica e le
istituzioni emerge dall’inchiesta denominata “Dinasty 2” del
2006 e relativa al progetto INFRA-TUR. Nella vicenda risalta
il ruolo di un magistrato del Tribunale di Vibo quale socio in
affari in alcuni investimenti (Il Melograno Village srl) e
garante e punto di riferimento delle cosche vibonesi. Un vero
e proprio sistema di commistione tra esponenti politici,
imprenditori e rappresentanti del clan Mancuso.
6.2 Gli altri gruppi
“Le altre organizzazioni
criminali operanti in ambito provinciale, sono:
·
nel capoluogo,
la famiglia “Lo Bianco”, guidata da Lo Bianco Carmelo,
gravitante nell’orbita del clan “Mancuso”, dedita alle
estorsioni a esercizi commerciali ed imprenditori, all’usura e
allo scambio elettorale politico-mafioso.
E’ stata, altresì, individuata una costola dell’organizzazione
guidata dall’omonimo cugino (cl. 1945), che pur non entrando
in netto contrasto con il resto dell’organizzazione, agisce
autonomamente sul territorio.
·
nella zona di
Sant’Onofrio e Stefanaconi, le cosche “Bonavota”, con
interessi anche nel torinese, e “Petrolo”;
·
nella zona di
Filadelfia e nei comuni limitrofi di Polia,
Maida, Curinga, Francavilla Angitola, Pizzo Calabro, San
Nicola da Crissa, Monterosso Calabro, Capistrano, la cosca
“Fiumara-Anello”, nota per essere stata coinvolta nel
narco-traffico internazionale, sin dai tempi dell’indagine
“Pizza Connection”;
·
nella zona delle
Serre Calabre, dove sono soprattutto diffuse le estorsioni in
danno degli imprenditori boschivi, principale fonte di reddito
della zona, è egemone la cosca “Vallelunga” (Serra San
Bruno, Mongiana, Spadola, Brognaturo, Simbario), ma agiscono e
sono radicate anche le famiglie
“Emanuele-Maiolo-Oppedisano-Ida” (Gerocarne, Soriano Calabro,
Arena, Dasà, Acquaro, Dinami), avversi ai “Loielo-Gallace”;
“Mamone” e “Nesci-Montagnese” (Fabrizia); “Tassone” (Nardodipace);
“Oppedisano” (Dinami);
·
nel comprensorio
del Monte Poro (Comuni di Spilinga, Zungri, Rombiolo, Drapia e
Zaccagnopoli), la cosca “Accorinti-Fiammingo”, referente dei “Mancuso”;
·
nel Comune di Filandari, la cosca, di
rilevanza minore, dei “Soriano”;
·
a Briatico la cosca “Accorinti” (diversa
da quella attiva in Monteporo, ma ad essa legata da vincoli di
parentela);
·
a San Gregorio d’Ippona la cosca “Fiarè’”
guidata da Rosario Fiarè, collegata
ai "Mancuso";
Di fatto, anche attraverso i
legami nei diversi comuni, e le relazioni nei diversi campi di
attività sia lecita che illecita, la cosca dei Mancuso
esercita una diffusa egemonia su tutta la provincia.
CAPITOLO IV
Metafore della modernità
1 Il fallimento dello sviluppo
Percorrendo la Calabria dal
Pollino allo Stretto, zigzagando tra le interruzioni
dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria e “gustando” i tempi
lunghi imposti da lavori in corso infiniti, si può toccare con
mano l’effetto del processo distorto di modernizzazione che
negli ultimi trent’anni ha trasformato il paesaggio sociale e
produttivo della regione.
Capannoni industriali
abbandonati e luccicanti centri commerciali, coste stuprate
dall’abusivismo e dalla cementificazione selvaggia, campagne
moderne e ordinatamente coltivate ed ettari di fondi
abbandonati, rare isole produttive modernamente attrezzate e
reperti di archeologia industriale, usurati dal tempo,
testimoni di uno sviluppo promesso e mai arrivato.
Nonostante l’impegno politico e
finanziario profuso nei decenni - dalla Cassa per il
Mezzogiorno a tutta la politica degli interventi straordinari
- uno sviluppo armonico della realtà calabrese continua a
rimanere una chimera, un obiettivo il cui conseguimento spesso
si allontana di pari passo con l’avanzare di programmi e
progetti di investimento, inesorabilmente frenati anche dalla
presa che la ‘ndrangheta mantiene sull’intera economia della
regione.
A fronte della fragilità e
permeabilità dell’apparato politico amministrativo e della
lentezza con cui procedono gli interventi volti ad una sua
razionalizzazione e ad un miglioramento della sua efficienza,
la ‘ndrangheta ha manifestato, al contrario, una rapida
capacità di adeguarsi alle trasformazioni intervenute nel
contesto economico e sociale.
Forte del suo atavico
radicamento territoriale, mantenuto costante nel tempo, ed
irrobustita da disponibilità finanziarie sempre maggiori, ha
acquisito una sempre maggiore capacità di condizionamento ed
inquinamento degli organi ed apparati amministrativi e
politici calabresi.
Esempi emblematici rimangono i
casi del porto di Gioia Tauro e dell’autostrada A3
Salerno-Reggio Calabria, grandi, strategiche ed eternamente
incompiute infrastrutture, su cui le cosche hanno esteso nel
tempo i loro tentacoli sovrastando in alcune fasi il tentativo
di contrasto, che pure negli anni ha ottenuto significativi
risultati.
In entrambi
i casi risulta essersi perpetuato il perverso paradigma in
base al quale le infiltrazioni della ‘ndrangheta negli appalti
e subappalti per la realizzazione delle grandi infrastrutture
con quanto ne consegue in termini di dispersione delle
risorse, e di qualità delle realizzazioni, sono state favorite
nel corso dei decenni dagli accordi stretti, e spesso
raggiunti in via preventiva, tra le grandi imprese nazionali e
i capi delle più importanti famiglie mafiose dei territori
interessati dai lavori.
Tali patti
non si sarebbero potuti stringere in assenza di un sistema di
connivenze con gli apparati politico amministrativi.
Le indagini
svolte e i diversi processi celebrati nell’ultimo decennio
hanno messo a nudo un diffuso atteggiamento di pressoché
totale assenza di collaborazione da parte degli imprenditori
con le forze dell’ordine e la magistratura, oltreché una piena
sudditanza alle varie pratiche estorsive: dal pagamento del
pizzo, all’imposizione delle forniture e della manodopera,
all’accettazione dell’estromissione da gare di appalto e
lavori in favore di imprese riconducibili alle famiglie
mafiose.
Su tale
costume non ha inciso negli ultimi tempi neanche la posizione
assunta da Confindustria Sicilia, che ha finalmente approvato
un codice deontologico che prevede l’espulsione delle imprese
che non denunciano la loro condizione di assoggettamento a
Cosa nostra, né la presa di posizione dei vertici nazionali
dell’organizzazione, che hanno invitato i loro iscritti a
recidere i rapporti con le organizzazioni mafiose.
È
significativa la circostanza, certamente non casuale, che
proprio Confindustria di Reggio Calabria sia stata
commissariata.
Ma indagini
e processi, come sottolineato dalla Direzione Nazionale
Antimafia,
hanno evidenziato anche il persistere, di un grave problema di
infiltrazioni e collusioni tra famiglie mafiose e pubbliche
amministrazioni locali. Così spiega il meccanismo un’ordinanza
del GIP di Catanzaro del 13/9/2006, emessa nei confronti di
appartenenti al clan Mancuso:
“La
struttura in esame, inoltre, secondo quanto emerso dalle
indagini, è riuscita ad infiltrarsi anche nel settore della
pubblica amministrazione, pilota l’assegnazione di gare ed
appalti pubblici e quindi beneficia, in modo diretto o
indiretto, delle notevoli risorse finanziarie a tal fine
stanziate. Dalle indagini è emerso dunque uno spaccato
desolante delle attività economiche pubbliche o private svolte
nel contesto territoriale sopraindicato: tutte le più
significative ed importanti realtà produttive e commerciali
appaiono dominate dal potere mafioso che annienta la libertà
d’iniziativa economica privata, inquina la gestione della cosa
pubblica, in una parola impedisce il reale sviluppo del
territorio le cui risorse naturali, lungi dall’essere
patrimonio della collettività, in realtà diventano strumento
di arricchimento e consolidamento dei componenti del gruppo
per cui si procede” ed ancora “I Mancuso erano soliti
infiltrarsi ad ogni livello sia economico che politico
operando unitamente alle famiglie Piromalli e Pesce sulla zona
della Piana di Gioia Tauro. In particolare i Mancuso
controllavano tutto il vibonese....”.
2. Gioia Tauro, Porto Franco
La Commissione Antimafia della
XV Legislatura per la sua prima missione in Calabria ha scelto
simbolicamente di cominciare il suo lavoro d’inchiesta con
l’incontro nel porto di Gioia Tauro.
Si sono svolte lì le prime
audizioni.
Gioia Tauro ed il suo porto
rappresentano la metafora di un processo di modernizzazione
senza sviluppo che ha segnato il corso della storia della
Calabria da decenni. È alla fine degli anni ’60, infatti, nel
vivo di una straordinaria stagione politica e culturale che
animò il dibattito meridionalista che ebbe proprio in Calabria
protagonisti straordinari, che si afferma la prima grande idea
di programmazione degli interventi pubblici. Da allora, tanto
tempo è passato ma forse quella, al di là delle diverse
opinioni, rimane l’ultima grande idea organica di sviluppo
della Calabria. Da quel momento sono cambiate le politiche di
intervento verso il Sud al fine di accorciarne il divario dal
resto del Paese. Rimane però un dato: la Calabria si colloca
agli ultimi posti in tutti gli indicatori di sviluppo,
economici e sociali.
Una storia di illusioni e
disincanto che ha animato scontri politici e lotte sociali,
dibattiti parlamentari e interessi materiali, grandi inchieste
giornalistiche ed azioni giudiziarie. Una storia complessa con
tanti protagonisti e un convitato di pietra: la ‘ndrangheta.
II porto, progettato negli anni
‘60 come porto industriale al servizio del mai realizzato V°
Centro Siderurgico, venne inaugurato solo nel 1992 e la sua
definitiva destinazione fu quella di terminal-hub per
containers, sulla base di un progetto dell’imprenditore Angelo
Ravano, legale rappresentante della multinazionale Contship
Italia, che mirava a farne il principale scalo di transhipment
di containers del Mediterraneo.
Il progetto fu condiviso dal
Governo dell’epoca, che siglò con il Ravano un apposito
“Protocollo di Intesa”.
Ed in effetti l'attività
avviata dalla Contship e dalla sua filiazione Medcenter
Containers Terminal (MCT) si è sviluppata a ritmo elevato,
fino a far assumere allo scalo, nel 1995, il ruolo leader nel
settore del transhipment nell’area mediterranea
Le indagini condotte tra il
1996 ed il 1998 dalla Squadra Mobile e dalla D.I.A. di Reggio
Calabria, confluite nel processo denominato “Porto”, e
conclusosi con la condanna di numerosi imputati, dimostrano
come l’interesse e la volontà della ‘ndrangheta di mettere le
mani sulla straordinaria occasione di arricchimento costituita
dal Porto si fossero manifestate ancor prima che il
concessionario iniziasse la sua attività.
Contestualmente già nella fase
ideativa del progetto, si era manifestata la subalternità alla
’ndrangheta della Contship Italia e del suo leader e fondatore
Angelo Ravano, con l’obiettivo di realizzare senza ostacoli ed
interferenze il suo progetto imprenditoriale.
Ravano mostrava così di
considerare l’organizzazione mafiosa non un nemico della
libera iniziativa economica, da contrastare e denunciare, ma
un interlocutore affidabile e necessario a tutela e garanzia
della realizzazione del proprio progetto imprenditoriale.
Il processo, conclusosi nel
2000, ha dimostrato che la realizzazione del più importante
investimento di politica-industriale mai pensato per il Sud,
era stato preceduto da un preventivo accordo tra la
multinazionale diretta dall’imprenditore Angelo Ravano e le
cosche Piromalli – Molè di Gioia Tauro e Bellocco – Pesce di
Rosarno, allora come oggi dominanti nella Piana di Gioia Tauro,
unite in un unico cartello e unitariamente rappresentate nelle
trattative dal boss Piromalli.
La circostanza, peraltro, non
può suscitare meraviglia, poiché da numerose indagini è emerso
come le cosche del reggino, a differenza di quelle radicate in
altre realtà territoriali, dopo la fine della guerra
fratricida, agli inizi degli anni novanta, avevano dato vita
ad una sorta di rete federale ai cui vertici sedevano i capi
delle maggiori famiglie, con l’obiettivo di gestire e
ripartire tra loro gli affari e dirimere eventuali
controversie.
L’accordo prevedeva il
pagamento di una sorta di “tassa” fissa di un dollaro e mezzo
su ogni container trattato in cambio della “sicurezza”
complessiva dell’area portuale. La cifra potrebbe apparire
irrisoria ma va rapportata al numero complessivo di containers
trattati annualmente, quasi 3 milioni oggi e circa 60.000
all’epoca, per capire quanto essa rappresenti un’enorme fonte
di liquidità.
Per gestire l’affare
miliardario dell’estorsione alla Contship, secondo i giudici
del Tribunale di Palmi, le cosche della Piana, sia le più
importanti che le minori, si erano federate in una sorta di
“supercosca”.
Il progetto non riguardava solo
il pagamento della “tassa sulla sicurezza”, crescente
proporzionalmente allo sviluppo delle attività della società
portuali, ma anche quello di ottenere il controllo delle
attività legate al porto, dell’assunzione della manodopera e i
rapporti con i rappresentanti dei sindacati e delle
istituzioni locali.
La ‘ndrangheta, quindi,
coglieva l’occasione che le consentiva di uscire dalla sua
condizione di arretratezza per divenire protagonista dinamico
della “modernizzazione” della Calabria.
Il progetto, nonostante
l’azione della magistratura, è stato in parte realizzato: esso
ha portato, infatti, al sostanziale dissolvimento di qualunque
legittima concorrenza da parte di imprese non mafiose o non
soggette alla mafia, estromesse dai lavori, dalle forniture,
dai servizi e dalle assunzioni di manodopera ed ha introdotto
elementi di scarsa trasparenza nei comportamenti di enti ed
istituzioni locali. Tra questi enti spicca il Consorzio per lo
Sviluppo dell’Area Industriale che, nei primi anni, era
l’unico organo competente in materia di approvazione di
progetti, assegnazione di aree, spesa dei finanziamenti etc..
Negli anni a seguire a ciò si
sono aggiunti sia la confusione di poteri e competenze tra il
Consorzio e la costituita Autorità Portuale sia i conseguenti
conflitti tra i due Enti aggravati dall’assenza di controlli e
di coordinamento da parte della Regione e degli altri enti
locali.
Dagli elementi raccolti da
questa Commissione
i problemi evidenziati sono ancora oggi irrisolti.
Perdura il controllo diretto o
indiretto da parte della ‘ndrangheta su buona parte delle
attività economiche riconducibili all’area interessata e la
capacità delle cosche di utilizzare le strutture portuali per
traffici illeciti e anche leciti, di varia natura.
Permangono ugualmente scelte e
comportamenti di poca trasparenza degli enti titolari di
competenze sull’area portuale e sull’adiacente area di
sviluppo industriale.
Tale situazione, se non vi si
pone rimedio, è inevitabilmente destinata ad aggravarsi in
relazione agli ingenti investimenti che nei prossimi anni
interesseranno l’intera area di Gioia Tauro e lo sviluppo
dello Scalo:
- costruzione dell’impianto per
la rigassificazione del gas naturale liquefatto, cui si
accompagnerebbe, la cosiddetta “piastra del freddo”, con
l’insediamento di aziende manifatturiere e logistiche legate
all’utilizzo del freddo, sottoprodotto dell’impianto
principale;
- piattaforma logistica
intermodale, destinata a sfruttare le grandi aree disponibili
per l’allestimento di molteplici servizi collegati allo scalo
merci, che verrebbe collegato a differenziate reti di
trasporto;
- hub automobilistico,
destinato ad accogliere i veicoli esportati in Europa dalle
industrie dell’Estremo Oriente. con relativo adeguamento di
tutte le strutture oggi esistenti.
Le cosche Piromalli – Molè,
Bellocco- Pesce e le altre ad esse collegate hanno già
dimostrato di non trascurare alcun settore economico nelle
zone da esse dominate, con una grande capacità di adeguarsi
sia dal punto di vista strettamente criminale che da quello
finanziario ed imprenditoriale alle nuove opportunità offerte
loro sul territorio.
Le attività di intelligence ed
investigative hanno dimostrato che gran parte delle attività
economiche che ruotano attorno e all’interno dell’area
portuale sono controllate o influenzate dalle cosche della
Piana, che utilizzano la struttura anche da scalo per i loro
traffici illeciti.
Peraltro, come rilevato dalla
stessa D.D.A. la fase di pace che caratterizza l’attuale
momento storico e l’assenza di manifestazioni eclatanti di
violenza verso le imprese può avere una sola spiegazione: le
cosche hanno deciso di gestire nel silenzio i grandi affari
che si prospettano nella Piana e di continuare a sfruttare nel
modo migliore il controllo che esse esercitano sul porto.
Sempre la D.D.A. di Reggio
Calabria, con un’indagine condotta assieme ai R.O.S. dei
Carabinieri, ha svelato l’esistenza di un gruppo criminale con
funzionari infedeli dell’Agenzia delle Dogane, responsabile di
controlli doganali irregolari.
Il circuito delle verifiche
doganali e dei servizi di intelligence e di controllo dei
containers sbarcati – circa 3.000.000 nel 2006 – ha
un’importanza strategica per il contrasto alle infiltrazioni
della criminalità organizzata.
Del resto è l’intera gamma
delle attività interne e dell’indotto a subire il
condizionamento mafioso: dalla gestione dello scalo alle
assegnazioni dei terreni dell’area industriale, dalla gestione
della distribuzione e spedizione delle merci al controllo
dello sdoganamento e dello stoccaggio dei containers.
Ma il porto offre alle cosche
anche un’importante opportunità per diversificare le proprie
attività illecite:
- Traffico illecito di rifiuti:
l’indagine “Export” del luglio
2007 condotta
dalla Procura della
Repubblica di Palmi
ha consentito il sequestro, nell’area portuale di 135
containers carichi di rifiuti
di diversa specie e qualità
diretti in Cina, India, Russia ed alcune nazioni del Nord
Africa.
Si tratta di un’indagine particolarmente complessa che
coinvolge anche le Procure di Bari, Salerno, S. Maria Capua
Vetere, Monza e Cassino e riguarda 743.150 Kg. di rifiuti da
materie plastiche, 154.870 Kg. di contatori elettrici,
1.569.970 Kg. di rottami metallici, 10.800 Kg. di parti di
autovetture e pneumatici, 695.840 Kg. di carta straccia.
Rilevantissimo è il numero delle persone indagate con il
coinvolgimento di 23 aziende italiane operanti nel campo dello
smaltimento dei rifiuti.
- Contrabbando di tabacchi:
questa attività sta attraversando, nuovamente, una fase di
espansione, e contemporaneamente, una fase di trasformazione
dei modelli tradizionali.
La crescita delle vendite illegali di tabacchi coincide con il
generale aumento dei consumi mondiali – specie delle zone più
povere – frutto dell’intensa opera di marketing delle
multinazionali.
I grandi produttori di sigarette, infatti, vogliono
recuperare, a livello mondiale, le perdite determinate dalla
notevole contrazione della domanda, verificatasi negli ultimi
anni nei paesi occidentali, e soprattutto negli U.S.A., in
conseguenza dei successi delle campagne antifumo e degli
impedimenti legali al consumo sempre più diffusi.
Il 7 giugno 2006,
nove tonnellate di
tabacco
di contrabbando
di marca ''Bon'', per un valore di un milione e mezzo di
euro,
sono state sequestrate dalla guardia di finanza al termine di
un’operazione condotta nel porto di Gioia Tauro. Il carico, è
stato scoperto all’interno di un container proveniente da
Jebel Ali (Emirati Arabi) con la motonave ''MSK Detroit''. Il
contenitore carico di sigarette, ma che avrebbe dovuto
trasportare giocattoli, era destinato in Croazia.
Il 2 agosto 2006
sono state sequestrate oltre sei tonnellate di sigarette.
Erano nascoste all'interno di un container sempre proveniente
da Jebel Ali (Emirati Arabi) e con successiva destinazione
Salonicco (Grecia). Il container doveva contenere ''pannelli
di cartongesso'' e invece sono state trovate oltre 30 mila
stecche di sigarette di marca ''Passport'' per un valore di
oltre un milione di
euro”.
- Traffico di sostanze
stupefacenti:
Il porto, come evidenziato
dall’operazione “Decollo bis”, rappresenta un nodo strategico
per tutte le rotte mediterranee della droga.
Questa operazione portava
all’emissione da parte del GIP di Catanzaro di un’ordinanza di
custodia cautelare nei confronti di 112 soggetti, tra i quali
alcuni esponenti della cosca Pesce di Rosarno. Nell’ambito
della stessa operazione, nel porto di Salerno venivano
sequestrati 541 kg. di cocaina, importata attraverso la ditta
Marmi Imeffe di Vibo Valentia con destinazione il porto di
Gioia Tauro.
L‘operazione è una delle tante
che provano come il porto nella fase della massima espansione
delle sue attività fosse già utilizzato dalle ‘ndrine come
porta d’accesso di ingenti quantitativi di sostanze
stupefacenti.
Anche dalle audizioni degli
organi a ciò istituzionalmente demandati,
è emerso che nonostante indubbi progressi in tema di
prevenzione e repressione – rafforzamento dell’apparato di
contrasto, creazione del Commissariato Straordinario per la
sicurezza del porto; Patto Calabria Sicura, stipulato tra
Ministero degli Interni, Regione Calabria, Provincia di
Catanzaro, Provincia di Reggio Calabria; Programma Calabria -
l’area portuale di Gioia Tauro continui a mantenere intatta la
sua problematicità.
E’ stato evidenziato, infatti,
che il bacino portuale, che oggi movimenta più di 7500
containers al giorno su tratte internazionali ed
intercontinentali, e che presenta enormi potenzialità di
espansione, necessita del potenziamento dei sistemi di
controllo sulle attività che in esso si svolgono.
Nello specifico, il Prefetto di
Reggio Calabria ha posto la necessità di una verifica
dell’entità – in termini di uomini e mezzi - e dell’efficacia
sia della presenza di Capitaneria di Porto che della Guardia
di Finanza, in modo da rendere effettivi e capillari i
controlli sui movimenti di merci in un’area di così vasta
portata, visto che le cosche esercitano un “pacifico e
disciplinato controllo del territorio grazie al flusso
economico determinato dal sistema porto anche nell’indotto”,
con conseguente “rarefazione di manifestazioni violente nella
zona”.
Anzi, “l’assenza di attentati o
danneggiamenti di alcun tipo nell’area del Porto è il chiaro
segnale di un controllo che non ha bisogno di prove di forza
per continuare ad aumentare e consolidare il proprio potere”.
Tuttavia il contesto descritto
potrebbe essere messo in crisi dall’eclatante e simbolico
omicidio del boss Rocco Molè, capo dell’ala militare della
cosca Piromalli-Molè, avvenuto nei pressi della sua
abitazione, a Gioia Tauro, il 1° febbraio 2008.
La conclusione cui giunge il
Prefetto è indicativa delle difficoltà anche degli organi
dello Stato nello sviluppo dell’azione di contrasto: in un
contesto così pervaso dalla presenza mafiosa, inabissata o
dissimulata all’interno del sistema delle imprese e delle
attività legali, sul piano della prevenzione generale,
l’attività di forze di polizia e magistratura pur di
elevatissima professionalità, è insufficiente e occorre
attivare una rete di infiltrazione non convenzionale idonea a
raccogliere informazioni utili su cui fondare l’opera dei
primi.
Conferma che arriva anche dal
Presidente dell’Autorità Portuale che ha segnalato due casi
inquietanti.
Nel primo caso, nell’ambito di
un procedimento finalizzato al rilascio di una concessione
demaniale pluriennale richiesta dalla società Meridional
Trasporti, l’Autorità Portuale, dopo avere accertato che la
società risultava in possesso di certificazione antimafia,
acquisiva un’informazione prefettizia che, al contrario,
segnalava il pericolo di infiltrazione mafiosa a carico della
stessa, mettendo così a nudo un problema più generale che deve
far riflettere sull’efficacia reale della stessa
certificazione antimafia.
Nel secondo caso, nel corso di
lavori già affidati in subappalto all’impresa Tassone –
contratto di nolo a caldo – l’Autorità Portuale acquisiva
informazioni prefettizie che segnalavano il pericolo di
infiltrazioni mafiose a carico del subappaltatore. La
conseguente ingiunzione all’appaltatore principale di revocare
il contratto di sub appalto, restava, tuttavia, priva di
effetto poiché la ditta non veniva allontanata dal cantiere.
La persistente criticità della
situazione dell’area portuale è stata evidenziata anche dalla
D.A.C. (Direzione Centrale Anticrimine) nella relazione del
gennaio 2008 consegnata alla Commissione, che ha evidenziato
il riproporsi di segnali allarmanti della persistente presa
delle cosche sulle intere attività economiche della piana.
Un’inchiesta conclusa nel 2001
portava, infatti, all’emissione di un’ordinanza di custodia
cautelare in carcere nei confronti di dieci soggetti tra i
quali Carmelo Bellocco e Antonio Piromalli, indagati per
associazione mafiosa ed estorsione, ritenuti responsabili di
controllare e condizionare con tali mezzi la regolarità delle
attività incentrate sul porto di Gioia Tauro.
È particolarmente allarmante
che nell’area portuale siano ancora presenti imprese
accertatamente mafiose già individuate nel corso dell’indagine
“Porto” le quali, ricorrendo al semplice espediente del
cambiamento di denominazione o ragione sociale, hanno
tranquillamente continuato per anni, e continuano tuttora, ad
operare.
In questo contesto è comunque
positivo che sia stato rinforzato il dispositivo di contrasto
con la creazione di un pool investigativo composto da
operatori della Sezione Criminalità Organizzata della Squadra
Mobile di Reggio e del Commissariato P.S. di Gioia Tauro con
il compito esclusivo di investigare e fronteggiare le
infiltrazioni mafiose nel porto.
La Commissione, pertanto, sulla
base dei comuni allarmi lanciati dai soggetti istituzionali
ascoltati nelle audizioni, sottolinea il perdurare delle
infiltrazioni mafiose nel tessuto economico ed imprenditoriale
nell’area portuale e ne evidenzia il peso sociale ed
economico, con una capacità delle principali cosche della
Piana di intessere relazioni ambigue e pericolose sia con i
soggetti economici che con quelli istituzionali.
In relazione a tale quadro,
particolare preoccupazione suscita il preannunciato arrivo di
ingenti finanziamenti europei, nazionali e regionali.
Lo stesso Dpef del 2007 ha
inserito Gioia Tauro tra le aree destinatarie di investimenti
particolareggiati.
In questo quadro la Commissione
auspica che si determini il massimo sostegno alle forze di
polizia ed alla magistratura sviluppando in modo sempre più
efficace l’azione di contrasto anche con un migliore
coordinamento interforze di tutti i corpi di polizia. Utile
potrebbe essere l’impegno degli apparati di intelligence, al
fine di acquisire e fornire a polizia e magistratura
informazioni altrimenti difficilmente disponibili.
Attività da sviluppare comunque
in modo trasparente e sotto il controllo delle istituzioni
parlamentari.
E’ altrettanto necessario
superare la confusione di poteri e competenze tra Enti ed
istituzioni territoriali e regionali causa anch’essa della
scarsa trasparenza dei processi decisionali e punto di
fragilità in cui, come già è avvenuto, più facilmente si
annida il pericolo di infiltrazioni mafiose.
Infine, diventa sempre più
urgente l’istituzione di una banca dati centralizzata delle
certificazioni e delle informative antimafia e la stipula di
protocolli che definiscano procedure certe e automatiche per
lo scambio di informazioni tra la D.N.A., la D.I.A. e il
Ministero degli Interni.
3.
La Salerno – Reggio Calabria
Altrettanto emblematico è il
caso dell’autostrada A3 Salerno – Reggio Calabria,
l’autostrada mulattiera, eterna incompiuta, simbolo materiale
della permanenza nel Paese di una storica questione
meridionale e della precarietà della condizione della
Calabria, eternamente malata, perennemente in “cura” ma
costantemente incapace di guarire dei suoi mali strutturali.
L’autostrada, realizzata in
meno di dieci anni, tra la metà degli anni sessanta e la metà
degli anni settanta doveva unire il Mezzogiorno d’Italia al
resto del Paese ed all’Europa, e rappresentare una sorta di
via d’uscita dal sottosviluppo e dall’arretratezza.
Per questa sua funzione
strategica, considerate le condizioni sociali delle aree
interessate, la legge 729 aveva previsto anche l’esenzione dal
pedaggio.
La sua costruzione, sebbene
portata a termine in tempi accettabili in relazione alla sua
lunghezza – oltre 440 chilometri - fu segnata, fin dalle prime
fasi, dalla presenza delle organizzazioni mafiose e dal loro
intervento, che ne hanno accompagnato la storia infinita fino
ai nostri giorni. Come ebbe a sottolineare l’allora Questore
di Reggio Calabria Santillo, già in quei primi anni ‘70, le
imprese settentrionali vincitrici degli appalti si rivolgevano
agli esponenti mafiosi prima ancora di aprire i cantieri:
contraevano così una sorta di precontratto per garantirsi la
sicurezza e affidare loro le guardianìe, per selezionare
l’assunzione di personale e assegnare le forniture di
calcestruzzo, e le attività di movimento terra.
Negli anni l’autostrada, che
era stata progettata con caratteristiche tecniche
rispecchianti la classificazione delle strade dell’epoca, ha
manifestato in modo sempre più evidente gravi limiti,
inadeguata a sopportare i crescenti volumi di traffico e
l’esplosione del trasporto su gomma.
Questi limiti, assieme
all’aggiornamento della normativa sulle caratteristiche
geometriche delle strade, sulle strutture in cemento armato,
sulle aree sismiche, sulla stabilità dei pendii e sui
parametri di sicurezza, hanno reso necessaria la sua
riqualificazione.
Così, dal 1997, sono
perennemente in corso lavori di ammodernamento ed ampliamento
della struttura, sostenuti da finanziamenti pubblici nazionali
ed europei interminabili, con continui incrementi delle
previsioni di spesa e relativi aggiornamenti dei bandi di
gara.
Un affare senza fine di cui non
poteva non occuparsi oltre alla ‘ndrangheta anche la
magistratura.
La prima inchiesta, denominata
“Tamburo” e coordinata dalla D.D.A. di Catanzaro,
nel 2002 portava all’emissione di un’ordinanza di custodia
cautelare in carcere nei confronti di 40 indagati, tra i quali
imprenditori, capimafia, semplici picciotti e funzionari dell’Anas.
Con la stessa ordinanza venivano sequestrate diverse imprese
attive nei lavori di movimento terra, nella fornitura di
materiali edili e stradali e nel nolo a caldo di macchine.
La seconda, più recente,
denominata “Arca” e coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria
ha portato all’emissione di ordinanza di custodia cautelare in
carcere nei confronti di 15 indagati. In questo caso, oltre al
sequestro di diverse imprese impegnate nei subappalti, tra gli
arrestati, assieme ai capimafia e ai titolari di imprese,
compare anche un sindacalista della Fillea – Cgil.
Da entrambe le inchieste emerge
un vero e proprio sistema fondato sulla connivenza delle
imprese e sulle collusioni e le inefficienze della pubblica
amministrazione che, immutabile nel tempo, caratterizza in
Calabria, ogni intervento pubblico finalizzato alla
realizzazione di grandi opere infrastrutturali .
E’ opportuno precisare che si
tratta di procedimenti in corso e che sui fatti che ne
costituiscono oggetto non è stata ancora emessa sentenza
definitiva ma, lungi dall’assumere i provvedimenti giudiziari
come fonte di verità definitivamente sancita, la Commissione
può e deve tuttavia utilizzarne i dati di maggiore interesse
che rappresentano anche i più recenti elementi di conoscenza.
In ogni caso si tratta di elementi vagliati dall’autorità
giudiziaria e, al di là dell’iter processuale, di fatti
oggettivamente certi.
Le due indagini hanno preso in
considerazione i lavori di ammodernamento dell’autostrada
riguardanti due distinte aree territoriali: l’inchiesta della
D.D.A. di Catanzaro ha analizzato i lavori ricadenti nel
tratto Castrovillari – Rogliano in provincia di Cosenza, la
seconda, della D.D.A. di Reggio Calabria, i lavori ricadenti
nel tratto Mileto – Gioia Tauro.
Nell’uno e nell’altro, il
meccanismo di controllo e sfruttamento realizzato dalle
diverse organizzazioni mafiose è lo stesso.
Questa omogeneità di
comportamenti è stata spiegata dal collaboratore Antonino Di
Dieco, un commercialista che negli anni aveva assunto un ruolo
di primo piano nelle cosche del cosentino ed era poi divenuto
il rappresentante della famiglia Pesce nella provincia di
Cosenza, il quale ha riferito come tutte le principali
famiglie, i cui territori erano attraversati dall’arteria
autostradale, avevano raggiunto tra loro un accordo per lo
sfruttamento di quella che costituiva una vera miniera d’oro.
L’accordo prevedeva una sorta
di predefinizione delle procedure applicabili ed una
ripartizione su base territoriale delle zone di competenza con
i relativi “pagamenti” secondo il seguente schema riferito
dallo stesso Di Dieco:
- le famiglie della sibaritide,
con quelle di Cirò, per il tratto che andava da
Mormanno a Tarsia;
- le famiglie di Cosenza, per
il tratto che andava da Tarsia sino a Falerna;
- le famiglie di Lamezia (Iannazzo),
per il tratto che andava da Falerna a
Pizzo;
- la famiglia Mancuso per il
tratto che andava da Pizzo all’uscita Serre;
- la famiglia Pesce per il
tratto compreso tra la giurisdizione di Serre e Rosarno;
- la famiglia Piromalli per il
tratto rientrante nella giurisdizione di Gioia Tauro;
- le famiglie Alvaro - Tripodi,
Laurendi, Bertuca per il restante tratto che da Palmi scende
verso Reggio Calabria. Ricostruendo geograficamente le tratte
si può quindi affermare che i lavori vanno avanti sotto uno
stretto controllo mafioso. Ovviamente questo non è estraneo
all’enorme ritardo accumulato dalle imprese per la
realizzazione dell’opera moltiplicando i suoi costi. Si è così
evidenziato una sorta di “pedaggio” istituzionalizzato, da
casello a casello. Questo è quanto avviene alla fine degli
anni ’90.
Vent’anni prima, invece,
all’epoca della costruzione dell’arteria, il meccanismo
denunciato dal Questore Santillo, era il seguente:
- la ‘ndrangheta imponeva senza
grandi difficoltà alle grandi imprese affidatarie degli
appalti – dagli atti processuali citati sono risultate
coinvolte imprese quali la Asfalti Syntex SpA; la Astaldi Spa;
l’A.T.I. Vidoni – Schiavo; la Condotte SpA; la Impregilo SpA;
la Baldassini & Tognozzi Spa - le funzioni di capo area o
direttore dei lavori a soggetti graditi alle cosche, i quali
si curavano di mediare le richieste mafiose e portarne l’esito
a buon fine. Ecco di cosa si trattava:
-pagamento di una percentuale
del 3% sull’importo complessivo dei lavori;
-assunzione di lavoratori in
cambio del controllo sui loro comportamenti.
A riguardo risulta assai
significativo che l’ordinanza di custodia cautelare abbia
raggiunto tale Noè Vazzana, indagato per avere fatto parte
dell’associazione mafiosa nella sua qualità di sindacalista,
favorendo l’assunzione di lavoratori del luogo (legando così
gli stessi all’associazione da un punto di vista clientelare
in un’area ad altissimo indice di disoccupazione) e garantendo
che sui cantieri di lavoro non vi fossero lotte o problemi
sindacali;
-affidamento dei subappalti a
proprie imprese o imprese da esse controllate, provvedendo
all’emarginazione di quelle non disposte a rientrare nel
quadro predefinito dalle cosche;
-imposizione di forniture di
materiali di qualità inferiore a quella prevista dai contratti
a fronte di prezzi invariati.
Questo meccanismo, che si è
ripetuto del tutto identico a distanza di anni, funzionava
alla perfezione, in primo luogo, per la sostanziale adesione
delle imprese appaltanti che, dopo avere trattato e dopo avere
accolto le richieste estorsive, si davano da fare per farvi
fronte ricorrendo al sistema delle sovrafatturazioni, o
consentendo l’apertura dei cantieri in subappalto prima ancora
che questi fossero autorizzati dalla stazione appaltante
principale.
Ma, ciò era possibile, anche
per la sostanziale assenza di controlli quando non per la
connivenza, da parte degli organi ad essi preposti: in
particolare il Responsabile Unico del procedimento ed il
Direttore dei lavori, entrambi espressione della Stazione
appaltante, in questo caso l’Anas, Ente Pubblico Economico
(art. 1 dello Statuto D.P.R. 242 del 21/4/1995), che sarebbe
stato obbligato al rigoroso rispetto della normativa in
materia di lavori pubblici.
Ovviamente il problema delle
infiltrazioni mafiose non è limitato all’autostrada A3, che
pure ne rappresenta il caso emblematico, ma riguarda l’intero
settore dei lavori pubblici in Calabria e nella fascia
tirrenica del reggino in particolare, in cui le famiglie
Piromalli –Molè e Bellocco – Pesce possono vantare una lunga
tradizione.
Infatti, come riferito dalla
D.A.C. nella relazione citata, già nell’anno 2002 a
conclusione di un’inchiesta della Procura della Repubblica di
Reggio Calabria, era stata emessa ordinanza di custodia
cautelare in carcere nei confronti di 43 indagati appartenenti
alle cosche predette, per reati analoghi a quelli relativi ai
lavori autostradali commessi in occasione di appalti pubblici
per lavori interessanti l’intero versante tirrenico della
provincia di Reggio.
Nel luglio 2007, a conclusione
di un’altra inchiesta della Procura della Repubblica di Reggio
Calabria, è stata eseguita ordinanza di custodia cautelare in
carcere nei confronti di 16 indagati, appartenenti alla cosca
Crea, storica alleata dei Piromalli di Gioia Tauro e degli
Alvaro di Sinopoli, responsabili, tra l’altro, di avere
ottenuto il controllo di appalti pubblici nel comune di
Rizziconi (RC) attraverso la diretta assegnazione di lavori ad
imprese riconducibili alla locale famiglia.
Che il problema sia diffuso e
radicato e che nessuna parte del territorio calabrese né sia
esente, è testimoniato inoltre da due inchieste condotte dalla
Procura Distrettuale di Catanzaro e dalla Procura della
Repubblica di Paola, che hanno portato al sequestro del porto
di Amantea ed al sequestro del porto di Cetraro, strutture
entrambe controllate dalla ‘ndrangheta e non solo per gli
interessi sugli appalti riguardanti il loro ammodernamento ma
anche per le opportunità che i porti, anche quelli a vocazione
diportistica, offrono ormai per lo sviluppo dei traffici
illeciti.
Dalla situazione descritta
emerge che le cosche, facendosi esse stesse imprenditrici, o
controllando in modo diffuso e capillare il settore degli
appalti e dei lavori pubblici e privati, condizionano il
mercato del lavoro, segnato in Calabria da una debolezza
strutturale e di conseguenza esercitano un condizionamento
sociale diffuso capace di incidere sui diversi livelli
istituzionali e sulla pubblica amministrazione.
CAPITOLO V
Economie parallele
1. Una holding criminale
Non
si possono comprendere la forza della ‘ndrangheta, la sua
diffusione, il suo radicamento nella regione e l’espansione
delle sue attività al nord ed all’estero, se non se ne coglie
in profondità la natura di grande holding
economico-criminale. La storia degli ultimi decenni ha mutato
e segnato il corso di questa evoluzione da mafia arcaica a
mafia imprenditrice a centrale finanziaria della
globalizzazione. Mantenendo sempre come un tratto costante, il
controllo maniacale, quasi ossessivo, del territorio e delle
strutture sociali ed economiche ad esso riferite.
Anni
di trasformazioni e di interventi per lo sviluppo segnati da
grandi flussi finanziari dello Stato e dell’Unione Europea
destinati alla Calabria hanno accompagnato questo salto di
qualità, la cui evoluzione si era già sperimentata, dopo i
primi anni ’70, col controllo degli appalti per l’autostrada
Salerno-Reggio Calabria e l’insediamento industriale nell’area
di Gioia Tauro.
Per
questo vanno colti i nessi tra le dinamiche del processo di
modernizzazione della Calabria e le ragioni del suo mancato
sviluppo economico, produttivo, sociale e civile, e in questo
doppio processo va individuato il ruolo che la ‘ndrangheta ha
avuto nel drenare risorse immense aggredendo, attraverso la
permeabilità della macchina amministrativa e della politica,
la cosa pubblica ed il bene collettivo.
Il
Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno presentato nel
2007, nella parte che riguarda la Calabria, presenta il quadro
di una regione con un p.i.l. pro-capite di 13.762 euro, pari
al 54,6% del p.i.l. pro-capite del Centro-Nord Italia, un
tasso di disoccupazione di circa il 13%, un’economia sommersa,
in crescita, pari al 27% e lavoratori irregolari, ancora in
crescita, per oltre 176.000 unità.
Dallo stesso Rapporto risulta che le imprese che pagano il
“pizzo” nella regione sono 150.000, la metà del totale delle
imprese esistenti nella regione, con una punta del 70% a
Reggio Calabria.
Qualora corrispondessero alla realtà queste percentuali,
basate su stime della Confesercenti, preoccuperebbero meno dei
dati relativi ad altre regioni del Sud (secondo i dati,
infatti, un terzo delle imprese soggette ad estorsione in
Italia ha sede in Sicilia, dove il 70% e talvolta l’80% delle
imprese è vittima di estorsioni, mentre a Napoli, nel Barese e
nel Foggiano la quota di imprese soggette rispetto al totale è
pari al 50%).
Ma è
davvero così?
In
realtà, la situazione è di gran lunga peggiore e ciò è
confermato anche dall’analisi effettuata dai responsabili
degli Uffici di Procura della Repubblica sulla base delle
risultanze giudiziarie.
Basta il dato dell’usura, che secondo il Rapporto Svimez fa
segnare in Calabria la percentuale più alta di commercianti
vittime del fenomeno in rapporto ai soggetti attivi: il 30%
con 10.500 commercianti coinvolti in regione.
Ma
anche in questo caso, il quadro sembra notevolmente più
preoccupante se si esaminano i dati emersi dalle indagini
giudiziarie.
Nell’ambito del distretto di Catanzaro “è praticamente
inesistente l’impresa resistente alla criminalità
organizzata”.
Non esiste, se non in rarissimi casi, la denuncia spontanea
all’Autorità Giudiziaria da parte delle imprese vittime della
criminalità organizzata semplicemente perché in alcuni
distretti del territorio -come quello del vibonese- non esiste
la categoria delle “imprese vittime”. Quando non sono
direttamente colluse, infatti, le imprese sono acquiescenti
alle mire e agli interessi della criminalità organizzata[98]
e ciò avviene in tutti gli ambiti economici: imprese agricole
(specie nella sibaritide, nell’alto Ionio e nel crotonese),
imprese turistiche (nel Vibonese e lungo la costa crotonese),
imprese commerciali (nel lametino),
grande
distribuzione, ma soprattutto nell’edilizia, con un’egemonia
mafiosa sull’intero ciclo del cemento.[99]
Nel
settore turistico, il meccanismo viene svelato grazie ad uno
dei rari casi di collaborazione.
Il
rappresentante di Parmatour SpA in Calabria, con una denuncia
all’autorità giudiziaria,
rendeva note le sistematiche estorsioni in danno di alcuni
villaggi-vacanze in Calabria, di proprietà della società. I
villaggi turistici erano: il Triton Club di Sellia Marina,
Sabbie Bianche di Parghelia (Vibo Valentia) e Baia Paraelios
pure di Parghelia. Gli estorsori venivano indicati come
incaricati o appartenenti, per il primo villaggio, alla
famiglia Arena di Isola Capo Rizzuto e per gli altri due alla
cosca dei Mancuso. Nello specifico, l’operatore economico
spiegava che gli Arena ritiravano annualmente la somma di
40.000 euro, oltre ad imporre varie assunzioni di parenti ed
amici, mentre i Mancuso, preposti al controllo del “corretto”
svolgimento delle attività, avrebbero lucrato un contributo
del 10% sugli introiti.
Per
inciso, in data 28.11.2007, il GIP di Catanzaro ha disposto il
giudizio nei confronti dei tre incaricati dei villaggi
turistici oggetto delle estorsioni per favoreggiamento,
aggravato dalla mafiosità, per avere negato, nel corso delle
indagini preliminari, di avere mai ricevuto pressioni
estorsive.
Sempre legata allo “sviluppo turistico” della costa ionica
reggina è l’ultima inchiesta, emersa mentre si conclude la
stesura di questa relazione.
Ha
portato, tra gli altri, all’arresto dell’assessore al turismo
e all’industria della Regione Calabria, Pasquale Tripodi.
L’indagine della D.D.A. di Perugia ha svelato una rete di
interessi criminali –dal settore energetico al turismo ai
ricorrenti centri commerciali- distribuiti tra Umbria,
Calabria e Sardegna.
Colpisce come i terreni scelti per gli investimenti dei propri
capitali da parte delle mafie, in questo caso ‘ndrangheta e
camorra, siano sempre gli stessi, cioè quelli nei quali non
solo si possono ripulire i capitali accumulati illecitamente
–centri commerciali- ma anche quelli più utili a procacciare
finanziamenti pubblici come gli insediamenti turistici.
Colpisce dall’inchiesta l’attività degli uomini della
‘ndrangheta e delle loro imprese per inserirsi nel settore
dell’energia idroelettrica, uno campi vitali per lo sviluppo
economico e sociale.
Dirà
il prosieguo dell’azione giudiziaria delle dirette
responsabilità penali dei singoli soggetti coinvolti. La cosa
che, invece, non si può tacere riguarda la normalità delle
relazioni tra un esponente politico di primo piano del governo
regionale e personaggi a capo o diretta espressione delle
cosche.
Anche in questo caso non manca il trasformismo: Tripodi è
eletto consigliere regionale nelle liste dello SDI nel 2000,
ma nel 2005 è rieletto, e diventa assessore, con l’Udeur prima
alle attività produttive e al personale e poi al turismo nella
prima e seconda giunta Loiero.
L’elemento dell’inchiesta che invece va sottolineato è
rappresentato dal voluto ritardo da parte dell’amministrazione
regionale nella valutazione dei progetti da finanziare, per
lasciare tempo a società ancora da costituire di vedere la
luce e di partecipare, col favore del politico di turno e
delle cosche, all’accaparramento dei finanziamenti pubblici.
E’
un meccanismo che purtroppo ricorre sovente, pari a quello di
non far conoscere i bandi per le gare pubbliche se non nelle
ore precedenti la scadenza del termine per parteciparvi,
favorendo così in modo apparentemente legale i pochi
predestinati all’accesso al finanziamento grazie allo scambio
politico-affaristico quando non direttamente mafioso.
2.
Estorsioni e usura
L’incidenza della criminalità organizzata, già notevole di per
sé, diviene devastante in una regione caratterizzata da un
tessuto produttivo estremamente debole e da sempre dipendente
dalla politica degli incentivi statali e dalla gestione dei
flussi di finanziamento pubblico. Purtroppo, in questo
contesto non si è mai espressa una reale volontà delle imprese
di affrancarsi dalla forza pervasiva della mafia. Tanto è vero
che, per quanto riguarda il pizzo “pagano tutti, commercianti,
artigiani e imprese”,
Il numero delle denunce è relativo, quasi inesistente
l’associazionismo è ancora debole; le associazioni antiracket
sono, infatti, meno di dieci, a differenza di quanto accade in
altre regioni martoriate dalla presenza della criminalità
mafiosa.
Non
è un caso che Confindustria di Reggio Calabria sia stata
commissariata dai vertici nazionali rendendo ancora più
macroscopica la differenza con la nuova direzione della
Confindustria siciliana e con le iniziative da essa adottate.
Né
si può tacere la vicenda che interessa l’imprenditore Raffaele
Vrenna di Crotone il quale, rinviato a giudizio per concorso
esterno e associazione mafiosa ha chiesto al giudice il
patteggiamento ma, nel silenzio dei vertici regionali e
nazionali dell’associazione, continua a mantenere la carica di
presidente degli industriali di Crotone e di vicepresidente
degli industriali della Calabria.
Nel
reggino l’usura è diventata ormai una forma di riciclaggio
indiretto delle risorse incamerate dalle organizzazioni
mafiose attraverso il traffico di sostanze stupefacenti. Ma
non bisogna sottovalutare anche la “funzione sociale” che
purtroppo l’usura rappresenta su territori controllati dalle
cosche ed investiti da forti processi di crisi economica, con
le conseguenti difficoltà delle piccole e medie imprese di
restare sul mercato.
Il
sistema di rapporti che lega la ‘ndrangheta alle imprese
appare così stretto e generalizzato da non risparmiare neanche
le imprese nazionali che in Calabria riescono ad aggiudicarsi
gli appalti per le grandi opere pubbliche, solo in quanto
entrano o, peggio, contrattano di entrare nel “sistema di
sicurezza” affidato alle famiglie mafiose che controllano il
territorio e garantiscono l’impresa da incidenti e
danneggiamenti in cambio del 4-5% degli introiti. Un vero e
proprio “costo d’impresa” aggiuntivo.
Secondo le dichiarazioni di uno dei pochi collaboratori di
giustizia vi sono stati casi in cui gli accordi tra cosche e
imprese non si limitavano a fissare l’importo dovuto
dall’impresa per essere garantita -nel caso specifico il 5%-
ma si occupavano anche di come la stessa potesse recuperare
quella “spesa indeducibile”. Spesso, tale ‘recupero’ avveniva
con l’assegnazione di un piccolo appalto per la realizzazione
di un’opera di minor valore.
Casi
come questo sono emblematici ma purtroppo non isolati e
dimostrano quanto i costi della criminalità, alla fine del
ciclo, si ribaltino sempre sulla collettività.[102]
3.
Pubblica amministrazione
Alle
tradizionali forme di arricchimento e di accumulazione dei
profitti la ‘ndrangheta coniuga da sempre il proprio primato
nella gestione dei grandi flussi di denaro pubblico.
Le
modalità di accaparramento sono varie (appalti pubblici,
contributi, frodi comunitarie, truffe in danni di enti etc.)
ma hanno come dato comune il condizionamento degli
amministratori locali e l’inquinamento della Pubblica
Amministrazione.
Le
mani delle cosche sulle attività di carattere pubblico
rappresentano così un dato costante che spesso assume le forme
di una gestione parallela dell’amministrazione della res
pubblica, attraverso l’elezione diretta di sindaci ed
amministratori locali o il controllo degli apparati
amministrativi, dai Comuni alle A.S.L., dalle Asi alle società
miste per la gestione dei servizi.
Fondamentale, per la natura stessa della ‘ndrangheta, è il
controllo delle istituzioni al livello più immediato del
rapporto tra rappresentanti e rappresentati.
È il
caso di molti Comuni. Un esempio emblematico è rappresentato
dal Comune di San Gregorio d’Ippona. Nell’operazione “Rima”
sono stati arrestati tre consiglieri comunali di opposizione,
tra i quali l’ex sindaco. L’inchiesta ha evidenziato la
capacità della cosca “Fiarè”, satellite dei Mancuso, di
penetrare nella pubblica amministrazione. Ancora più
inquietante è la vicenda del Comune di Seminara, situato tra
la piana di Gioia Tauro e le falde dell’Aspromonte. Alla
vigilia delle elezioni amministrative del 27 maggio 2007 si
tiene un incontro tra Rocco Gioffrè, capo della ‘ndrina di
Seminara e Antonio Pasquale Marafioti, Sindaco uscente del
paese e dubbioso sulla sua ricandidatura: “tu ti devi
candidare – dice Gioffrè – perché qui decido io e la tua
elezione è sicura. Possiamo contare su mille e cinquanta voti
e sono più che sufficienti per vincere”.
La
previsione si rivela esatta con una precisione da fare invidia
alle migliori società di sondaggi: la lista del sindaco
Marafioti, una lista civica di centro-destra, vince con mille
e cinquantotto voti.
I
due non sanno che la conversazione è intercettata dai
carabinieri e questo dialogo insieme a tanti altri elementi
investigativi, il 17 novembre del 2007 porterà in carcere i
due interlocutori e il vice sindaco, Mariano Battaglia, l’ex
sindaco al tempo del primo scioglimento del comune nel 1991,
Carmelo Buggè e l’assessore Adriano Gioffrè, nipote del boss.
L’inchiesta coordinata dalla D.D.A. di Reggio Calabria ha
svelato il controllo completo da parte della cosca Gioffrè sul
comune: dalle attività economiche gestite a livello locale
alle concessioni comunali, dagli appalti ai progetti di
finanziamento con fondi regionali ed europei. Come se non
bastasse il “sistema” si estende oltre i confini del comune.
Il sindaco Marafioti è anche il Presidente del Pit 19 della
Calabria (Consorzio di 10 comuni tutti più grandi di Seminara,
amministrati dai più diversi schieramenti politici, dal
centro-destra al centro-sinistra) e dispone di fondi per 20
milioni di euro. Il vice sindaco Battaglia, invece, è il
Presidente del Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che
avrebbe il compito della diffusione della cultura della
legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila euro tratti
dal Pon – Sicurezza del Ministero dell’Interno.
I
clan, secondo i magistrati, non possono perdere occasioni così
ghiotte per ingrossare le proprie tasche: alle elezioni del
2007 avvicinano uno ad uno gli elettori, pagano il viaggio
degli emigrati per il voto, scelgono il Segretario della I°
Sezione elettorale che ha il compito del riepilogo delle
preferenze.
E
che dire del Comune di Filandari dove, il controllo del
territorio arriva “al punto da imporre le tasse sui mezzi di
trasporto che ne attraversano le strade”.
Sono
solo alcuni esempi di una situazione molto più diffusa, di
quanto si possa immaginare e di quanto gli stessi media non
raccontino.
Ma
in Calabria si arriva anche al paradosso.
Il
rampollo della famiglia mafiosa più importante della Piana,
(sentenza del Tribunale civile di Palmi, del 4 luglio 2007)
Gioacchino Piromalli, di 38 anni, è condannato al risarcimento
di 10 milioni di euro a favore delle amministrazioni comunali
di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando di Rosarno. E’ una
sentenza storica frutto della costituzione di parte civile di
queste amministrazioni al momento di avvio del processo
“Porto”.
Dopo
la condanna Piromalli, che è avvocato, dichiara di essere
nulla tenente e di poter procedere al risarcimento solo
attraverso prestazioni professionali.
Il
Tribunale di sorveglianza, come se nulla fosse e come se non
conoscesse la reale identità del soggetto, gira la richiesta
alle amministrazioni comunali interessate che concordano di
accettare il risarcimento come proposto dal Piromalli,
rimettendo comunque ogni decisione al Tribunale. La vicenda è
ora al vaglio della Procura di Reggio Calabria che ha
inquisito i tre sindaci e il vice sindaco di Gioia Tauro per
associazione mafiosa “per aver compiuto un atto non di loro
competenza per un tipo di risarcimento non previsto dalla
legge”.
Al
di là delle responsabilità penali resta da chiedere come sia
stato possibile che tutti i soggetti, Tribunale di
sorveglianza e amministrazioni comunali, abbiano considerato
tutto ciò normale, rendendosi protagonisti di una vicenda che
ha piegato le istituzioni all’arroganza della ‘ndrangheta.
In
questo contesto diffuso di degrado politico e della pubblica
amministrazione purtroppo non sono molti i consigli comunali
calabresi sciolti per infiltrazione mafiosa e sarebbe utile
analizzarne approfonditamente le ragioni.
Eppure la storia dello scioglimento dei comuni, in un certo
senso, comincia proprio nella Piana.
E’
il 3 maggio 1991, i telegiornali danno notizia di quella che
verrà ricordata come la “strage di Taurianova”. Nella
cittadina vengono uccise 4 persone. Ad una di esse viene
decapitata la testa e lanciata in aria diventa oggetto di un
macabro tiro al bersaglio. Il fatto conquista le prime pagine
di tutti i giornali italiani e stranieri. Il Governo
dell’epoca, nell’ottica dell’emergenza che ha storicamente
contraddistinto la storia altalenante della legislazione
antimafia, emana il decreto (convertito in legge nel luglio
del 1991) con il quale si prevede la possibilità di procedere
allo scioglimento dei consigli comunali o provinciali
sospettati di essere infiltrati o inquinati dalle cosche
mafiose.
Da
allora in Italia sono stati sciolti 172 consigli comunali, dei
quali 38 in Calabria: 23 in provincia di Reggio, 7 in
provincia di Catanzaro, 5 in provincia di Vibo Valentia, 3 in
provincia di Crotone. A distanza di alcuni anni, per 3 comuni
– Melito Porto Salvo (RC), Lamezia Terme (CZ) e Roccaforte del
Greco (RC) - si è reso necessario ricorrere ad un secondo
scioglimento. Questo dimostra come la legislazione vigente non
è completamente efficace a recidere i legami tra le
organizzazioni mafiose ed esponenti del mondo politico e come
lo scioglimento non abbia sempre rappresentato e non
rappresenti tuttora un’occasione di bonifica della macchina
amministrativa che spesso, anche a consigli comunali sciolti,
continua a garantire le stesse logiche di governo del
territorio, gli stessi interessi e gli stessi contatti con i
boss.
Alcuni comuni tra il 2004 e il 2005 hanno fatto ricorso al Tar
o al Consiglio di Stato per impugnare il provvedimento di
scioglimento e per 5 di essi il ricorso è stato accolto. Si
tratta dei comuni di Santo Andrea Apostolo sullo Ionio,
Botricello, Cosoleto, Monasterace, Africo e Strongoli.
Osservando le dimensioni dei comuni sciolti, Lamezia Terme,
con i suoi 70 mila abitanti, è l’unico di dimensioni elevate e
dopo due scioglimenti (30 settembre 1991 e 5 novembre 2002) ha
intrapreso la strada di una difficile ricostruzione del
tessuto democratico. Seguono altri 2 comuni con una
popolazione sotto i 20 mila abitanti, Melito Porto Salvo (30
settembre 1991 e 28 febbraio 1996) e Roccaforte del Greco (10
febbraio 1996 e 27 ottobre 2003), tutti in provincia di Reggio
Calabria. Gli altri scioglimenti hanno riguardato comuni non
superiori a 5 mila abitanti quando non di piccolissime
dimensioni come Marcedusa, Calanna e Camini, inferiori ai
mille abitanti.
A
conferma della gravissima situazione in alcune realtà il
Procuratore Nazionale antimafia Piero Grasso, nell’audizione
del 7 febbraio 2007, ha affermato: “in certi paesi come
Africo, Platì e San Luca, è lo Stato che deve cercare di
infiltrarsi”, sottolineando così la sottrazione di intere aree
del territorio calabrese al governo e al controllo delle
istituzioni repubblicane.
Quanto ciò incida non solo sul sistema dei diritti e sul bene
comune ma anche sulla qualità della vita quotidiana dei
cittadini ha “segni evidenti e tipici del governo del
territorio da parte di amministratori organici alla mafia o
collusi e dunque caratteristiche comuni alle amministrazioni
sotto il controllo mafioso sono costituiti inoltre
dall’assenza di piani regolatori, dell’assoluta inefficienza
dei servizi di polizia municipali, da gravi disservizi nella
raccolta e nello smaltimento dei rifiuti, dal dilagante e
distruttivo abusivismo edilizio, da gravi carenze nella
manutenzione di infrastrutture primarie (strade, scuole,
asili), da assunzioni clientelari di personale, da anomalie
nell’affidamento di appalti e servizi pubblici, ma,
soprattutto, dalle drammatiche condizioni di dissesto
finanziario”.
4.
Finanziamenti europei
In
Calabria e nel suo sistema economico-imprenditoriale tutto
dipende dal sostegno e dai finanziamenti pubblici: dalle
imprese industriali all’agricoltura, dalla pesca
all’artigianato al turismo. Non c’è settore che non si
alimenti di “contributi” statali o europei e non c’è impresa
nella o sulla quale la ‘ndrangheta non eserciti un suo ruolo
ed una sua funzione di intermediazione quando non di gestione
diretta.
Il
carattere totalizzante delle attività illecite si riverbera
negativamente sulla fragile economia calabrese che già soffre
di un tasso di povertà del 25% della sua popolazione.
Un’economia a più facce, se si pensa che nel 2005 il numero
degli ipermercati è cresciuto di 7 unità e che nei 41 istituti
di credito operanti nelle province calabresi con 530 sportelli
risultano depositati, alla fine del 2006, 10.874 milioni di
euro e 171 milioni di azioni.
L’utilizzo di fondi pubblici erogati dallo Stato e dall’Unione
Europea è storicamente uno dei canali privilegiati di
finanziamento e riciclaggio della ‘ndrangheta.
Originariamente il fenomeno nasce come penetrazione mafiosa
nel settore degli appalti pubblici, principalmente attraverso
il sistema dei subappalti: con essi l’impresa criminale,
avvalendosi del suo potere di convincimento con metodi
violenti e sfruttando vari meccanismi di riduzione dei costi
di produzione (scarsa qualità dei prodotti, ridotto costo
della manodopera, facilità di accesso alla liquidità, evasione
fiscale e contributiva), è riuscita a garantirsi un facile
canale di accumulazione e riciclaggio dei proventi delle
attività illecite, nonché a permeare facilmente il settore
della pubblica amministrazione.
I
dati Istat relativi al totale delle denunce per le quali
l’Autorità Giudiziaria ha iniziato l’azione penale per
malversazione a danno dello Stato (art.316-bis CP), truffa
aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art.640-bis
CP), indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato
(art.316-ter CP) mostrano un incremento costante nel tempo.
A
livello nazionale risultano denunciati 28 delitti di
malversazione a danno dello Stato nel 2004 e 35 nel 2005; le
ipotesi denunciate di indebita percezione di erogazioni a
danno dello Stato sono state 421 nel 2004 e 364 nel 2005,
mentre le truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni
pubbliche sono passate dalle 910 del 2004 alle 1070 del 2005.
Ma
guardando alla specifica situazione della Calabria e alla
percezione indebita di aiuti da parte di imprese collegate
direttamente o indirettamente, alla ‘ndrangheta, il fenomeno
emerge in maniera assolutamente allarmante dai primi anni ’90
in poi.
Da
allora è significativamente aumentata la quantità di risorse
pubbliche a disposizione del sistema delle imprese:[106]
·
la legge 488/1992[107]
·
Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) per il periodo
1994-1999;
·
programma comunitario “Agenda 2000”;
·
ed oggi il nuovo QCS 2007-2013.
I
volumi di risorse pubbliche trasferite in Calabria sono
particolarmente elevati e di assoluto interesse per la
‘ndrangheta, sempre più proiettata ad accaparrarsi
finanziamenti pubblici e rinsaldare rapporti con pezzi del
mondo politico e imprenditoriale.
Per
fornire un’indicazione quantitativa delle risorse trasferite
in Calabria, si pensi che nel periodo 2000-2006 era prevista
un’utilizzazione di risorse pubbliche a valere sul POR per €
4.019.295.000,00.
Tali
risorse, secondo i documenti di programmazione, sono state
ripartite su sei Assi prioritari,[108]
corrispondenti alle grandi aree di intervento che il POR
assume come riferimento nel definire le scelte di investimento
da realizzare nel periodo di programmazione. All’interno di
ciascun asse, ognuno dei quali ripartito in misure, sono i
soggetti attuatori (in primo luogo l’amministrazione
regionale, e le amministrazioni locali) a predisporre dei
bandi pubblici con i quali vengono concessi gli aiuti alle
imprese. I settori sono i più disparati: dall’industria, al
commercio, all’agricoltura, al turismo, alla formazione
professionale, alla pesca.
Analogamente appare quantitativamente significativo il quadro
finanziario per il successivo periodo 2007-2013, con una
previsione per la sola Calabria € 1.499.120.026,00 per il
Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Fesr), € 430.249.377,00
per il Fondo Sociale Europeo (Fse),[109]
oltre alle risorse per l’agricoltura individuate in
complessivi € 1.084.071.304,00.[110]
Rispetto a tali trasferimenti va ricordato che nel 2005 le
irregolarità e le frodi al bilancio UE comunicate con
riferimento alla Calabria assommavano a complessivi €
14.475.260,60, di cui € 13.135.878,83 ai danni del Fesr, €
752.792,18 ai danni del Fse, € 493.548,59 ai danni del Feoga
ed € 93.041,00, ai danni dello Sfop.
Nel
1° semestre 2006 si è poi registrato un incremento
considerevole delle irregolarità e delle frodi nelle Regioni
meridionali e, in particolare, in Calabria, le frodi al
bilancio UE nei primi sei mesi del 2006, hanno raggiunto nella
regione la cifra di € 10.881.611,87, quasi interamente a
carico del Fesr (€ 10.660.627,28).[111]
A
fronte di questo scenario, le disfunzioni delle
amministrazioni pubbliche territoriali, aggravate da un più
elevato livello di corruzione rispetto ad altre aree del
Paese, e dalla carenza totale di controlli interni al
procedimento di erogazione, costituiscono la leva per
l’infiltrazione mafiosa nella stessa attività di gestione dei
fondi, fenomeno addirittura più preoccupante dell’acquisizione
indebita da parte di imprese legate all’organizzazione.
In
effetti il livello di pericolosità dell’organizzazione
criminale appare direttamente proporzionale alla sua capacità
di gestire, attraverso propri affiliati o sodali “esterni”, la
stessa erogazione dei fondi pubblici, affidata a strutture
amministrative regionali e locali. Ne sono indicatori la
maggiore permeabilità delle amministrazioni territoriali alle
infiltrazioni di tipo mafioso, con la presenza di affiliati
alle cosche e l’elevato numero di delitti di pubblici
ufficiali contro la pubblica amministrazione, legati anche a
denunce parallele per il reato di cui all’art.416-bis codice
penale.
A
tal proposito nell’audizione dinanzi alla Commissione in data
7 febbraio 2007, il Procuratore nazionale antimafia, Piero
Grasso, ha dichiarato che “per quanto riguarda la procura di
Reggio Calabria, il dato registra 5 procedimenti penali a
carico di consiglieri regionali per violazione della legge n.
488 del 1992 e 5 procedimenti penali a carico di consiglieri
regionali per reati comuni, comunque diversi dai reati di
mafia”. Le indagini condotte “… hanno portato anche
all'arresto di dieci esponenti della cosca Crea di Rizziconi,
in provincia di Reggio Calabria, ritenuti responsabili di
associazione mafiosa, truffa e quant'altro, nell'ambito della
legge n. 488. Come abbiamo visto, anche dei consiglieri
regionali sono indagati per questo reato”.
Quando la caduta di credibilità della Pubblica Amministrazione
dovuta a carenze ed inefficienze croniche si coniuga con
l’aggressività dei sodalizi criminali che controllano in
maniera maniacale il territorio, le organizzazioni mafiose
giungono ad “occupare” il tassello di Stato più vicino ai
cittadini determinando la morte delle regole di convivenza
civile e del principio di legalità democratica e repubblicana.
5.
Una spesa senza controllo
Nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2007
della Corte d’Appello di Catanzaro, si ricordava come “le
risultanze investigative acquisite hanno evidenziato la
percezione indebita di contributi statali e comunitari secondo
artifici e raggiri sostanzialmente sempre analoghi, che
possono cosi sintetizzarsi: falsità delle dichiarazioni
attestanti l'effettivo stato di avanzamento dei lavori;
carattere fittizio delle fatture presentate a comprovare i
costi sostenuti per i lavori dichiarati; falsi contabili per
fare apparire eseguiti aumenti di capitali in realtà mai
avvenuti; presentazione di indebiti rimborsi Iva agli Uffici
finanziari competenti”.
Analogamente nella relazione di inaugurazione dell’anno
giudiziario 2007 presso la Corte dei Conti è stato evidenziato
come “nel corso del 2006 hanno assunto rilievo i giudizi di
responsabilità amministrativa relativi a danni erariali
connessi ad indebita od irregolare percezione di fondi
comunitari o a mancato recupero di contributi erogati
nell’ambito dei programmi di interesse comunitario; il
fenomeno in questione nella Regione Calabria è estremamente
esteso con una percentuale di molto superiore alla media
nazionale.
Attraverso meccanismi illeciti e truffaldini, importi
particolarmente elevati di fondi della Comunità Europea
vengono distratti dalla loro destinazione originaria, ovvero
vengono concessi a favore di attività imprenditoriali
inesistenti con grave nocumento per l’economia e per
l’imprenditoria calabrese”.
Peraltro, l’esistenza di numerose frodi ai danni del pubblico
erario, perpetrate tanto da singole imprese, quanto da imprese
stabilmente legate ad organizzazioni criminali e consorterie
di ‘ndrangheta, è reiteratamente stata segnalata dalla Corte
dei Conti. La normalità di questo meccanismo corruttivo è
possibile anche per l’assoluta insufficienza dei vigenti
sistemi di prevenzione di tali reati, senza che, tuttavia,
negli anni in cui sono arrivati questi fiumi di denaro
pubblico nessuna amministrazione, locale e regionale, di
qualunque segno e orientamento politico, si sia fatta carico
di rafforzare gli strumenti di controllo.
In
particolare, la Sezione Affari Comunitari della Corte dei
Conti ha approvato con deliberazione 2/2007 del 21 febbraio
2007, una relazione concernente “Irregolarità e frodi in
materia di Fondi strutturali con particolare riguardo al Fesr
nelle Regioni Obiettivo 1” che reca una specifica attenzione
al fenomeno delle frodi in Calabria. Inoltre, la Sezione
regionale di controllo della Corte dei conti per la Calabria
ha approvato con deliberazione del 27 giugno 2006, una
“Relazione sul funzionamento dei controlli regionali sui fondi
comunitari (Por Calabria)”.
Tali
relazioni, che hanno tenuto conto dei dati acquisiti negli
anni 2005 e 2006, ma che sono temporalmente riferite ad una
più lunga serie storica, hanno evidenziato come il problema
fondamentale sia rappresentato da carenza, inefficienza ed
insufficienza di controlli sulle erogazioni,
dall’approssimazione nella formazione dei bandi e nella stessa
gestione della procedura comparativa.[114]
Tali carenze dipendono fondamentalmente dall’assenza di una
normativa nazionale e comunitaria che affidi ad organismi
pubblici e terzi le procedure di controllo.
A
livello nazionale con la modifica del Titolo V della
Costituzione nel 2001 sono stati soppressi i controlli
preventivi di legittimità, affidati ad appositi organi statali
e regionali, rispettivamente sugli atti delle regioni e degli
enti locali, senza che sia stata predisposta una rete di
controlli nuova ed efficiente. Il risultato è stato quello di
rendere permeabili ed esposte alle infiltrazioni mafiose le
procedure di aggiudicazione poste in essere dagli enti
territoriali, con atti praticamente esenti da un controllo di
legalità, prima che di legittimità.
Altrettanto inutili si sono rivelati i controlli interni alle
amministrazioni, cui, il legislatore, già con le riforme
“Bassanini” del 1997, aveva demandato la verifica della
legittimità dell’attività amministrativa.
Infatti, i controlli interni prevedono che sia
l’amministrazione controllata a nominare e retribuire i
controllori. Come è evidente un meccanismo simile non demarca
alcun confine tra controllore e controllati, anzi è proprio
questo sistema che favorisce le sistematiche appropriazioni di
risorse pubbliche da parte delle cosche.
Analogamente inutili e dispendiosi si sono rivelati i
controlli sulle procedure di aggiudicazione di aiuti per i
fondi comunitari e la legge 488, affidati, con notevole
esborso di risorse pubbliche, a società private esterne,
retribuite sempre dalla stessa Regione Calabria.
E’
possibile che tutto ciò avvenga senza una precisa volontà
politica tesa a rendere la gestione dei flussi meno rigida e
trasparente?
Anche a monte delle procedure di aggiudicazione si evidenziano
lacune nel sistema di gestione amministrativa che, sempre più
spesso, consentono a soggetti spregiudicati, anche inseriti in
compagini di ‘ndrangheta, di accaparrarsi fondi.
In
questo contesto si rivela particolarmente vulnerabile, ma si
dovrebbe definire una “beffa istituzionalizzata”, il
meccanismo delle autocertificazioni che vengono richieste alle
imprese, sia per quanto riguarda i propri dati di affidabilità
e serietà reddituale e fiscale, sia per quanto riguarda le
garanzie patrimoniali e reali, sia, infine, per quel che
riguarda la stessa fattibilità dell’investimento proposto.
Risulta infatti che i procedimenti di aggiudicazione si basano
esclusivamente su dichiarazioni provenienti dalle imprese
proponenti, senza che vengano svolti, nemmeno a campione,
approfondimenti e verifiche da parte delle amministrazioni
aggiudicatrici, volte a verificare, almeno, il possesso dei
requisiti e delle garanzie minime richieste dai bandi di gara.
Addirittura, nei procedimenti di concessione di finanziamenti
pubblici non risultano nemmeno applicate le disposizioni in
materia di verifica preliminare dei requisiti delle imprese,
previste dagli artt. 38 e segg. e 48 del codice degli appalti
(d. lgs. 163/2006). Infatti i regolamenti comunitari lasciano
alla discrezionalità delle Regioni il compito di disciplinare
i procedimenti di controllo sull’erogazione dei fondi e sulla
formazione dei bandi di gara, con il risultato che la Regione
Calabria ed il Ministero dello Sviluppo Economico,
rispettivamente gestori dei fondi UE e di quelli previsti
dalla legge 488, non ritengono di applicare le regole del
codice degli appalti anche alle procedure ad evidenza pubblica
per la concessione di finanziamenti ed aiuti. E tutto questo
in una regione dove l’esposizione alle infiltrazioni mafiose
consiglierebbe un rigore e una rigidità dei meccanismi di
trasparenza amministrativa tali dal mettere al riparo la
politica e la pubblica amministrazione da ogni forma di
discrezionalità equivoca o condizionabile.
In
questo senso anche la carenza di una normativa statale di
coordinamento appare assolutamente ingiustificata a fronte di
un livello di pericolosità delle organizzazioni criminali che
si manifesta nell’accaparramento sistematico di risorse
pubbliche a valere sul bilancio statale e comunitario.
6.
Il primato nelle frodi
Tutto ciò in Calabria determina una potenzialità criminogena
nell’intera gestione dei flussi di finanziamento europeo,
offrendo alle mafie e alle loro menti finanziarie
l’opportunità di intercettare risorse pubbliche e di
condizionare e corrompere la Pubblica Amministrazione.
Parallelamente il livello di contrasto alle penetrazioni
criminali nel settore dei finanziamenti statali e comunitari
alle imprese pare risentire eccessivamente della lentezza dei
processi penali, cui consegue una sostanziale impossibilità di
procedere al recupero delle somme da parte dello Stato,
accertata la velocità degli spostamenti delle somme
indebitamente percepite, attraverso i circuiti bancari
internazionali da un capo all’altro del mondo.
Si
tratta, a questo proposito, di un fenomeno ben noto a livello
nazionale e risalente nel tempo, per il quale all’indomani
dell’avvio delle verifiche da parte degli organi di Polizia
(ben più raramente da parte di quelli di controllo
dell’amministrazione erogante) e molto prima di giungere ad
un’eventuale sentenza di condanna, le somme percepite da parte
dell’imprenditore, attraverso frodi e meccanismi corruttivi,
vengono immediatamente ritrasferite nella sua disponibilità
personale, di suoi familiari o prestanomi.
Del
resto, il sistema bancario calabrese non può essere ritenuto
immune da una certa contiguità con le centrali
dell’appropriazione indebita di finanziamenti, un vero e
proprio circuito finanziario pubblico-privato parallelo.
Infatti, a monte la presentazione della richiesta di
finanziamento da parte dell’impresa è sempre fondata su
dichiarazioni generiche rese da istituti di credito del luogo,
con le quali si attesta la solidità patrimoniale
dell’imprenditore, dell’impresa o di suoi fideiussori. Tali
dichiarazioni – prive di validità giuridica ai fini della
costituzione di una garanzia in favore dell’amministrazione
erogatrice – sono praticamente una costante di tutte le frodi
ai danni del bilancio dello Stato e dell’UE, da oltre un
quindicennio: è grave che il sistema bancario, se più volte
interessato dall’Autorità giudiziaria, non abbia mai inteso
spezzare questo legame perverso con l’imprenditoria criminale
o corrotta, considerato, comunque, che dai sistemi di transito
della liquidità sui conti correnti “di lavoro” delle imprese,
esso ne trae comunque un profitto.
Dall’insieme di questi elementi emerge un peggioramento della
situazione relativa al 2007, secondo dati ufficiali forniti
dalla sola Guardia di Finanza riferiti alle frodi ai danni
dello Stato e dell’Unione Europea.
Su
un totale nazionale di 259 violazioni riscontrate per frodi a
danno del bilancio nazionale, ben 70 (il 37%) sono avvenute in
Calabria.
Su
un totale di indebite percezioni ai danni del bilancio statale
(legge 488) di € 208.328.901,00, ben € 49.290.916,00 (il
23,66%) sarebbero avvenute in Calabria.
Altrettanto grave è la situazione se riferita alle frodi
comunitarie, sia nel settore agricolo, che dei fondi
strutturali: su un totale di 923 violazioni riscontrate dalla
sola Guardia di Finanza, ben 192 hanno riguardato la Calabria,
con € 75.379.513,00 di indebite percezioni su un totale
nazionale di € 221.186.440,00 (pari al 29,34%).[115]
L’analisi dei dati investigativi e giudiziari fornisce un
quadro di preoccupante allarme per l’inarrestabile emorragia
di contributi pubblici intercettati dalle cosche.
Per
quanto concerne i contributi previsti dalla legge 488/92, ne
hanno beneficiato 1.125 società operanti nelle varie province
calabresi.
Nel
periodo compreso tra il 2000 ed il 2003, l’ammontare
complessivo dei contributi erogati è stato di 422 milioni di
euro ed in tutti gli otto circondari del distretto di Corte
d’Appello di Catanzaro sono stati iscritti procedimenti penali
per il delitto di truffa aggravata.
7.
Un caso emblematico
E’utile analizzare lo spaccato di alcune società beneficiarie
dei contributi pubblici, secondo un’autonoma verifica
effettuata dalla D.N.A. nel 2004. Le questioni emerse secondo
la Direzione Nazionale Antimafia sono le seguenti:
una ricchezza calabrese costituita dalla disponibilità di
enormi capitali e da ingenti disponibilità immobiliari (2.479
fabbricati e 2.260 terreni), in palese contraddizione con
l’entità dei redditi dichiarati da molti dei possessori di
tale ricchezza;
la concentrazione di tale ricchezza in capo a pochi
soggetti. Sul punto è sufficiente rilevare che presso lo
studio commerciale di Francesco Indrieri, del gruppo economico
Gatto, sito in Cosenza, via Monte San Michele, hanno sede
legale o domicilio fiscale 43 società;
la rapidità dell’accumulazione della ricchezza: la società
leader del gruppo, Fincom SpA, riconducibile alle famiglie
Gatto e Cresciti, che opera come una vera e proria holding
finanziaria, è stata costituita a Roma nel 1993 e dall’anno
successivo è in continua espansione, con investimenti nei
settori più disparati, quali la grande distribuzione
alimentare, l’abbigliamento, il settore immobiliare, lo
smaltimento dei rifiuti;
le cointeressenze dei rappresentanti dei gruppi economici
appena indicati in società in cui rivestono la qualifica di
socio soggetti di conclamata appartenenza a noti ambienti
criminali. Antonio Giampà, fratello di Pasquale Giampà detto “tranganiello”,
ucciso nel 1992 in un agguato mafioso, è socio unitamente ad
alcuni suoi congiunti, dell’Eurodis di cui è amministratore
unico Santino Pasquale Cresciti, poi incorporata nella Gam
s.r.l. di Antonio Gatto ed altri.
Non
è superfluo richiamare l’operazione ultimata nel dicembre 2007
da D.I.A. e Polizia di Stato di Trapani nei confronti di
Giuseppe
Grigoli, considerato il braccio finanziario del ben noto
latitante Matteo Messina Denaro. L’imprenditore, che
rifornisce i supermercati
Despar della
Sicilia Occidentale, è accusato di concorso esterno in
associazione mafiosa, ed a suo carico è stato ordinato anche
il sequestro di beni e società per un valore di 200 milioni di
euro. Su tutta questa vicenda, le cui indagini erano state
sollecitate su impulso della D.N.A. e successivamente
archiviate dall’ex Procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi,
si sono aperti nuovi filoni di inchiesta come riferito
nell’audizione della D.D.A. di Catanzaro in Commissione
Antimafia.
8.
Europaradiso
Sempre con soldi pubblici, tra Crotone e la Riserva della Foce
del Neto, avrebbe dovuto sorgere “Europaradiso”, il più grande
complesso turistico e di giochi acquatici del Meridione, sul
modello delle mega strutture turistiche andaluse della Costa
del Sol. La vicenda è emblematica del grumo di interessi che
si possono intrecciare tra gli appetiti delle cosche e poco
trasparenti operazioni finanziarie internazionali e come, al
di là degli aspetti corruttivi, possano anche alterare gli
equilibri ambientali e territoriali piegati agli interessi
privati. Il rapporto della Polizia giudiziaria del
21.02.2005 riassume
così l’iniziativa:
1. Il 18.2.2005 alle ore 10,00
presso la Sala Consiliare del Comune di Crotone è stato
presentato il progetto di trasformazione di un’area di 10mila
ettari prospiciente al mare nel più grande complesso
residenziale turistico del Mezzogiorno, con la realizzazione
di 120 mila posti letto tra residence ed alberghi e
occupazione di 4 mila persone. L’area, ubicata in località
Gabella tra Crotone e la foce del fiume Neto, è stata
giudicata di particolare interesse turistico per le spiagge ed
il clima favorevole, nonché per la presenza di un porto e di
un aeroporto sottoimpiegati. Sono stati prospettati
investimenti per 5-7 miliardi di euro, che mirano a
trasformare questa parte di costa calabrese sul modello della
Costa del Sol spagnola.
2. Il gruppo imprenditoriale
che si dovrebbe far carico dell’investimento è rappresentato
da David Appel. Le società che gestiranno l’investimento sono:
-
“Europaradiso International” S.p.A. costituita il
10.11.2004 con sede a Crotone via Libertà presso lo studio di
un commercialista; figura come amministratore unico Appel Gil,
nonché altri cittadini crotonesi di non elevato spessore
imprenditoriale.
-
“Europaradiso Italia” s.r.l. costituita nella stessa
data e con la stessa sede della precedente; amministratore
unico è sempre il citato Appel Gil. I finanziamenti dovrebbero
provenire dai Fondi di investimento internazionali (…).
Interessato all’esecuzione del
progetto di Appel sarebbe un noto personaggio del crotonese,
in collegamento con ambienti malavitosi locali e fondatamente
sospettato di riciclare, in Italia ed all’estero, il “denaro
sporco” per conto della cosca mafiosa Grande Aracri di Cutro.
Tali sospetti sono risultati confermati dalle indagini
bancarie effettuate dal Reparto Operativo Carabinieri di
Crotone e dalla D.I.A. di Catanzaro, che hanno riscontrato
movimentazioni finanziarie sui conti correnti del soggetto in
questione dell’ordine di milioni di euro senza alcuna
apparente giustificazione.
Attualmente il progetto è fermo
anche per iniziativa della Regione Calabria. È chiaro che la
scelta dell’imprenditore di realizzare a Crotone il proprio
progetto (dopo aver fallito su un’isola greca per il rifiuto
delle istituzioni locali), oltre a ragioni climatiche era
dovuto ad una presunta valutazione di disponibilità
“ambientale” verso un’operazione che per realizzarsi non
doveva avere vincoli, né rispondere a rigide regole di
trasparenza politica e amministrativa.
9. I patrimoni mafiosi
La forte incidenza della vera e propria patologia calabrese nella gestione ed erogazione
dei fondi comunitari, legata anche al livello di penetrazione
della ‘ndrangheta nelle istituzioni pubbliche, a vario titolo
coinvolte nei procedimenti amministrativi di erogazione dei
fondi, è ricavabile anche dall’analisi dei casi di frodi
complessivamente svolta a livello annuale dall’OLAF.
L’incidenza finanziaria totale delle irregolarità, compresi i
sospetti di frode, stimata per l’intera Unione Europea, era
stata, nel 2006, di 1.155,32 milioni di euro, con 12.092
irregolarità comunicate da tutti gli stati membri.[118]
Il dato inquietante è che nella sola Calabria, con una
popolazione pari a circa lo 0,4% di quella europea, si consuma
l’1,58% del totale delle frodi ai danni del bilancio
comunitario e le indebite percezioni in Calabria
ammonterebbero a circa il 6,54% del totale comunitario.
A
fronte del quadro appena descritto risulta evidente che il
rafforzamento economico e finanziario della ‘ndrangheta è
passato anche attraverso una paziente ed incessante opera di
appropriazione indebita di pubblici finanziamenti destinati al
sistema delle imprese.
Questo costante travaso non è stato e non è sufficientemente
contrastato dalle pubbliche amministrazione regionali e
locali, anche quando esse non risultano contigue o non
favoriscono direttamente le indebite appropriazioni.
Così
come, assolutamente insufficiente appare la legislazione in
materia di controlli sui procedimenti di aggiudicazione,
lasciati esclusivamente al potere di auto-organizzazione delle
stesse amministrazioni erogatrici dei finanziamenti, creando
un meccanismo di commistione e di autotutela reciproca tra
controllori e controllati.
Il
potenziale economico della mafia calabrese, la capacità
pervasiva dei suoi capitali ed il suo dinamismo sui mercati
internazionali ripropongono la centralità dell’aggressione
alle ricchezze ed ai capitali mafiosi per incrinare la forza
delle cosche sul territorio e la loro capacità di conquistare
consenso sociale.
Nel
corso della XIII legislatura la Commissione parlamentare
d’inchiesta sul fenomeno della mafia approvò una relazione
sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in
Calabria in cui veniva posto l’accento sul divario crescente
tra ricchezze criminali e numero e valore dei beni
individuati, a loro volta di gran lunga maggiori rispetto a
quelli posti sotto sequestro ed a quelli poi fatti oggetto di
confisca.
L’inchiesta condotta da questa Commissione ha consentito, in
più occasioni, di riscontrare il permanere delle difficoltà in
cui versa l’azione di contrasto patrimoniale; difficoltà
accentuate dalla scelta operata dalle cosche di separare
nettamente i canali della conduzione materiale del traffico di
sostanze stupefacenti dai canali finanziari (attraverso cui
vengono effettuati i pagamenti relativi al traffico di
stupefacenti e gli investimenti dei profitti illeciti) e rese
plasticamente visibili dall’enorme divario tra beni
sequestrati e beni confiscati.
È
interessante comprendere quanto, nonostante gli sforzi ed i
risultati ottenuti dalla magistratura e dalle forze di
polizia, di fronte alla potenza economica accertata della
‘ndrangheta sia risibile il livello dell’aggressione ai suoi
patrimoni.
Secondo i dati forniti dall’Agenzia del Demanio ed aggiornati
al dicembre 2006, sul territorio della Calabria insistono
1.093 beni immobili confiscati dal 1982 al 2006, pari al 15%
degli immobili confiscati in totale sul territorio nazionale.
Più
in dettaglio, sul totale di 1.093 beni immobili confiscati, la
consistenza per tipologie è la seguente:
abitazioni 562, pari al 51,4% del totale
terreni 363, pari al 33,2% del totale
locali 122, pari all’11,1 % del totale
capannoni
18, pari all’1,6% del totale
altri beni
immobili 28, pari al 2,6% del totale
Per
quanto concerne il rapporto tra il territorio calabrese e
l’attività di confisca, i beni immobili confiscati nella
regione sono 886, pari al 12% del totale nazionale confiscato.
All’esito di recenti indagini giudiziarie è stato accertato
che, sul totale di 1.093 beni immobili confiscati esistenti
nel territorio calabrese, oltre 800 sono i beni immobili
confiscati nella sola provincia di Reggio Calabria; di essi,
poco più di 300 risultano consegnati dall’Agenzia del Demanio
alle competenti amministrazioni comunali.
Dall’indagine è emerso che gli immobili confiscati e
consegnati a 25 comuni della provincia di Reggio Calabria,
compreso il comune capoluogo, hanno avuto la seguente sorte:
-
sono stati assegnati ad enti e/o associazioni con notevole
ritardo;
-
alcuni di essi non sono stati mai assegnati ad alcun ente;
-
altri ancora risultano in uso e/o nella disponibilità dei
soggetti nei cui confronti lo Stato aveva proceduto alla
confisca.
In
relazione ai fatti appena riportati in sintesi, sono state
accertate responsabilità di rilievo penale a carico di
amministratori e funzionari di 25 comuni della provincia di
Reggio Calabria,
compreso il comune capoluogo. Peraltro, in alcuni casi sono
state accertati diretti legami di parentela tra amministratori
e funzionari dei Comuni in questione e soggetti appartenenti
alla ndrangheta.
Le
condotte accertate nel corso delle indagini sono sintomatiche,
da un lato, delle difficoltà a rendere efficace un’azione che
miri alla sottrazione alle cosche della disponibilità di beni
di provenienza illecita; dall’altro lato offrono la
possibilità di comprendere quanta resistenza oppongano le
organizzazioni colpite da provvedimenti di sequestro o
confisca dei beni.
Un
esempio dell’arrogante potere esercitato dalle cosche sul
territorio anche con riferimento all’azione che lo Stato
riesce a portare avanti in questo campo, può essere tratto dal
comune di Gioia Tauro, ove sono state riscontrate situazioni
in cui soggetti appartenenti a cosche molto forti come quelle
facenti capo alle famiglie Piromalli e Molè hanno ancora nella
propria disponibilità i beni ad essi confiscati;
a ciò si aggiunga l’opposizione e la reazione delle cosche
all’assegnazione dei beni confiscati a finalità sociali, come
previsto dalla legge 109/1996: a tal proposito, non si può
dimenticare, per restare agli avvenimenti degli ultimi tempi,
la distruzione dei macchinari e danneggiamenti ai capannoni
della cooperativa agricola Valle del Marro - Libera Terra
nell’estate del 2007. La cooperativa sorta nel 2004 e animata
dal parroco di Polistena, Don Pino De Masi, gestisce 60 ettari
di terreno confiscato alle cosche Piromalli Molè e Mammoliti.
I
danni subiti per oltre 25 mila euro sono stati però
rapidamente risarciti grazie alla solidarietà di associazioni
ed istituzioni scattata in tutta Italia.
Simile la situazione per le
aziende confiscate alla ‘ndrangheta.
Dai dati forniti dall’Agenzia
del Demanio emerge che nel periodo 1982/2006 in Calabria sono
state confiscate 59 aziende, pari al 7% del totale delle
aziende confiscate su scala nazionale.
Più in dettaglio, la tipologia
di beni aziendali confiscati risulta la seguente:
imprese
individuali 35, pari a circa il 60% del totale;
società nomi
comuni 5, pari all’8,5% del totale;
soc. in accom.
semplice 9, pari a circa il 15% del totale;
soc. a responsab.
limitata 9, pari a circa il 15% del totale;
società per
azioni 1, pari a circa l’1,5% del totale.
Rispetto al dato nazionale si
rileva una differenza: la maggior parte delle aziende
confiscate, circa il 60%, è costituita da imprese individuali,
alle quali si aggiunge circa il 24% di società di persone (s.a.s.
e s.n.c.). La media nazionale, invece, evidenzia che il 51%
delle aziende confiscate è rappresentato da società di
capitali.
Le aziende confiscate operavano
nei seguenti settori: costruzioni (16), commercio (18),
alberghi e ristoranti (2), agricoltura (14), trasporti e
magazzinaggio (3), manifatturiero (2), estrazione di minerali
(1), pesca (1), altre attività (2). Questi dati molto parziali
indicano la tendenza della ‘ndrangheta ad investire nei
settori del commercio, delle costruzioni e dell’agricoltura.
Anche per la Calabria, infine,
si confermano i gravi limiti, fino al danno per la credibilità
del contrasto ai patrimoni ed alle ricchezze mafiose,
dell’azione dell’Agenzia del Demanio nella gestione dei beni.
Si ripropone, quindi, l’esigenza di un suo superamento
parallelo all’adeguamento dell’intera legislazione sulla
materia.
CAPITOLO VI
Salute
pubblica
1. Sanità e corruzione
La sanità è il buco nero della
Calabria, è il segno più evidente del degrado, è la metafora
dello scambio politico-mafioso, del disprezzo assoluto delle
persone e del valore della vita.
Il mondo della sanità è
importante, innanzitutto, per “l’occupazione che assicura e
l’indotto che ne deriva... Di qui gli investimenti della
criminalità organizzata, non solo di tipo economico (con la
realizzazione di attività imprenditoriali nello specifico
settore), ma anche, e soprattutto, su soggetti politici ad
essa legati”.
Soldi e uomini. Questa è la miscela che fa andare avanti le
cose, i capitali veri, animati ed inanimati, di cui dispone la
‘ndrangheta.
Le parole del giudice
reggino sono contenute in un’ordinanza di custodia cautelare
in carcere che ha riguardato, tra gli altri, Domenico Crea
consigliere regionale in carica, esponente principe del
moderno trasformismo calabrese ed italiano, uomo dalle
molteplici frequentazioni politiche: nel giro di tre anni è
passato dal centro-destra con l’UDC, al centro-sinistra con la
Margherita per ritornare al centro-destra con la nuova DC
dell’on. Rotondi. E’ stato assessore all’urbanistica e
all’ambiente, all’agricoltura e al turismo. E’ passato da un
assessorato ad un altro, da un partito all’altro. Un
funambolo.
Sul suo funambolismo è
bene leggere quanto scrive il GIP di Reggio Calabria: “La
storia politica recente del Crea Domenico, infatti, è
costituita da cambi repentini di “casacca”, come quello del
transito dallo schieramento di centro destra a quello opposto
(e viceversa), a dimostrazione dell’assoluta mancanza di idee
politiche, che accompagna soltanto logiche di interesse; di
sconfitte elettorali, come quella patita nelle elezioni
amministrative regionali del maggio 2005; da brusche modifiche
in tutti i rapporti interpersonali, come quelli rilevati nel
momento dell’avvenuto provvedimento di surroga del novembre
2005, scaturito a seguito dell’omicidio dell’Onorevole
Fortugno. Su tutto emerge in maniera preponderante l’ultima
campagna elettorale per le elezioni Provinciali, temporalmente
successiva al noto fatto di sangue.
Come emerge dall’ordinanza del
GIP, le doti trasformistiche di Crea si esaltano e si
realizzano proprio alle elezioni provinciali, allorquando Crea
riesce a penetrare e candidare i suoi uomini in una delle due
liste promosse dalla Margherita nella quale è confluita l’area
dei popolari di cui è riferimento la stessa On. Maria Grazia
Laganà Fortugno, impegnata, già in quel periodo, nella
battaglia pubblica per avere la verità sull’omicidio di suo
marito.
E’ la sanità il centro
dell’ordinanza; in questo caso la sanità privata dove le
incursioni della ‘ndrangheta, i suoi condizionamenti e le sue
infiltrazioni appaiono in tutta la loro devastante profondità
al punto che il GIP ha disposto “il sequestro preventivo della
società srl Villa Anya, delle sue quote sociali, dell’intero
compendio aziendale e del complesso immobiliare in cui è
collocata”.
Ma neanche la sanità
pubblica è stata esente da infiltrazioni della ‘ndrangheta. E’
storia di oggi, ma è anche storia di ieri, cominciata tanti
anni fa e mai interrotta. A conferma, se mai se ne fosse
avvertita la necessità, di una cattiva amministrazione, di
irregolarità, di piccole e grandi illegalità, di diffuse
pratiche clientelari, di rapporti mafiosi che durano nel
tempo.
2. 1987. Taurianova e Locri: le
prime USL sciolte
Con due decreti datati 15
aprile 1987 il Presidente della Repubblica stabiliva lo
scioglimento delle USL di Taurianova e di Locri. La situazione
era arrivata ad un punto di non ritorno. Le relazioni che
accompagnavano il decreto erano firmate da Oscar Luigi
Scalfaro, all’epoca ministro dell’interno. In modo molto
eloquente, seppure sintetico, era descritto quanto era
accaduto a Taurianova e a Locri. Ne risultava un quadro
davvero desolante ma nello stesso tempo illuminante delle
ragioni di fondo che avrebbero permesso alla ‘ndrangheta di
dominare quelle realtà.
A Taurianova il presidente del
comitato di gestione assumeva direttive ed iniziative
“illegittime” e aveva “da tempo informato la propria azione a
criteri arbitrari e clientelari. Alla condotta del presidente
del comitato di gestione dell’unità sanitaria locale che è
stato più volte colpito da gravi condanne penali per fatti
connessi alla sua qualità di pubblico ufficiale, ha fatto
riscontro, in perfetta unità d’intenti, l’operato non meno
illegittimo ed arbitrario degli organi collegiali dell’unità
sanitaria locale, i cui provvedimenti – a citare i più
salienti – in materia di fornitura, di acquisti, di assunzioni
e carriera del personale sono stati adottati con la violazione
di ogni procedura amministrativa, con la persistente
trasgressione delle norme contabili”.
Ancora più pesante la
situazione dell’Usl di Locri dove c’era “un retroscena
amministrativo caratterizzato sostanzialmente da ingerenze di
tipo mafioso, lottizzazioni ed irregolarità gestionali di ogni
genere. La situazione trova così origine nelle numerose azioni
di stampo mafioso commesse da componenti dell’unità sanitaria
locale e rivolte ad acquisire profitti illeciti con
inevitabili danni per la stessa gestione dell’ente. Il
condizionamento mafioso si è estrinsecato, oltre che con atti
di violenza intimidatoria nei confronti di persone interessate
alla gestione dell’unità sanitaria locale o comunque orientate
a denunziare le disfunzioni amministrative, anche nello
svolgimento dell’attività amministrativa riguardo alle
certificazioni richieste dalla legge antimafia per gli appalti
di opere pubbliche, e per le stesse assunzioni nell’ente,
condizionate dall’appartenenza ad associazioni di stampo
mafioso”. A completezza della situazione c’è solo da
aggiungere che il presidente era stato tratto in arresto e i
membri del comitato di gestione erano stati raggiunti da
comunicazioni giudiziarie.
3. 2006. Locri, il secondo
scioglimento
A distanza di venti anni da
quei fatti, la relazione Basilone,
desecretata nel febbraio 2008 su iniziativa di questa
Commissione parlamentare, mostra come i fenomeni degenerativi
presenti nel 1987 negli anni si siano aggravati, diventando
normalità di relazioni interne e metodologia permanente di
gestione. L’A.S.L. n. 9 di Locri al momento dell’accesso della
Commissione aveva 1.630 dipendenti e 366 medici esterni
convenzionati.
Secondo la relazione le
attività dell’A.S.L. sono state fortemente condizionate dal
tessuto socio-economico e dalle
pressioni della ‘ndrangheta. Sull’amministrazione sanitaria
“si sono concentrati gli interessi della criminalità e
perpetrata una diffusa compressione, se non una forte
intimidazione, dell’autonomia dell’ente. Ne è conseguita
un’attività dell’amministrazione sanitaria non sempre ispirata
ai criteri di buon andamento e di imparzialità, ed anzi spesso
ben lontana dalla applicazione delle regole di giusto
procedimento di legge perché soggetta alle pressioni che ne
hanno compromesso il regolare funzionamento. In generale tale
compromissione è risultata evidente proprio, e non a caso, nei
settori della spesa e quindi dell’utilizzo delle risorse
economiche pubbliche”.
Il sistema perverso
era individuato in particolare in alcune pratiche
amministrative che mostravano un discutibile approccio alla
gestione dei fondi pubblici. Ad esempio, per gli
accreditamenti delle strutture private “si è assistito ad un
diffuso e sistematico sforamento dei tetti di spesa, che non
solo ha determinato un dilagante fenomeno di indebitamento
sommerso (rapporto tra prestazioni pagate e prestazioni
realizzate a carico del sistema sanitario) della A.S., ma che
al contempo ha comportato indebiti vantaggi economici da parte
di strutture private i cui soci sono risultati spesso
interessati da precedenti penali o di dubbia moralità”.
Dunque, sin
dall’inizio la Commissione individuava un punto cruciale nella
gestione delle pratiche amministrative che svantaggiava la
sanità pubblica e favoriva la sanità privata, con
interlocutori che quando non erano diretta espressione delle
cosche, erano collocabili in una zona di frontiera con i loro
interessi.
Nel solo anno 2004,
innovando precedenti prassi di contratti bilaterali l’A.S.L.
aveva stipulato contratti multilaterali con 27 diverse
strutture private. Per ciascuna struttura avrebbe dovuto
acquisire la relativa certificazione antimafia. Ma le
certificazioni non erano inserite nel procedimento perché mai,
in nessun momento, erano state richieste dall’amministrazione
dell’Azienda. Così, nel quadriennio 2002-2005 sono state
riconosciute prestazioni di servizi – tra l’altro per importi
rilevanti e superiori al previsto – che in presenza della
certificazione antimafia prevista dalla legge sarebbero stati
precluse.
Alcuni esempi di rapporti con strutture esterne sono
eloquenti e soprattutto spiegano quanto è accaduto.
Società Medi-odonto-center con sede a Gioiosa Ionica.
L’amministratore unico della società era Domenico Tavernese.
Era stato arrestato nel 1993 “per il reato di associazione di
tipo mafioso, estorsione ed usura”. Il procedimento penale
aveva coinvolto anche appartenenti alla famiglia mafiosa degli
Aquino la cui base di attività è il comune di Marina di
Gioiosa Ionica. Alla fine delle sue traversie giudiziarie
Tavernese è stato condannato per il reato di usura. La
relazione “Basilone” dava conto anche delle frequentazioni,
andate avanti fino all’ottobre del 2005, dell’amministratore
unico con esponenti di vertice della cosca Ursino-Macrì legata
agli Aquino. “È da sottolineare la sostanziale inerzia della
A.S. che in seguito alla sentenza divenuta irrevocabile, di
condanna, non ha mai verificato la sussistenza dei requisiti
morali per il proseguimento del rapporto con il laboratorio,
che pertanto ha continuato ad erogare prestazione retribuite
dall’Amministrazione, peraltro con importi ben superiori a
quelli consentiti”.
Il Pio Center, centro
di ricerca clinica e patologia medica con sede a Bovalino.
Il
laboratorio di ricerca è stato interessato da due
provvedimenti di sequestro beni nel 2004 “in quanto
considerato, dagli inquirenti, facenti parte del patrimonio di
Antonio Nirta” di San Luca. Non un boss qualsiasi, ma uno dei
capi storici della ‘ndrangheta, protagonista della faida che
ha portato alla strage di Duisburg.
Il centro
diagnostico sorgeva all’interno di un edificio di cinque piani
intestato ad Antonia Giorgi, moglie di Antonio Nirta. Il 96%
del capitale sociale è detenuto dal Poliambulatorio Salus
S.r.l. le cui quote sociali sono detenute dal medico Maria
Immacolata Pezzano cognata di Giuseppe Nirta, figlio di
Antonio Nirta. Lo stesso Poliambulatorio ha intrattenuto nel
tempo “rapporti convenzionali con l’Azienda Sanitaria di Locri”. Anche in
questo caso c’è da registrare “la sostanziale inerzia della
A.S. che non ha mai acquisito, come già detto, nessuna
informazione o comunicazione antimafia sulla struttura e
compagine societaria accreditata, che poi è risultata infatti
colpita da misure cautelari”.
Centro
ricerche cardiovascolari per la cardiologia D.A. Cooley con
sede a Bovalino. Anche questa società è stata interessata dal
sequestro dei beni per la porzione di quota di proprietà di
Filippo Romeo di San Luca, socio accomandatario fino al 1999.
Il sequestro “è
scaturito sulla base dei sufficienti indizi circa
l’appartenenza dei preposti alla consorteria mafiosa
Romeo-Pelle operante nel territorio di San Luca e zone
limitrofe. E’ evidenziato nel decreto di sequestro che i beni
riportati nel provvedimento sono di valore sproporzionato
rispetto ai redditi dichiarati e alle attività svolte dai
preposti e comunque riconducibili ad attività illecite. Il
provvedimento n.78/2001 emesso dal Tribunale sezione misure di
prevenzione di Reggio Calabria sottolinea come “il gruppo in
questione, presente massicciamente proprio per il suo ruolo
egemone in svariate fette del mercato dell’illecito, al fine
di aumentare considerevolmente la sua disponibilità
finanziaria ed il suo prestigio, avrebbe dovuto provvedere ad
uno spostamento del baricentro degli interessi economici,
prima garantiti quasi esclusivamente dai proventi derivanti
dai sequestri di persona e dagli appalti, per orientarsi verso
nuove fonti di guadagno, quali in particolare il traffico di
stupefacenti”. Altri soci avevano precedenti penali e
continuavano a frequentare uomini ed esponenti delle diverse
famiglie mafiose. Ovviamente quando non erano impegnati ad
occuparsi di sanità!
Non
mancano poi le convenzioni con società, associazioni e
cooperative, ovviamente “senza fine di lucro”, dove la
presenza di uomini legati, direttamente o indirettamente, alla
‘ndrangheta è sicuramente rilevante. Nei primi cinque anni del
2000, secondo la Commissione Basilone, hanno percepito
rilevanti somme di denaro.
CO.S.S.E.A. – società cooperativa sociale con sede a Gioiosa
Ionica. Le cariche della società erano ricoperte da alcune
persone che avevano precedenti penali.
A.R.P.A.H.
– Associazione per la ricerca sulla problematica degli anziani
ed handicappati con sede legale ad Africo. In questa
associazione le cariche sociali erano ricoperte da persone che
avevano molteplici frequentazioni con soggetti gravati da
precedenti penali e per reati di tipo mafioso.
4. Convenzioni e
appalti
Altro capitolo
particolarmente inquietante dell’A.S.L. di Locri era quello
relativo alla remunerazione delle convenzioni con le strutture
private accreditate a fornire prestazioni. Il pagamento era
regolato da precise norme che in ogni caso prevedevano la
riconducibilità della spesa entro il tetto massimo stabilito
dal contratto multilaterale.
In realtà il tetto
di spesa complessivamente sostenuto nel periodo 2000/2005 è
stato pari a “€ 88.227.864,90, e cioè quasi il doppio della
spesa massima autorizzabile se calcolata moltiplicando per 6
(e quindi con largo margine di prudenza) il tetto di spesa
annuale più prossimo, pari a 8.262.414,90 (limite di
spesa annuo 2004). E’ risultato che il numero di interventi
pagati nel periodo 2000/2005 sia stato pari a 11.224.919,00 su
un campione di popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre
il tetto massimo di interventi, autorizzato per l’anno 2004,
era di 1.050.634,00. “Particolarmente eclatante – secondo la
relazione Basilone - è il caso del laboratorio Fiscer, il cui
tetto di spesa autorizzato, nel periodo 2000/2005, è pari a €
10.131.780,00 (dato effettivo 2004 moltiplicato per 6, secondo
il parametro teorico di confronto), mentre risultano fatture
effettivamente pagate, nel medesimo periodo, per un importo di
€ 31.544.414,00”. Il direttore sanitario del laboratorio era
Pietro Crinò, in passato era stato raggiunto da più
procedimenti di polizia.
Altro
punto di notevole sofferenza è quello legato agli appalti,
settore cruciale per ogni pubblica amministrazione e storico
veicolo di penetrazione della ‘ndrangheta.
“Gli accertamenti
compiuti in sede di accesso hanno permesso di ricostruire
un’assoluta e probabilmente non del tutto ostacolata
disorganizzazione dell’ufficio che avrebbe dovuto occuparsi
della gestione degli appalti. Da un lato vi è l’ufficio
tecnico che gestisce gli appalti di opere e lavori pubblici,
dall’altro l’ufficio provveditorato che a sua volta è
disarticolato perché da una parte gestisce le procedure di
evidenza pubblica e, con separata struttura, procede agli
acquisiti a trattativa privata, plurima o diretta”.
Emerge un quadro davvero impressionante di mala sanità e di
evidenti cointeressenze tra amministratori e uomini delle
‘ndrine che si sono realizzate apparentemente grazie al modo
volutamente superficiale e distorto di amministrare e di
erogare fondi pubblici, in realtà per effetto di un preciso
modo di amministrare finalizzato ad abbattere i vincoli di
trasparenza e la soglia di legalità, per favorire la
permeabilità a vantaggio degli interessi mafiosi. In ciò
contando sulla diffusa impunità o sui condoni o sulla
depenalizzazione delle diverse leggi finanziarie. Forse solo
così è possibile spiegare il diffuso ricorso al sistema di:
“acquisto diretto di forniture e servizi; acquisto diretto a
trattativa privata”.
Inoltre “si è accertata una violazione sistematica della
normativa antimafia, con mancata attivazione delle procedure
di richiesta di certificazione per frammentazione delle
forniture, tali da renderle di valore inferiore ai limiti di
soglia richiesti dalla legislazione vigente”.
Tutto ciò, è sempre bene ricordarlo, in una zona come la
locride dove esiste una fortissima e storica concentrazione di
famiglie e tra le più prestigiose dell’intera ‘ndrangheta
calabrese. Le dinamiche criminali del versante ionico hanno
confermato la supremazia e la leadership dei locali di Platì,
San Luca ed Africo, con le famiglie Barbaro, Romeo e
Morabito-Palamara-Bruzzaniti, molto attive nel settore del
traffico nazionale ed internazionale di stupefacenti. La
famiglia Iamonte controlla i territori di Melito Porto Salvo e
Montebello Ionico. A Locri, seppure ancora in guerra, ci sono
i Cordì e i Cataldo. Nell’area operano altresì le cosche Nirta,
Barbaro, Pelle, Commisso e Mazzaferro. A Marina di Gioiosa
Ionica sono presenti le cosche Aquino-Scali, Mazzaferro-Ierinò
e Ursino-Macrì. A San Luca sono presenti anche i Giampaolo e
gli Strangio, legati ai Nirta mentre i
Maesano-Paviglianiti-Pangallo sono presenti a Roccaforte del
Greco, S. Lorenzo, Roghudi e Condofuri.
E’ difficile
immaginare che gli amministratori e gli esponenti politici di
riferimento in una realtà così connotata non sapessero che
determinate pratiche, come il ricorso alla trattativa privata
e l’acquisto diretto di forniture e servizi, non fossero
condizionate dalla presenza delle ‘ndrine né è immaginabile
che non conoscessero i titolari e le reali “proprietà” delle
strutture di volta in volta, beneficiarie di contratti e
accrediti che come si è visto, sono pesantemente inserite nei
principali settori economici produttivi e di servizi.
La libertà di
mercato, con le sue regole e i suoi attori sociali, non è di
queste terre. Né lo Stato e le istituzioni hanno avuto qui la
capacità di imporsi. In queste latitudini prevalgono le leggi
della ‘ndrangheta anche all’interno dell’A.S.L. dove ha propri
aderenti ed affiliati e può contare su un vero e proprio
sistema di complicità ed acquiescenze.
Non a caso la
Commissione d’accesso ha rilevato che “la
gestione degli appalti esaminati è avvenuta con modalità tali
da evidenziare una violazione delle regole di evidenza
pubblica, e più in particolare delle norme che disciplinano le
forme concorrenziali del mercato, poste invece a tutela
dell’imparziale scelta del contraente, e nell’interesse
dell’Amministrazione. La A.S. ha spesso fatto ricorso a
rinnovi o proroghe dei contratti già esistenti, a trattativa
privata, eludendo gli obblighi della gara. Il ricorso a tale
sistema di gestione è avvenuto in modo troppo frequente da non
poter lasciar intendere che l’esigenza della proroga fosse
sempre effettivamente conseguente ad una obiettiva ragione di
urgenza e non invece ad un deliberato comportamento dell’ente
di eludere i principi di legalità. E ciò è confermato dalla
circostanza che una volta prorogato il precedente contratto
con la motivazione che occorreva garantire la continuità del
servizio, l’azienda non provvedeva contestualmente a bandire
alcuna gara. Di fatto, sotto le mentite spoglie di una proroga
per garantire il precedente servizio, si nascondeva una vera e
propria aggiudicazione di un nuovo contratto a trattativa
privata”.
Il giudizio è molto duro e va al cuore di un vero e proprio
sistema che si ripropone con frequenza e si autoriproduce.
A riprova di tutto ciò, la vicenda dell’affidamento alla
Coop. Service, di Locri, del servizio di pulizia di tutti i
presidi ospedalieri di Siderno e di Locri. L’incarico è stato
affidato a trattativa privata senza che siano stati chiariti i
criteri di affidamento e neanche l’importo da corrispondere.
“Complessivamente, dall’esame dell’elenco fatture fornito dal
servizio ragioneria dell’Azienda Sanitaria, sono stati
erogati, nel periodo 2000/2005, a favore della cennata società
cooperativa, euro 8.461.383,82”.
Ancora una volta, e nonostante la cifra erogata lo imponesse,
nessuna richiesta dell’informativa antimafia è stata inoltrata
alla Prefettura di Reggio Calabria.
La cooperativa ha
una situazione alquanto particolare e tipica delle società di
copertura. Infatti i soci-dirigenti sono immuni da
“segnalazioni o denuncie di rilevanza penale”, mentre ben
diversa è la situazione dei 154 soci dipendenti, dei quali 125
donne e 29 uomini. 85 di loro sono residenti nel comune di
Locri, e di questi “ben 23 sono legati da vincolo di parentela
diretto, perché figli o addirittura coniugi, con appartenenti
di primo piano delle organizzazioni mafiose locali”.
5. I dipendenti
Alcuni esempi ci
danno l’idea delle pesanti e profonde infiltrazioni delle
‘ndrine, del condizionamento permanente, quotidiano, sui
dipendenti delle strutture ospedaliere, sui degenti e sui
familiari in una realtà come quella di Locri dove tutti
conoscono tutti:
Domenico Audino,
è figlio di Pietro Audino, noto esponente della famiglia
mafiosa Cordì;
Anna Maria Pittelli è moglie di Antonio Cataldo “ritenuto
dalle forze di polizia uno dei vertici della cosca mafiosa dei
Cataldo operante nel comune di Locri e zone limitrofe”.
Quest’ultimo è figlio di Nicola Cataldo, ‘boss’
dell’omonima cosca unitamente al fratello Giuseppe. Inoltre
Antonio Cataldo è fratello di Francesco con a carico numerosi
precedenti penali e di polizia tra i quali quello di
associazione mafiosa.
Pasqualina Mollica, il cui coniuge è Pietro Audino. “Lo
stesso è ritenuto dagli inquirenti personaggio inserito
nell’organizzazione mafiosa dei Cordì di Locri,
sospettato di essere specializzato, all’interno del gruppo
mafioso, nei furti e negli atti intimidatori. Pietro Audino è
stato arrestato nel mese di giugno del 1999 per il reato di
associazione di tipo mafioso e scarcerato nel giugno
del 2002”.
Sonia Zanirato è convivente con Francesco Cataldo
attualmente detenuto per associazione di tipo mafioso.
Francesco Cataldo è figlio di Nicola e fratello di Antonio.
“Lo stesso è ritenuto capo indiscusso dell’omonimo clan
mafioso sospettato dagli organi di polizia di dirigere il
racket dei lavori pubblici e privati, nonché di imporre la
tangente per i lavori che vengono eseguiti nel territorio di
Locri, ricadenti sotto il controllo della famiglia e di
dirigere parte del grande traffico di stupefacenti per mezzo
dei vari affiliati”.
Antonella Troiano è moglie di Domenico Alecce il quale “fa
parte di una famiglia composta da altri cinque fratelli tutti
pregiudicati per vari reati. Alcuni fratelli ritenuti dalle
forze di polizia socialmente pericolosi sono stati sottoposti
a misura di prevenzione. Infatti il clan Alecce a Locri ha
assunto una propria fisionomia nell’ambito della criminalità
organizzata incutendo timore sull’intera cittadinanza locrese”;
Stella Strati è convivente di Giuseppe Cavalieri “esponente
di rilievo del clan mafioso Cordì”;
Maria Schirripa, è moglie di Salvatore Cavallo, “ritenuto
dagli inquirenti appartenete al sodalizio mafioso dei
Cataldo”. Cavallo è cognato di Aurelio Staltari rimasto ferito
in un attentato durante la faida locrese e suocero di Nicola
Maciullo, affiliato ai Cataldo;
Loredana Floccari è moglie di Claudio Alì, appartenente alla
‘ndrina dei Cataldo. “Il matrimonio con la propria consorte
non ha fatto altro che potenziare l’azione criminale dell’Alì.
Infatti Loredana Floccari è figlia di Alfredo capo
dell’omonimo clan fino al giorno del suo decesso. La stessa è
sorella di Walter Floccari, che annovera numerosi precedenti
di polizia, nonché considerato, un elemento socialmente
pericoloso facente parte dell’omonimo clan. Le sue
vicissitudini giudiziarie hanno avuto inizio dal 6/11/1989
quando è stato, unitamente ad altre persone, tratto in
arrestato perché imputato, ai sensi dell’art. 416bis, di
associazione finalizzata al riciclaggio di denaro proveniente
da sequestro di persona”;
Adele Cataldo è figlia di Michele Cataldo, deceduto,
fratello di Nicola e di Giuseppe, capi indiscussi del clan. La
stessa è anche sorella di Giuseppe, assassinato
nell’anno 2005 nei pressi della propria abitazione di Locri;
Liliana Cataldo è figlia di Nicola Cataldo, “considerato
dagli inquirenti braccio destro del fratello Giuseppe
nell’organizzazione mafiosa. Inoltre si occupa in prima
persona, con l’ausilio dei figli Francesco e Antonio, degli
affari relativi alla gestione delle attività illecite e dei
relativi proventi. Il Nicola Cataldo a seguito dell’uccisione
del cognato Iemma Antonio ha assunto una posizione totalitaria
all’interno della cosca dello stesso capeggiata contando su
una fittissima rete di favoreggiatori e fiancheggiatori”.
Liliana Cataldo è anche coniugata con Paolo Panetta il quale
può vantare diversi procedimenti di polizia per estorsione
e porto abusivo di armi.
Anche gli
appalti di lavori ed opere pubbliche seguono il meccanismo sin
qui descritto che prevedeva come costante il frequente ricorso
alla trattativa privata plurima. Naturalmente con simili
metodi non mancano le sorprese né le rivelazioni. “Nell’ambito
delle procedure a trattativa privata - secondo la relazione
citata - si è potuto riscontrare che, molto spesso, sono
bandite gare differenti per lavori identici”. Il responsabile
dell'Ufficio tecnico dell'Azienda Sanitaria ha motivato in
questi termini una procedura che ha tutte le caratteristiche
dell'unicità: “le scelte operate in tal senso dall’Ufficio
Tecnico, attesa l’esecuzione di due differenti gare per
l’aggiudicazione di lavori identici, relativi alle due diverse
strutture ospedaliere amministrate da questa Azienda
Sanitaria, trovano ragione, nell’opportunità che, in generale,
i lavori di importo complessivo non rilevanti, concernenti il
presidio di Locri, vengono affidati e quindi eseguiti da ditte
di Locri ed analogamente, per il presidio di Siderno, ciò al
fine di evitare ‘dispetti’ tra soggetti economici dei due
circondari”. Ovviamente in ogni appalto ci si imbatte in
parenti diretti di noti mafiosi e questo alla faccia di ogni
regola, di trasparenza e legittimità dello stesso bando di
gara. ci si imbatte in parenti diretti di noti mafiosi.
Anche sulla questione del personale, materia estremamente
delicata, non mancano le anomalie. Nonostante il lavoro svolto
dalla commissione di accesso, è stato impossibile definire il
quadro certo e preciso del personale. Scrive infatti la
relazione Basilone: “Sull’argomento occorre, preliminarmente,
evidenziare come la richiesta della Commissione, più volte
formulata, tendente ad ottenere il quadro complessivo degli
organici relativi alle suddette figure dirigenziali, abbia
trovato parziale e non assolutamente esaustivo riscontro da
parte dell’ufficio aziendale preposto. Pertanto, stante la
mole della documentazione da acquisire e la complessità della
medesima, non si è riusciti ad avere uno scenario certo,
definito dall’Azienda, con l’identificazione del posto in
organico e della relativa figura professionale che lo ricopre.
Tale circostanza era, tra l’altro, già stata evidenziata in
una relazione ispettiva redatta da un dirigente
dell’Ispettorato Generale di Finanza della Ragioneria Generale
dello Stato a seguito di una verifica”.
Sembra incredibile, ma né la Guardia di Finanza né la
Prefettura di Reggio Calabria sono venute a capo della
situazione di profonda anomalia per cui in un’Azienda
sanitaria locale lo Stato non è riuscito a far luce sul numero
dei dipendenti, sul posto indicato in organico e sulla figura
professionale che quel posto è destinata a ricoprire.
E questo senza la presenza della commissione disciplinare
mai più ricostituita dopo le dimissioni di alcuni componenti.
Appare evidente che “per garantire il perseguimento dei
propri obiettivi, ed il controllo sulla gestione della ‘cosa
pubblica’, la pressione sugli organi della A.S. è stata
possibile anche per la presenza all’interno dell’azienda di
personale, medico e non, legato da rapporti familiari a noti
esponenti della criminalità organizzata locale o comunque
interessati da rilevanti precedenti di polizia o penali. Tale
presenza denota, - continua la relazione - tanto la causa
quanto l’effetto dell’ingerenza della criminalità organizzata
nella gestione dell’azienda, perché si traduce nella
possibilità di imporre dall’esterno le scelte di assunzione o
quantomeno, come si vedrà, di impedire lo scioglimento dei
vincoli lavorativi, sia al fine di tener sempre sotto
verifica, dall’interno le scelte gestionali, sia per poter
garantire la tenuta di una gestione clientelare. In questo
contesto, infatti, si spiega la mancanza presso la A.S. di una
commissione di disciplina del personale”.
Alcuni
casi sono particolarmente esplicativi dell’andazzo dei tempi,
e danno della A.S.L. di Locri una rappresentazione di zona
franca per ogni forma di legalità, di diritto, di morale. La
peggiore immaginazione è superata dalla più degradante realtà:
esponenti mafiosi con sentenze passate in giudicato che
continuano a lavorare nonostante la legge lo vietasse o
mafiosi riassunti dopo trenta anni di carcere nonostante
l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e dipendenti
sanitari ospiti delle patrie galere che continuano a percepire
ininterrottamente lo stipendio. Sembra incredibile ma è la
realtà.
Il primo caso riguarda l’operatore tecnico originario di
Locri Giorgio Ruggia. Basta leggere le righe a lui dedicate
dalla Commissione d’accesso per avere aperto uno squarcio di
estremo interesse. “Il dipendente in parola era già colpito da
misura restrittiva della libertà personale, ed era stato
sospeso dal servizio con delibera n. 1.180/98 con decorrenza
7.12.1998. Successivamente con delibera n. 377/99 a seguito di
un provvedimento con il quale il Giudice per le indagini
preliminari ha revocato la misura della custodia cautelare lo
stesso è stato riammesso in servizio con decorrenza 19.4.1999.
Atteso che il provvedimento prevedeva una misura restrittiva
della libertà personale per un periodo superiore a tre anni,
con il provvedimento in argomento si è inteso sospenderlo
cautelativamente, nonostante la previsione di cui all’art. 5
della Legge 27.3.2001 n. 97, integrato dall'art. 19 comma 1° e
l’art. 32 quater del codice penale con cui viene stabilito che
la condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a tre
anni (per determinati delitti), importa ai sensi del
suindicato art. 32 c.p. l’estinzione del rapporto di lavoro
nei confronti del dipendente a seguito di procedimento
disciplinare. Il D.G. ha ritenuto con la delibera 218/2002 che
‘l’unico provvedimento utile per la tutela delle posizioni sia
dell’Amministrazione che dello stesso dipendente può
individuarsi nella sospensione cautelare con la corresponsione
di un’indennità pari al 50% della retribuzione e gli assegni
familiari se dovuti per intero’.
Il provvedimento raggira così la normativa. Ma vi è di più.
Il Ruggia è stato condannato con sentenza della Corte di
Appello di Reggio Calabria dell’1.2.2001, divenuta
irrevocabile il 16.1.2002, a 3 anni ed 8 mesi di reclusione
con la pronuncia dell’interdizione dai pubblici uffici per 5
anni. Ciò nonostante con delibera n. 890 del 13.10.2004 il
Direttore Generale della A.S. riammette in servizio il Ruggia
che difatti riprende il servizio in data 18.10.2004,
vanificando così la pronuncia giudiziale della Corte di
Appello. Il Ruggia attualmente presta servizio presso la A.S.”.
Da dove deriva tanta forza a Ruggia? E’ ben possibile che
gli derivi dal fatto di essere “ritenuto ‘vicino’ alla
consorteria criminale Cordì attiva in Locri ed in campo
nazionale, contrapposta alla cosca Cataldo”.
Il secondo
caso è quello di Femia Resistenza, operatore professionale di
Locri assunto nell’anno 1974 e riassunto il 21 gennaio 2004, a
distanza di ben 30 anni. Nel periodo tra le due assunzioni
Resistenza era stato arrestato per associazione mafiosa, per
traffico di stupefacenti ricettazione ecc. Con sentenza della
Corte di Appello di Reggio Calabria, in data 14.06.1999
irrevocabile nel 2000 Resistenza è stato condannato ad anni 10
e mesi 6 di reclusione e lire 60.000.000 di multa,
interdizione perpetua dai Pubblici Uffici e libertà vigilata
per anni 3. Ciò nonostante è stato riassunto. Era stato tratto
in arresto per l’operazione antidroga denominata Onig. E’
rimasto in carcere dal 1994 al 2003. Era ritenuto un esponente
di livello della cosca Macrì di Siderno. Ma per l’A.S.L. di
Locri l’interdizione perpetua dai pubblici uffici non esiste.
Il terzo caso è quello dello psicologo Pasquale Morabito
originario di Bova Marina. Con “delibera del Direttore
Generale n. 250 dell’11.4.2002”, veniva estinto il rapporto di
lavoro presso la SAUB di Bovalino, a far data dall’1.11.2001.
“Dalle motivazioni poste a supporto del provvedimento si
evince che il predetto è risultato assente dal servizio fin
dal 1992, pur continuando a percepire regolarmente lo
stipendio di competenza. Le ragioni di tale assenza sono da
ricercare nella circostanza che il Morabito nel 1996 era stato
condannato dalla Corte di Appello di Messina, con sentenza
passata in giudicato nel 1997 a 6 anni ed 8 mesi di
reclusione, con pronuncia di interdizione legale per la durata
della pena, per il reato di partecipazione ad associazione
finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti in
concorso. In data 11.6.1999, con sentenza della Corte di
Appello di Reggio Calabria, divenuta irrevocabile il
16.10.2000, il Morabito veniva condannato a 8 anni di
reclusione, con la pronuncia dell’interdizione perpetua dai
pubblici uffici per il reato di associazione di tipo mafioso
di cui all’art. 416 bis. Occorre al riguardo rilevare che
l’Azienda, a seguito della privazione della libertà personale,
aveva sospeso dal servizio il Morabito, con conseguente
riduzione dello stipendio in applicazione della normativa
all’epoca vigente. La sospensione è durata per tutto il
periodo del primo quinquennio di detenzione, dopodiché la A.S.
anziché prendere atto dello stato di perdurante detenzione, e
comunque ignorando che il Morabito non era in servizio,
ripristinava l’erogazione dello stipendio per intero. In
sintesi, la A.S. ha erogato l’intero trattamento stipendiale,
in favore di un dipendente che non prestava servizio perché
detenuto. Per di più, tale situazione è perdurata anche dopo
la sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria del 1999
che pronuncia l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il
provvedimento di cessazione dal rapporto interviene
tardivamente nel 2002, e fino a quel momento l’Azienda ha
proseguito nell’indebito pagamento, per il quale, peraltro non
ha nemmeno avviato azioni di recupero”.
Pasquale Morabito ha parecchi precedenti penali, è stato
coinvolto nell’operazione Tuareg ed è stato varie volte
condannato: nel 2001 il Procuratore Generale della Repubblica
di Reggio Calabria, determinava la pena da eseguire in anni 8,
mesi 1 e giorni 11. Inoltre le forze di polizia lo ritenevano
“inserito a pieno titolo nel clan mafioso denominato
Speranza-Palamara-Scriva che da tempo è contrapposto nella
cruenta e sanguinosa faida di Africo-Motticella, che ha
provocato circa 50 vittime, a quella del Mollica-Morabito,
entrambe attive in Africo e zone limitrofe”.
Nella A.S.L. di
Locri ha lavorato anche Giuseppina Morabito, medico, figlia di
Giuseppe, meglio noto come “Tiradrittu”, arrestato nel
febbraio 2004 mentre era in compagnia di Giuseppe Pansera,
genero di “Tiradrittu” e marito di Giuseppina Morabito.
Tra il
personale medico 13 persone hanno precedenti penali,
frequentazioni con pregiudicati oppure parentele con noti
esponenti mafiosi. Tra queste Francesco Nirta di San Luca,
figlio di Antonio Nirta capo dell’omonima cosca, Giuseppe
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